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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'esame testimoniale del signor Marco Benassi, al quale chiedo la cortesia di declinare le generalità.
MARCO BENASSI. Sono Marco Benassi, nato nel 1958. Sono di Bologna. Dopo l'università e dopo aver fatto il servizio militare e una breve esperienza nella formazione professionale nell'ambito agricolo, perché sono laureato in agraria - ho fatto del volontariato in questa ONG, chiamato dall'allora presidente fondatore Giovanni Bersani -, cominciando a lavorare sono, diciamo, cresciuto con questa organizzazione di volontariato internazionale.
PRESIDENTE. Dove risiede attualmente?
MARCO BENASSI. A Bologna. A Casalecchio di Reno, esattamente, in via Pertini, 2.
PRESIDENTE. Ho il dovere di ricordarle che lei, in questa sede, è ho udito in qualità di testimone, quindi con tutti gli obblighi inerenti a questo ruolo.
Dottor Benassi, quali incarichi ha svolto lei negli anni 1993-94?
MARCO BENASSI. Era direttore del CEFA, Comitato europeo per la formazione e l'agricoltura, cioè una organizzazione non governativa di volontariato internazionale, cooperazione allo sviluppo, nata nel 1972, dietro la spinta, diciamo, di alcune cooperative agricole del nostro territorio.
PRESIDENTE. Nel 1993 e 1994 lei si trovava in Somalia?
PRESIDENTE. Però era direttore del CEFA.
PRESIDENTE. In quali paesi il CEFA svolge la propria attività?
MARCO BENASSI. Storicamente, il CEFA ha iniziato le sue attività in Congo, cioè l'ex Zaire, e in Tanzania. Dopo di che ha anche operato in Kenya, nei Balcani, soprattutto in Bosnia e Albania, fra il 1991 e il 1992. In America Latina abbiamo operato in Cile, dove non siamo più presenti, in Argentina e in Guatemala. Ultimamente, da sette-otto anni, siamo presenti in Marocco, nelle zone di emigrazione dei marocchini verso l'Italia. La nostra caratteristica fondamentale è che facciamo progetti di tipo agricolo, quindi nelle zone rurali. Ho, ovviamente, tralasciato la Somalia, dove siamo presenti dal 1992.
PRESIDENTE. Ininterrottamente?
MARCO BENASSI. Ininterrottamente dal 1992.
PRESIDENTE. In quali zone in particolare?
MARCO BENASSI. Noi da sempre abbiamo scelto le zone rurali, perché lavoriamo con i contadini. Quindi inizialmente siamo stati dove siamo tuttora, a Johar, la dorsale verso l'Etiopia, quindi la grande strada, diciamo; dopo di che, abbiamo operato, ma non siamo più presenti, a Jalalassi, con l'unico intervento sanitario che abbiamo gestito, appunto in Somalia, per la Cooperazione italiana. Attualmente siamo presenti anche nella zona del basso Shebeli - quando parlo di Johar vuol dire, meglio, Shebeli; la parte più a sud, quella con Merca, è il basso Shebeli - sempre
con interventi di tipo agricolo e da tre anni anche nel nord, nel Puntland - su richiesta della Comunità europea, abbiamo sostituito una ONG olandese che non andava bene, con degli agronomi -, nella zona di Bosaso e poi a Erogavo, nel Somaliland. Queste sono le quattro zone in cui siamo presenti.
PRESIDENTE. Lei, personalmente ha operato in Somalia?
MARCO BENASSI. No, mai. Ho fatto delle visite, delle missioni di valutazione.
MARCO BENASSI. Sono già diversi anni, perché con una modifica della nostra organizzazione oggi la Somalia è seguita da un nostro delegato che ha sede a Nairobi. Siamo, comunque, negli anno 1995-96.
PRESIDENTE. Il vostro personale che opera in Somalia quale tipo di qualifiche, di rapporti di lavoro ha? Come si muove?
