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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'esame testimoniale del dottor Armando Rossitto, al quale faccio presente che egli è ascoltato nella qualità di testimone e quindi con le responsabilità connesse, sia con riferimento a dichiarazioni false, sia con riferimento alla mancata risposta alle domande che gli verranno poste.
Intanto, prego il teste di fornire le sue generalità.
ARMANDO ROSSITTO. Mi chiamo Armando Rossitto, sono nato ad Avola il 3 ottobre 1946; sono residente a Taranto, in via Pupino n. 2. All'epoca dei fatti ero ufficiale in servizio per la marina militare, responsabile del 25o gruppo navale con il grado di capitano di vascello. Attualmente, sono in riserva.
PRESIDENTE. Dottore, lei si trovava a bordo della Garibaldi nel marzo del 1994?
ARMANDO ROSSITTO. Affermativo.
PRESIDENTE. Come e quando fu allertato, a bordo della Garibaldi il 20 marzo 1994, con riferimento all'arrivo delle salme?
ARMANDO ROSSITTO. L'allerta avvenne tramite interfono con la comunicazione di allarme rosso sanitario, secondo uno schema codificato, che avevamo già predisposto come organizzazione; comunque, è un sistema classico o standard, in uso in tutte le organizzazioni: secondo le notizie ricevute a bordo, in base allo schema « giallo, verde e rosso», è scattato subito l'allarme di codice rosso, che significa partenza immediata del soccorso utilizzando anche la procedura di emergenza per quanto riguarda la componente elicotteristica.
PRESIDENTE. Da chi venne informato?
ARMANDO ROSSITTO. Sono stato informato per via interfono - siamo nel primissimo pomeriggio - e alla notizia dell'interfono, in automatico, tutto il gruppo operativo...
PRESIDENTE. Mi scusi, che intende per «interfono»? Vuol dire che c'è qualcuno che dà la comunicazione?
ARMANDO ROSSITTO. Significa che la centrale operativa, con l'ufficiale responsabile di guardia in quel momento, riceve la notizia e la comunica a tutta la nave. Sulla nave, secondo un sistema operativo già predisposto, ogni servizio si muove in base alla propria competenza: ciò significa, ad esempio, che il servizio elicotteri si fa trovare con l'elicottero pronto per il decollo, mentre il gruppo di medici ed
infermieri predisposto per questo tipo di servizio urgente si fa trovare pronto in sala operatoria.
PRESIDENTE. Lei quali disposizioni dette, in quell'occasione?
ARMANDO ROSSITTO. In quell'occasione, detti disposizione di andare subito in sala operatoria. Infatti, oltre ad essere responsabile, facevo anche parte di uno dei team chirurgici; quindi, raggiunsi la sala operatoria nell'area sanitaria della nave Garibaldi e detti disposizioni anche al secondo gruppo chirurgico - stanziato su nave San Giorgio - di raggiungere con elicottero la Garibaldi, visto che avevamo avuto notizia che si trattava di due soggetti infortunati.
PRESIDENTE. Chi andò con l'elicottero?
ARMANDO ROSSITTO. Con l'elicottero, dalla Garibaldi, partì il dottor Vigliano, allora capitano di corvetta, che era l'anestesista, il rianimatore del team, insieme ad un altro medico di cui adesso mi sfugge il nome.
ARMANDO ROSSITTO. Non credo. Era un medico dell'area di Augusta, che attualmente credo faccia servizio ad Ancona.
PRESIDENTE. Vediamo. Leggo dall'elenco del personale sanitario: Rossitto, Pietraforte, Vigliano, Anastasio, Tortora, Emanuele...
ARMANDO ROSSITTO. Sì, Emanuele. Ora ricordo, era il dottor Alessandro Emanuele.
PRESIDENTE. Chi altri c'era a bordo dell'elicottero? Le leggo gli altri nomi dall'elenco del personale sanitario: Managò, Gallucci, Volpicelli, Melis, Rizzetto, Cherchi e Basile.
ARMANDO ROSSITTO. Managò stava sulla Garibaldi e raggiunse la sala operatoria, in quanto faceva parte del team chirurgico. Tortora era l'altro anestesista. Gallucci credo che stesse sulla Garibaldi come componente dell'esercito. Melis era l'infermiere di sala operatoria che venne insieme a me e a Managò. Noi ci siamo preparati in sala operatoria, perché prevedevamo che ci sarebbe stato...
