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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'esame testimoniale di Giuseppe Bonavolontà, al quale faccio presente che è ascoltato nella forma della testimonianza e quindi con l'obbligo di dire la verità e di rispondere.
Le chiedo di declinare le sue generalità.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Giuseppe Bonavolontà, giornalista della RAI, nato a Roma il 29 luglio 1955 e residente a Sacrofano, provincia di Roma, in via Monte Solforoso, senza numero civico.
PRESIDENTE. Attualmente è ancora in servizio presso la RAI?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sissignore.
PRESIDENTE. Ricorda il viaggio che la portò da Roma a Luxor, il giorno in cui vi recaste in quella città per prendere in carico le salme di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Certamente, presidente.
PRESIDENTE. Eravate in delegazione? Chi era insieme con lei?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. È difficile dire tutti i nomi. Certamente c'erano il presidente della RAI, dottor Demattè, il direttore generale, Locatelli, il capo delle relazioni estere della RAI, Panchetti, e un rappresentante del Ministero degli affari esteri.
PRESIDENTE. Ricorda chi fosse?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo ricordo neanche fisicamente.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. C'era il vicedirettore del Tg3 Angelo Galantini, c'ero io con il mio operatore Renato Amico, c'erano un collega del Tg1, Massimo De Angelis, un collega del giornale radio RAI, Marcello Ugolini e altri giornalisti di cui non ricordo il nome.
PRESIDENTE. C'erano autorità dello Stato che lei ricordi o comunque di articolazioni dello Stato (Polizia o altro)?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Quello con cui siamo andati noi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Credo che fosse della Presidenza del Consiglio. Non era però un aereo militare.
PRESIDENTE. Un aereo del XXXI Stormo. Eravate solo voi della RAI, oltre alla persona del Ministero degli esteri, oppure c'erano anche altre persone, al di là del fatto che lei le ricordi con precisione?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ritengo che ci fossero altri giornalisti, però sinceramente non ricordo a quale testata appartenessero.
PRESIDENTE. Personalità della Polizia, dei servizi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Che io sappia, no.
PRESIDENTE. Quando siete partiti per Luxor?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. La mattina del 21 marzo. Io venivo da Palermo, perché ero alla chiusura della campagna elettorale del Presidente Berlusconi, e partii immediatamente.
PRESIDENTE. Sull'aereo c'era Giubilo?
PRESIDENTE. Si è occupato dei bagagli di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin a Luxor?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. A Luxor, in prima persona, non mi sono occupato dei bagagli. C'era il direttore generale della RAI che decideva le cose. Io, insieme ad altri colleghi, eravamo intorno ai bagagli quando c'è stato il trasferimento e, come ho riferito in diverse occasioni, i bagagli di Miran Hrovatin dovevano essere stivati avanti perché proseguivano per Trieste, ma su alcuni non si era sicuri che fossero suoi, per cui ricordo che un paio furono aperti in quell'occasione.
PRESIDENTE. Andiamo con ordine. Chi dette disposizioni su cosa fare dei bagagli di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Certamente non io. Ritengo il direttore generale della RAI.
PRESIDENTE. Locatelli dette disposizioni su cosa fare. Lei era presente quando dette queste disposizioni?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Eravamo tutti insieme.
PRESIDENTE. Può dire con precisione, per quanto possibile, che disposizioni dette Locatelli circa i bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non posso dirlo con esattezza. Ricordo che c'era il problema che i bagagli di Miran Hrovatin dovevano essere stivati avanti.
PRESIDENTE. Dove stavano i bagagli quando Locatelli dette le disposizioni?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Eravamo tutti intorno alla piattaforma in cui c'erano i bagagli.
PRESIDENTE. Fu detto di prenderli e portarli via?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, era solo un trasferimento da un aereo all'altro.
PRESIDENTE. Il trasferimento dall'aereo in cui si trovavano in un altro aereo. Fu quindi precisato o si pose il problema di mettere avanti i bagagli di Hrovatin perché dovevano andare a Trieste.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Credo di sì. Credo che la richiesta a proposito dello stivaggio venne dall'equipaggio dell'aereo.
PRESIDENTE. Chi fu incaricato di fare quest'operazione? Lei?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non io personalmente. Eravamo tutti insieme.
PRESIDENTE. Quindi, l'avete fatto tutti insieme?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Materialmente no.
PRESIDENTE. Materialmente chi l'ha fatto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo.
PRESIDENTE. Ricorda se lei abbia partecipato alle operazioni materiali di trasbordo da un aereo all'altro?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Al trasbordo certamente no. È possibile che io abbia collaborato nel momento in cui un paio di bagagli sono stati aperti.
PRESIDENTE. Lei parla di bagagli aperti. Intanto, quando eravate sulla piattaforma i bagagli che avete visto come si presentavano: chiusi, legati, sigillati? Che cosa avete rilevato?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. I bagagli avevano dei sigilli.