MARCO BENASSI. Distinguerei due fasi. Nella prima, fino agli anni 1996-98, praticamente in Somalia abbiamo avuto dei volontari, soprattutto persone che venivano da esperienze con noi in altro paesi, in particolare il Kenya. Con queste abbiamo iniziato la nostra attività - infatti una delle prime nostre volontarie in Somalia è l'attuale presidente del CEFA, Patrizia Farolini - ed erano qualifiche soprattutto nel campo della gestione del ripristino di infrastrutture, quindi si trattava di persone che lavoravano con funzioni di organizzazione. Invece, da sette-otto anni, dal 1997-98 cioè, abbiamo anche personale altamente specializzato, parlo di ingegneri e di agronomi, oltre che di logisti, evidentemente, perché buona parte delle attrezzature e di quanto è necessario per i nostri inteventi va reperito in Kenya o a Gibuti, per cui c'è necessità di logistici, oltre che di amministrativi, che seguano l'acquisto e la spedizione di questo materiale.
PRESIDENTE. Cosa può dire di Sergio Passadore e Gianfranco Stefani?
MARCO BENASSI. Stefano Passadore e Gianfranco Stefani sono stati tra i nostri primi volontari. Come penso sappiate, sono stati anche rapiti e, dopo un breve periodo, sono stati rilasciati proprio grazie alle autorità con cui abbiamo sempre lavorato in ottimi rapporti.
PRESIDENTE. Qual era il loro compito?
MARCO BENASSI. Avevano funzioni l'uno di amministratore e l'altro di logista.
PRESIDENTE. Li conosce personalmente?
PRESIDENTE. Ricorda con esattezza quando sono stati rapiti?
MARCO BENASSI. Mi mette un po' in difficoltà. Può essere stato nel 1993?
PRESIDENTE. No. Questo possiamo dirglielo noi: 13 febbraio 1994 è la data esatta.
PRESIDENTE. Quindi, Passadore e Stefani erano in quale periodo in Somalia.
PRESIDENTE. Ricorda a quale progetto specifico stessero lavorando?
MARCO BENASSI. In quel periodo noi avevamo un progetto affidato dal Ministero degli Affari esteri. Dopo aver fatto delle prime nostre attività, sostenute con attività soltanto private e anche con contributi della Conferenza episcopale italiana, abbiamo gestito un progetto che era multisettoriale: si avevano interventi di riabilitazione, chiamiamoli di sicurezza alimentare, che consistevano nel ripulire
dei canali per permettere che l'acqua rientrasse nei territori interni, così consentendo alle persone di lavorare e di non andare verso le città, soprattutto Mogadiscio, che era il centro più grosso delle difficoltà di quel paese, come credo lo sia tuttora, anche se è un po' che non ci vado. Sergio Passadore aveva funzioni di amministrativo e Gianfranco seguiva, se ben ricordo, la logistica, le attività comunque di questo progetto. Non erano soli; erano accompagnati da altre due persone, Patrizia Farolini, per l'appunto, e Alberto Fait.
PRESIDENTE. Il progetto cui stavano lavorando nei giorni in cui avvenne il rapimento era finanziato in particolare, come lei ha ricordato poco fa, dalla CEI e...
MARCO BENASSI. Noi avevamo a disposizione dei finanziamenti per alcune attività, da nostri fondi privati, ricevuti da benefattori, e anche ricevuti della Conferenza episcopale nei primi anni, di cui ho già parlato. Inoltre, anche il Ministero degli esteri ci ha affidato un progetto di emergenza che era nella zona, e mi sembra di ricordare che riguardasse questi due ambiti. Uno era il discorso sanitario dell'ospedale di Gialalassi, che era un dispensario, che incontrava delle difficoltà, soprattutto in quel periodo, perché vi erano delle epidemie di colera nei dintorni. Allora, avevamo spostato dal Kenya a Gialalassi alcuni infermieri, tra i quali una è la persona che le ho indicato prima, Patrizia Farolini.
Le altre attività erano di tipo agricolo, cioè sistemazione dei canali, delle paratoie, per ripristinare il bacino.
MARCO BENASSI. Sì, ma soprattutto erano canali e paratoie, perché da quelle parti scorre un grande fiume.
PRESIDENTE. Per quanto è a sua conoscenza, cosa ci può dire delle modalità del sequestro, avvenuto in quel giorno, e della successiva liberazione?