PRESIDENTE. Insomma, quale di questi medici era a bordo dell'elicottero?
ARMANDO ROSSITTO. A bordo dell'elicottero c'erano il dottor Vigliano e il dottor Emanuele.
PRESIDENTE. Durante il tragitto compiuto dall'elicottero, lei era in contatto radio con chi - dei medici o degli elicotteristi - era nell'elicottero?
ARMANDO ROSSITTO. Io personalmente no, però ricevevo notizie attraverso la centrale operativa di controllo della nave, dove era presente un medico - credo fosse il dottor Anastasio -, in quanto si era ritenuto, nella fase preparatoria, che ci dovesse essere un medico in centrale operativa, proprio per tradurre meglio gli elementi tecnici.
PRESIDENTE. Che notizie venivano dall'elicottero?
ARMANDO ROSSITTO. Le prime notizie che sono arrivate parlavano di due feriti gravi; poi, si è chiarito che si trattava di ferite al cranio - quindi, nel gergo, «rosso testa» - e infine, prima che l'elicottero atterrasse, arrivò la notizia che la ragazza era già spacciata e che si stava tentando qualcosa per il soggetto di sesso maschile, ovvero Miran Hrovatin.
PRESIDENTE. Preparaste la sala operatoria?
PRESIDENTE. Lei si è accertato di quali pratiche mediche furono effettuate al momento del primo soccorso, al porto vecchio?
ARMANDO ROSSITTO. No, di questo non ho nessuna notizia.
PRESIDENTE. Le fu riferito da qualcuno che cosa fu fatto, a livello di «primissimo» intervento? Dico «primissimo», tenendo conto che venivano dal luogo in cui i due giornalisti erano stati attinti da colpi di arma da fuoco.
ARMANDO ROSSITTO. Non ricordo se qualcuno dei medici mi abbia riferito qualcosa.
PRESIDENTE. Lei ha appena detto di ricordare che di Ilaria Alpi si diceva che era spacciata, mentre per Miran Hrovatin era in atto qualche manovra. Ricorda se possa essere stato l'inverso, ovvero che c'era la possibilità di fare qualcosa di buono per Ilaria Alpi, mentre per Hrovatin non c'era nulla da fare?
ARMANDO ROSSITTO. Ripeto, quello che è il mio ricordo - e su questo ho la certezza - è che fosse la ragazza. Io ho ricevuto tale notizia in sala operatoria, riferita da qualcuno che faceva da tramite: «La ragazza è spacciata, anche l'uomo, sembra» o forse: «Si sta tentando di fare qualcosa per l'uomo»; ecco, lo dico così come credo di averlo ricevuto.
PRESIDENTE. Che constatazioni fece, quando ebbe il primo contatto con Ilaria Alpi e Miran Hrovatin?
ARMANDO ROSSITTO. Quando sono arrivati, siccome ero in sala operatoria, attraverso il vetro seguivo, nell'area infermeria, i due malcapitati. La Alpi è stata messa subito da parte, perché era stata data per morta, chiaramente, mentre su Hrovatin si stava tentando di fare una rianimazione. Io subito...
PRESIDENTE. Quindi, non è vero che lei, appena vide Miran Hrovatin, disse che era morto, che non c'era più niente da fare?
ARMANDO ROSSITTO. Stavo dicendo proprio questo. Attraverso il vetro, ho valutato che forse era meglio che mi avvicinassi a vedere direttamente, per capire se potevo essere utile in fase preparatoria; allora, mi sono accorto che aveva una midriasi, già fissa, che ho comunicato ai colleghi, dicendo: «Fate, se credete di fare, ma guardate che ormai anche questo è spacciato».
PRESIDENTE. E invece, per Ilaria?
ARMANDO ROSSITTO. Ilaria sono andato, poi, a vederla e comunque era già morta: Ilaria è arrivata che era già morta.
PRESIDENTE. Non risulta a verità quello che invece sembrerebbe lei abbia dichiarato in un'altra occasione, ovvero che ebbe a constatare i segni di rigidità sul corpo di Ilaria Alpi soltanto al momento in cui ne fu fatto il rivestimento?