PRESIDENTE. Tutti i bagagli avevano i sigilli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non posso metterci la mano sul fuoco.
PRESIDENTE. Che intende per «sigilli»?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Delle cordine con dei piombi.
PRESIDENTE. C'erano attaccate delle etichette, anche per distinguere quelli di Ilaria da quelli di Hrovatin? Come si distinguevano?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non credo proprio che ci fossero; infatti, proprio questo doveva essere il problema. Può darsi che ci fossero su qualcuno e su altri no.
PRESIDENTE. Lei, quindi, ha visto i sigilli che poi sono stati tolti.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non sono stati tolti. Ad un paio di bagagli...
PRESIDENTE. A un paio di bagagli sono stati tolti i sigilli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Penso di sì. Non a tutti. Il problema c'era su un paio di bagagli sui quali si era indecisi.
PRESIDENTE. Saprebbe descrivere i bagagli ai quali furono tolti i sigilli?
PRESIDENTE. I bagagli, quindi, erano piombati. Quando si svolgevano queste operazioni a Luxor, erano presenti autorità militari, di polizia, insomma organi pubblici?
PRESIDENTE. Eravate solo voi privati?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. C'era un rappresentante del Ministero degli esteri.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ripeto: non ricordo il nome. Poi c'eravamo noi della RAI.
PRESIDENTE. Quindi nessuno di polizia, carabinieri, aeronautica?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Che io ricordi, che abbia visto o conosciuto, no.
PRESIDENTE. Quindi, i bagagli erano sigillati e stavano lì.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. C'era il personale degli equipaggi dell'aereo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, erano dell'aeronautica.
PRESIDENTE. Vi siete domandati chi avesse posto i sigilli, chi avesse piombato gli spaghi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Io personalmente no.
PRESIDENTE. Quando avete deliberato...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Vorrei precisare che io non ho deliberato.
PRESIDENTE. Lei ha eseguito, d'accordo. Chi ha deliberato? Locatelli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Penso proprio di sì.
PRESIDENTE. E Locatelli che disse?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo esattamente. Ricordo che c'era il problema dello stivaggio, che credo venne posto dall'equipaggio, e decisero loro, che avevano in mano la situazione, di stivare tutti i bagagli di Hrovatin avanti. E su un paio si era indecisi circa l'appartenenza.
PRESIDENTE. L'ordine di rompere i sigilli fu dato da Locatelli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ritengo di sì. Non so chi altri potesse darlo: o Locatelli o il presidente della RAI.
PRESIDENTE. Erano insieme Locatelli e il presidente della RAI?
PRESIDENTE. Quando avviene la rottura dei sigilli? Sulla piattaforma dove stavate quando siete arrivati, oppure dopo che erano stati collocati sull'aereo che portava a Roma?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sulla pista.
PRESIDENTE. Le disposizioni date da Locatelli e da Demattè a chi erano rivolte? Chi procedette materialmente alla rottura dei sigilli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo chi procedette materialmente. Eravamo tutti insieme.
PRESIDENTE. Li avete aperti tutti insieme?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No. Non ricordo come avvenne la cosa materialmente. Ricordo il problema dello stivaggio.
PRESIDENTE. Quanti di voi potevano aprire...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. In teoria tutti.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Eravamo diversi.
PRESIDENTE. Anche Locatelli ha aperto i bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo ricordo.
PRESIDENTE. De Mattè ha aperto i bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo chi lo ha fatto materialmente.
PRESIDENTE. Chi potrebbe essere, oltre a lei? Chi altri poteva aprire i bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo.
ELETTRA DEIANA. Posso sapere quanti bagagli siano stati aperti?
PRESIDENTE. La risposta finora data, utile ai fini di un'implicita risposta all'onorevole Deiana, è che soltanto due bagagli sono stati aperti.
Oltre a lei, chi altri avrebbe potuto aprire i bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Tutte le persone che erano lì.
PRESIDENTE. Tolti Demattè e Locatelli, chi altro c'era della RAI?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. C'erano il capo delle relazioni estere, Panchetti, il vicedirittore del Tg3, Galantini...
PRESIDENTE. Quelli che ha indicato prima. Quindi lei non ricorda di avere aperto i sigilli, oppure non li ha proprio aperti?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. In quell'occasione non lo ricordo. C'era anche il personale degli equipaggi.
PRESIDENTE. Li hanno aperti gli equipaggi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ho detto questo. Ho detto che c'erano anche loro.
PRESIDENTE. Anche perché all'equipaggio non so cosa potesse interessare. Le dico subito che, da parte del dottor Giubilo che abbiamo sentito ieri, ci è stata indicata la ragione per la quale i bagagli furono aperti a Roma.
Furono tolti i sigilli: a che fine? La ragione fu soltanto quella di stabilire se si trattasse di bagagli di Miran o di Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo altro. Penso che fosse questa l'unica ragione.