MARCO BENASSI. Purtroppo noi non abbiamo mai saputo tanto, perché i ragazzi hanno sempre lavorato e non hanno mai avuto dei grandi problemi con la gente. Probabilmente, si trattava di qualche realtà locale, a mo' di riscatto, perché poi si è tutto concluso, senza nessun problema. Mi sembra che in quel periodo fossero giù, in Somalia, anche i nostri militari.
PRESIDENTE. Lei sa, per sua conoscenza diretta, se è stato poi pagato un riscatto?
MARCO BENASSI. No, non lo so. I due ragazzi ci hanno sempre detto di no. E io non ho notizie che questo sia stato fatto.
PRESIDENTE. E i motivi per i quali possono essere stati sequestrati?
MARCO BENASSI. Come sapete, in Somalia vi erano, allora più di adesso, gruppi di sbandati che cercavano di approfittare delle situazioni. Noi lavoravamo in una zona abbastanza rurale, e quindi, non essendo nella città non c'era nemmeno tanta possibilità di avere delle scorte. Si lavorava con la gente. Quindi, probabilmente qualcuno ne ha approfittato. Onestamente, non ho notizie in tal senso.
PRESIDENTE. Avevano avuto o avevate avuto, come organizzazione, dei segnali o delle minacce?
MARCO BENASSI. Adesso non ricordo. Di una cosa sono certo: che il nostro personale, come penso un po' tutti quando lavorano in queste zone, diminuisse un po' la soglia di sicurezza, inevitabilmente. È una cosa che anch'io ho verificato. Si sta meno attenti. Minacce, però, non ne abbiamo ricevute.
PRESIDENTE. Però c'era stato un episodio, in precedenza. Uno dei due operatori, ed esattamente Sergio Passadore, era
stato sequestrato per quattro ore, la primavera precedente. Lei ha ricordo di questo?
MARCO BENASSI. No, non ho ricordo di questo. Ho presente il loro rapimento, e il sequestro, dopo, di Lorenzetti, però che Sergio fosse stato sequestrato per mezza giornata, non ne ho memoria.
PRESIDENTE. Quant'è durato il sequestro di cui stiamo parlando adesso, cioè di Passadore e di Stefani?
MARCO BENASSI. È durato giorni.
MARCO BENASSI. Una settimana... ma sa che non mi sono neanche premurato di risalire, di ripercorrere storicamente le vicende, quando venerdì mi è arrivata la convocazione? Direi circa una settimana. Mi ricordo che andai a prenderli all'aeroporto di Pisa. Meno di una settimana, mi sembra di ricordare.
PRESIDENTE. Perché, terminato il sequestro, rientrarono immediatamente in Italia?
MARCO BENASSI. Ricordo che rientrarono subito, immediatamente, con un aereo militare.
PRESIDENTE. Lei, come direttore responsabile del centro, durante quel periodo del sequestro, con quale autorità ha tenuto i contatti, da chi aveva avuto notizie, eccetera?
MARCO BENASSI. Quasi tutti i contatti erano tenuti in loco dal nostro responsabile in Somalia.
MARCO BENASSI. Erano Patrizia Farolini e Alberto Fait. Li tenevano loro direttamente sia con le autorità italiane che con le nostre autorità militari.
PRESIDENTE. Lei è mai stato sentito da qualche autorità italiana su questi fatti?
MARCO BENASSI. No, mentre è stato sentito il nostro presidente di allora, Giovanni Bersani, credo dalla precedente commissione. Però non mi ha informato su che cosa. Lui è stato anche il nostro fondatore. A quel tempo è stata la prima persona del CEFA che è stato in Somalia.
PRESIDENTE. Il nome di Giancarlo Marocchino le dice qualcosa?
MARCO BENASSI. Sì, mi dice qualcosa. Quelle volte che sono stato a Mogadiscio sono stato anche suo ospite ad un pranzo con altre persone. Noi lo abbiamo conosciuto - questo mi è stato raccontato - già dall'inizio, quando il nostro presidente, Giovanni Bersani, andò in Somalia, a Mogadiscio, lui ed altri italiani, come Annalena Tonelli e altri, e lo abbiamo incontrato. Per quello che ci riguarda abbiamo sempre intrattenuto rapporti collaborativi, nel senso che lo conoscevamo così come conoscevamo gli altri italiani allora presenti in Italia.