ARMANDO ROSSITTO. Guardi, adesso non ricordo bene. In fase di vestizione, probabilmente, un po' di rigidità c'era...
PRESIDENTE. Una rigidità al momento del rivestimento significa che non c'era prima, però.
ARMANDO ROSSITTO. Certo, perché io ho visto la Alpi...
PRESIDENTE. Quindi, tra le due situazioni - quella che riguardava Hrovatin e quella che riguardava Ilaria Alpi -, al momento in cui lei ha potuto fare le primissime constatazioni, si dava una Ilaria Alpi non ancora in fase di rigidità e Hrovatin, invece, sicuramente morto. Lei non ha avuto mai il dubbio che Ilaria Alpi fosse ancora viva, quando è arrivata?
ARMANDO ROSSITTO. Personalmente posso dire che, nel momento in cui mi sono occupato anch'io di Ilaria Alpi, era già morta.
PRESIDENTE. Furono fatte fotografie ai due corpi?
ARMANDO ROSSITTO. Sì, l'idea di fare le foto mi è venuta dopo l'osservazione del cadavere della Alpi. Vedendola piena di sangue negli indumenti e non avendola ancora scoperta, mi volli premurare di avere un elemento di base della situazione ispettiva rispetto al momento in cui - una volta denudata - mi aspettavo di constatare altre lesioni oltre a quelle del cranio. In effetti, quando l'ho scoperta, il corpo - tranne le mani - era indenne da lesioni. Le lesioni, dunque, erano tutte circoscritte alla sfera del cranio.
ARMANDO ROSSITTO. Sì. A quel punto, ritenni di fare le foto anche per Hrovatin, però egli era già stato - diciamo così - medicato e quindi era già denudato. Quindi, su Hrovatin non furono fatte, prima, le foto. Chiaramente, sul momento si pensava - o si tentava - di fare una rianimazione, quindi non si pensava alle foto. Ho voluto fare le foto: nel tempo - ho pensato -, a qualcuno che sarà chiamato a fare una valutazione di tipo peritale, probabilmente le foto potranno essere utili, soprattutto per quanto riguarda una corrispondenza tra macchie di sangue ed eventuali lesioni.
PRESIDENTE. Mi scusi se la interrompo, ma vorrei capire. Le foto si fanno prima a chi è rigido o a chi non è ancora rigido?
ARMANDO ROSSITTO. No, le foto le ho fatte nell'ambito di una constatazione di morte.
PRESIDENTE. Quindi, sia per la Alpi che per Hrovatin. È esatto?
ARMANDO ROSSITTO. Sì, ma per Hrovatin le ho fatte in un tempo successivo.
PRESIDENTE. Perché era già morto o perché pensava che potesse non essere morto? Mi scusi, ma non ho capito se la successione è dipesa dalla possibilità che Hrovatin potesse essere ancora vivo.
ARMANDO ROSSITTO. No, presidente, il problema delle foto è venuto fuori in un momento successivo: dal punto di vista medico, non mi ponevo il problema di fare le foto. Il problema di fare le foto scatta in un momento successivo, quando - dovendo relazionare all'autorità responsabile per territorio, in questo caso il comando di bordo - dovevo fare la comunicazione della constatazione di morte, con una causa di morte certa dovuta a ferita d'arma da fuoco, corroborata da eventuali elementi fotografici per l'uso che il comando di bordo ne potesse fare.
PRESIDENTE. E che fine hanno fatto queste foto?
ARMANDO ROSSITTO. Dunque, io chiesi di fare delle foto e ne chiesi anche a colori perché nella fattispecie - soprattutto per quanto riguarda i rilievi del cranio - la foto a colori poteva essere più indicativa.
In effetti, le foto in bianco e nero furono sviluppate direttamente a bordo, furono da me acquisite e furono fatte tre copie del referto: una per il comando di nave Garibaldi - in quanto ritenevo che il comandante della nave fosse l'autorità giuridica responsabile per territorio -, un'altra per il comando del gruppo navale, da cui io gerarchicamente dipendevo, e la terza documentazione per gli atti dell'infermeria, che a fine missione furono inscatolati e portati all'ispettorato di sanità.
Delle foto a colori non ho avuto più notizia.
PRESIDENTE. Le salme erano accompagnate da queste foto oppure no?
PRESIDENTE. Le fornisco un dato: la DIGOS di Roma ottiene le fotografie soltanto nel maggio 1996, attraverso i carabinieri per la marina. Perché nel maggio 1996? Nel frattempo, dove erano state collocate?
ARMANDO ROSSITTO. Le foto - almeno, quelle che ho fatto fare io e che ho consegnato ai rispettivi comandi -, per quanto riguarda la sanità, sono sempre state all'ispettorato di sanità; sono state lì fino al momento in cui il comando della marina ha chiesto all'ispettorato di sanità - dove allora il dottor Anastasio faceva servizio - se avessero documenti in merito alla vicenda. Tra l'altro, il comando della marina mi chiamò e mi chiese se avessi documentazioni. Io ripetei loro le stesse cose che ho testé già descritto, ovvero che le avevo indirizzato a quelle autorità, tra cui l'ispettorato di sanità, che fa da archivio storico in casi del genere. Quindi, attraverso l'ispettorato di sanità, la marina le ha consegnate ai carabinieri.
PRESIDENTE. Ho capito. Comunque, alla DIGOS le fotografie arrivano soltanto nel maggio 1996, quindi dopo circa due anni e due mesi.
ARMANDO ROSSITTO. Di questo, non le so dire il motivo.
PRESIDENTE. Il commissario di bordo Battaglia ha riferito di aver preso visione di tali fotografie a bordo della Garibaldi diversi giorni dopo l'arrivo delle salme sulla nave, insieme ad altri ufficiali.
Le domando: non è strano che queste foto non siano state immediatamente trasmesse all'autorità giudiziaria e che comunque fossero liberamente consultabili da chiunque, durante il corso della navigazione?
ARMANDO ROSSITTO. Per quello che mi consta, le ho consegnate personalmente al comandante di bordo e al comandante del gruppo navale. Poi, cosa ne abbiano fatto, eccetera, non lo so.
PRESIDENTE. Quando i due corpi arrivarono a bordo, non sareste stati soltanto voi a fare fotografie e altro, ma c'erano cineoperatori, fotografi, eccetera: ha ricordo della presenza di cineoperatori e fotografi che ritraevano i corpi dei due giornalisti e, se sì, ne ricorda qualcuno?
ARMANDO ROSSITTO. Per quel che mi consta, in quel periodo c'era un viavai di giornalisti, qualche cineoperatore e...
PRESIDENTE. Non ricorda i nomi di nessuno?
ARMANDO ROSSITTO. No, i nomi, in particolare, no. Tra l'altro, c'era stato anche, per alcuni, l'ordine di lasciare Mogadiscio. C'era gente che entrava e veniva dall'infermeria. Noi lavoravamo, ogni tanto arrivava il comandante, c'era gente - anche di grado di elevato - che entrava e veniva, per cui non posso escludere che altre persone (fotografi ufficiali o non ufficiali, giornalisti ufficiali o non ufficiali) possano aver fatto altre foto.
PRESIDENTE. Non sa se siano state fatte delle foto e, se sì, che fine abbiano fatto?
ARMANDO ROSSITTO. No, a me non risulta che ne abbiano fatte.
PRESIDENTE. Nemmeno riprese cinematografiche?
ARMANDO ROSSITTO. Personalmente, non mi risulta, però consideri che io lavoro intorno ad un lettino d'infermeria, per cui se dietro c'è qualcuno che entra e fa una foto a mia insaputa, posso anche non vederlo.
PRESIDENTE. Conosce Teolo Moretti?
ARMANDO ROSSITTO. Dovrebbe essere, credo, una persona che abbiamo soccorso...
PRESIDENTE. Era il capitano della XXI Ottobre.
ARMANDO ROSSITTO. Sì, lo abbiamo soccorso per un'ischemia cardiaca, lo abbiamo tenuto non ricordo se tre o quattro giorni, poi lo abbiamo sbarcato a Mombasa.
PRESIDENTE. Ebbene, in quell'occasione faceste un soccorso con l'elicottero.