PRESIDENTE. Di che tipo erano i rapporti di collaborazione?
MARCO BENASSI. A volte ha gestito dei trasporti. Noi abbiamo svolto alcune attività prettamente umanitarie, come quella di una nave di prodotti alimentari che abbiamo portato in Somalia in diversi porti e grazie a lui e ai camion dei militari queste sono potute arrivare nelle varie zone, perché una delle condizioni di questa nostra attività era quella - come in questo caso relativo a questa nave che trasportava circa duemila tonnellate di generi alimentari, agricoli e di altro tipo - di far arrivare i beni alle varie etnie per non causare problemi.
PRESIDENTE. Come definirebbe il tipo di rapporto? Prima ha parlato di rapporti collaborativi, nel senso che vi era un rapporto positivo?
MARCO BENASSI. Per quello che io ho saputo, anche dal nostro personale che si è lì recato, non avendo avuto granché a che fare per il tipo di attività da noi svolta, era sempre un rapporto sereno, tranquillo, anzi, devo dire che più volte i nostri volontari che sono capitati da lui casualmente hanno detto che non hanno mai constatato che ci fossero cose particolari (perché le voci giravano).
PRESIDENTE. Può dirci chi è Marino Senesi?
MARCO BENASSI. Era una persona che lavorava in Somalia, avendo acquisito una piccola impresa, nel basso Sebelik, di produzione di banane. Poi, con i problemi noti della Somalia, ha perso tutto.
Noi gli abbiamo dato una mano e per alcuni anni l'abbiamo tenuto a lavorare presso la nostra sede di Mogadiscio.
MARCO BENASSI. Erano i primi tempi. Era il periodo in cui si collaborava con Gianfranco Stefani e con gli altri. Quindi, se non vado errato (scusatemi, ma la mia memoria è un po' ballerina), dovrebbe essere stato in quegli anni, 1994, 1995 e 1996. Dopo abbiamo chiuso, purtroppo, non bene con lui perché, un po' per l'età...
PRESIDENTE. Quanti anni aveva?
MARCO BENASSI. Allora era già anziano, aveva già tra i settanta e gli ottant'anni. Però, è stata una persona che ci ha aiutato moltissimo nella lettura della realtà locale. La nostra era una nuova ONG, che si era spinta in quegli anni in Somalia, e la sua esperienza, come conoscenza della realtà locale, ci è servita moltissimo.
PRESIDENTE. Lei sa dove si trova attualmente?
MARCO BENASSI. L'ultima volta che lo abbiamo contattato era a Roma. Poi, dopo, non ho più avuto notizie.
PRESIDENTE. Senesi le ha mai riferito di aver mai incontrato o conosciuto Ilaria Alpi?
MARCO BENASSI. No. L'unica persona che so che incontrava Ilaria Alpi era il nostro responsabile, che era Alberto Fait, ma si trattava di rapporti molto informali, nel senso che i rapporti con la stampa, o con le autorità locali, o con la nostra ambasciata, o con i responsabili militari, erano tenuti dal capo progetto che stava a Mogadiscio, cioè da Alberto Fait, ma non mi ha mai detto niente di particolare.
MARCO BENASSI. No, di Marino Senesi, no.
PRESIDENTE. Lei ha mai saputo direttamente, oppure ha appreso dal personale che la sua organizzazione aveva in Somalia, di traffici di armi, di rifiuti tossici, e del seppellimento di rifiuti tossici nel territorio della Somalia?
MARCO BENASSI. Guardi, le cose che mi hanno detto erano solo chiacchiere. Vi erano persone che le avevano sentite, ma mai sono state testimoni di alcunché.
PRESIDENTE. Lei non ha mai conosciuto Ilaria Alpi?
PRESIDENTE. Ringrazio Marco Benassi e dichiaro concluso l'esame testimoniale.
La seduta termina alle 15,20.
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