PRESIDENTE. Fu un soccorso piuttosto difficoltoso, vero?
ARMANDO ROSSITTO. Sì, anche perché le condizioni meteo-mare non erano delle più ideali, tant'è che il dottor Managò - fu lui ad andare insieme ad un altro medico, che non ricordo - rimase per qualche minuto in over, sulla scaletta.
PRESIDENTE. Ciò dimostra che eravate nella condizione di poter fare anche questo tipo di soccorso piuttosto complicato.
ARMANDO ROSSITTO. Sì, senz'altro.
PRESIDENTE. Com'è che lo stesso tipo di soccorso - o, comunque, soccorsi adeguati - non furono prestati sul luogo in cui fu perpetrato l'agguato ai danni dei due giornalisti? Lei ha avuto modo di parlare con il comandante della Garibaldi sia in occasione della notizia ricevuta, sia in tempi successivi, a proposito di questo - mi intenda, non voglio fare criminalizzazioni - mancato soccorso?
Certamente, un elemento che colpisce molto in questa vicenda è che, a parte le persone lì presenti, ritratte dal materiale fotografico di repertorio, non c'è stata l'anima di un'autorità pubblica (nonostante la vicina presenza di forze dell'ordine) che si sia presentata sul posto. Il che pone ancora oggi gravissimi problemi in termini di ricostruzione dei fatti: non è stata fatta una rilevazione, o un sequestro, o una raccolta di materiali che oggi avrebbero potuto rendere un grande contributo alla chiarificazione dei fatti. Ma, soprattutto, non c'è stato quel soccorso che - non so in che termini ciò possa esser detto - si fa anche nei casi più disperati e che, talvolta, può sortire effetti positivi. Com'è che nessuno si è mosso?
ARMANDO ROSSITTO. Per quel che mi consta, eravamo già abituati a fare pronto soccorso...
PRESIDENTE. Avete mandato l'elicottero al porto vecchio?
ARMANDO ROSSITTO. No, già prima, nei giorni precedenti, avevamo...
PRESIDENTE. Parlo della vicenda accaduta ai due giornalisti. Com'è che nessuno si è preoccupato? Avete avuto la notizia tardi? L'avete avuta soltanto quando loro sono arrivati a porto vecchio? Non credo, perché se avete mandato l'elicottero, visto che al porto vecchio ci si è arrivati con la macchina e ci è voluto del tempo, sicuramente qualcuno vi avrà avvertito - anzi, lo sappiamo con certezza. Le chiedo, insomma, se può ricostruire il clima che c'era sulla Garibaldi.
ARMANDO ROSSITTO. Presidente, le posso fornire le notizie di cui sono certo. Le notizie che so con certezza sono quelle che derivano da quell'allarme dato per interfono.
PRESIDENTE. Lei ha visto i due cadaveri, o le due persone, che poi sono diventate cadaveri. Da medico, è in grado di dire se un soccorso tempestivo sarebbe stato in grado di sottrarli alla morte, almeno uno dei due?
ARMANDO ROSSITTO. Diciamo che un soccorso tempestivo sicuramente avrebbe potuto, magari, mantenerli in vita, in un tentativo di rianimazione: intendo
dire mantenere in vita le funzioni cardiocircolatorie, pur essendo comunque le lesioni - almeno, per quello che mi è sembrato di constatare - sicuramente del tipo mortale, dal punto di vista statistico; per la sede in cui si trovavano, diciamo che in linea di massima si può fare ben poco.
PRESIDENTE. Lei ha dichiarato di aver visto dei segni di annerimento sulle mani di Ilaria Alpi, ma ha anche dichiarato di poter escludere con certezza che si fosse trattato di colpi sparati a bruciapelo. È una convinzione che lei ha maturato allora? Ancora oggi, la confermerebbe?
ARMANDO ROSSITTO. La certezza della distanza non l'avevo allora e non riesco ad averla nemmeno adesso...
PRESIDENTE. Io le ho chiesto del colpo a contatto. Le ho chiesto del colpo a bruciapelo, di cui lei ha fatto espressa esclusione.
ARMANDO ROSSITTO. C'erano alcuni elementi che possono far escludere il colpo a bruciapelo; almeno, dal punto di vista del foro di entrata, non mi sembrò che vi fossero dei segni tipici del colpo sparato a bruciapelo. Però, c'era l'annerimento delle mani. Per questo, la descrizione e la documentazione fotografica servono proprio ad integrare la sensazione individuale di tipo peritale.
PRESIDENTE. Non ho capito; mi può spiegare?
ARMANDO ROSSITTO. La certezza che fosse un colpo sparato a bruciapelo o a 50 centimetri o ad un metro o a due metri di distanza, io non ce l'ho.
PRESIDENTE. Ma lei ha escluso che fosse a bruciapelo.
ARMANDO ROSSITTO. Escluso al 100 per cento, non mi sembra, a meno che non abbiano raccolto... È una determinazione peritale, questa.
PRESIDENTE. Per quanto riguarda le valutazioni sul foro d'ingresso - leggo - ricordo che non furono riscontrati elementi in grado di stabilire da che distanza fu esploso il colpo che uccise la Alpi. Non fu possibile eseguire un'analisi più accurata perché c'erano molti capelli e tanto sangue coagulato. La presenza delle bruciature sui polpastrelli potrebbe essere giustificata da un gesto di protezione della testa, ma anche questa è un'ipotesi. Anche sul corpo di Miran Hrovatin le ferite non presentavano i tipici segni del colpo d'arma da fuoco sparato a bruciapelo (il cosiddetto tatuaggio).
Questa è una dichiarazione che lei rende alla Commissione Gallo in data 16 dicembre 1997. Come spiega quest'affermazione?
ARMANDO ROSSITTO. Forse, nel riassumere, si è dato un significato al di là di quelle che erano le mie parole, perché era difficile accertare la distanza, e anche perché si trattava di avere elementi più precisi dell'arma e altro. Ricordo che con i colleghi si discusse se potevano essere considerate lesioni sparate a bruciapelo, però non essendoci alcuni elementi tipici, ritenni fosse preferibile parlare di descrizione e basta.
PRESIDENTE. Per esempio, lei parla di foro d'entrata stellato. Che cosa significa?
ARMANDO ROSSITTO. È il tipico foro di un'arma da fuoco, che ha una certa irregolarità, ed è tipico in genere di una distanza non molto lontana.
PRESIDENTE. Non molto lontana... ma di arma corta o arma lunga?
ARMANDO ROSSITTO. Non glielo so dire.
PRESIDENTE. Comunque, sono valutazioni che non ha fatto?
ARMANDO ROSSITTO. Sono valutazioni che non ho fatto.
PRESIDENTE. I documenti che hanno accompagnato le salme (e tutto il resto) sulla Garibaldi, come sono stati trasmessi? A chi sono stati trasmessi? Quali modalità avete seguito? Furono chiusi in una busta, o in due buste? Lei lo ricorda?
ARMANDO ROSSITTO. I documenti da me dattiloscritti furono chiusi in busta, insieme alle foto.
PRESIDENTE. Che busta era? Che tipo di busta? Era una busta normale o aveva qualche caratteristica?
ARMANDO ROSSITTO. Erano le buste che avevamo in dotazione.
PRESIDENTE. Sono telate, che lei sappia?
PRESIDENTE. Sono normali? Furono sigillate?
ARMANDO ROSSITTO. In questo momento non lo ricordo. Credo che sia stato applicato un timbro tondo sulla chiusura.
PRESIDENTE. Chi ha preparato quelle buste? Lei?
ARMANDO ROSSITTO. Le ho preparate io.
PRESIDENTE. E normalmente, quando lei preparava queste buste contenenti i documenti (si trattava di due persone sicuramente uccise e quindi naturalmente con tutte le cautele che devono essere osservate), le sigillava?
ARMANDO ROSSITTO. Ho chiuso la busta con le foto.
PRESIDENTE. E a chi le ha date?
ARMANDO ROSSITTO. Le ho consegnate, insieme al referto, una al comandante, un'altra busta con il referto al comando del gruppo navale e l'altro referto l'abbiamo tenuto noi in infermeria. Un referto ha accompagnato la salma.
PRESIDENTE. Se non ci sono domande, ringraziamo il dottor Rossitto. Dichiaro concluso l'esame testimoniale.
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