PRESIDENTE. Ricorda se tra i bagagli aperti, i due ai quali lei ha fatto menzione, ve ne fosse uno o entrambi, in cui le etichette portavano i nomi di Ilaria e/o di Hrovatin?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi chiede se i bagagli aperti fossero etichettati con i nomi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Direi di no, però potrei non essermene accorto.
PRESIDENTE. Ha detto che si trattava di aerei dei servizi. Anche quello per Roma era dei servizi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, anche quello per Roma.
PRESIDENTE. Quello da Mombasa cos'era?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Credo un 522.
PRESIDENTE. Sulle modalità di apertura dei sigilli, nessuna autorità fece un'obiezione, mosse una perplessità?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Che tipo di autorità?
PRESIDENTE. Parlo di quelli che pilotavano gli aerei. Erano dei militari e potevano avere un minimo di cautela, essendo chiaro che trasportavano a Roma due assassinati.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Con me personalmente no.
PRESIDENTE. Quindi, nessuna obiezione. E qualche perplessità fu sollevata nei confronti degli altri astanti, non nei suoi confronti, ma magari degli stessi
Locatelli e Demattè, che sostenevano o dichiaravano che era opportuno aprire i bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non mi risulta.
PRESIDENTE. Durante il viaggio per Roma, dove furono collocati i bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Nella stiva.
PRESIDENTE. Era una stiva comune, o era dentro...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Era come quella degli aerei civili.
PRESIDENTE. Quindi nessuno poteva accedere ai bagagli.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Questo non fa parte delle mie conoscenze.
PRESIDENTE. Mentre si trovava sull'aereo che da Luxor la portava a Ciampino, ha avuto modo di notare due buste gialle?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ne ho sentito parlare, ma non ricordo niente in proposito. Ne ho sentito parlare successivamente: ho letto che c'erano i certificati medici.
PRESIDENTE. Documentò il viaggio di ritorno a Roma per la RAI, o soltanto per il telegiornale per il quale allora lavorava? Lei era un inviato?
PRESIDENTE. Per chi fece il servizio?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Per il Tg3. Non so se poi sia andato in onda in qualche altro telegiornale.
PRESIDENTE. Ricorda quando andò in onda?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. La mattina successiva.
PRESIDENTE. Cioè il 22. In quel servizio lei fa riferimento a referti medici. Le ricordo le sue parole «L'aeroplano vola e la mente corre, si ferma per leggere le sigle crudeli dei referti medici: due colpi secchi, un'esecuzione. È stata un'esecuzione; due pallottole e nessuna possibilità di scampo». Queste sono le parole che abbiamo tratto dal parlato del suo servizio. Ci può dire di che cosa si tratta? È una fantasia?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non credo.
PRESIDENTE. È una licenza giornalistica o è un fatto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. È un fatto. Non sono abituato a fare licenze giornalistiche. Dovrei cambiare mestiere.
PRESIDENTE. A noi è stato detto, ad esempio, che qualche volta i giornalisti parlano di «esecuzione», anche se non lo è, perché, a seconda dei momenti nei quali si fa il servizio, può rendere meglio, perché risponde meglio a ciò che pensa l'opinione pubblica.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi dispiace che dicano queste cose; non hanno una buona opinione dei giornalisti.
PRESIDENTE. A me spiace, ma è stato detto. Non è il caso suo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi dispiace che sia stato detto, perché significa che c'è qualcuno che lo pensa. E ciò evidenzia poco credito nei confronti della categoria.
Non mi ero mai posto questa domanda, che mi è stata posta al processo quando andai a deporre. Come dissi in quella occasione, sinceramente non ricordo. Non escludo nessuna ipotesi; non escludo che, durante il viaggio, qualcuno mi abbia detto che c'erano dei referti medici in cui si leggevano le cose che ho detto; come non
escludo che io abbia appreso la notizia relativa ai referti medici dalle agenzie di stampa trasmesse il 21 e che io, quando sono arrivato in RAI, praticamente all'alba del 22, dovevo avere certamente a disposizione. Dico questo perché in uno dei libri pubblicati dai miei colleghi, ho trovato citata un'agenzia di stampa che praticamente recita più o meno esattamente le parole che ho utilizzato io. Essendo un'agenzia di stampa credibile, in linea di massima, potrei avere attinto da quella fonte.
PRESIDENTE. Siccome il «non escludo che» vale anche per l'1 per cento, le domando: lei esclude in maniera sicura che, parlando di referti medici come fonte di questa sua ricostruzione, non abbia consultato o visionato...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Visionare personalmente, non credo. Non escludo che qualcuno me lo abbia detto.
PRESIDENTE. Durante il viaggio?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Potrebbe essere.
PRESIDENTE. Potrebbe essere che qualcuno, durante il viaggio, le abbia detto che dai referti medici risultavano due colpi secchi.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo posso escludere.
PRESIDENTE. Se non fosse così, cioè se non si fosse trattato di una notizia che lei ebbe durante il viaggio, l'altra eventualità è quella di avere riportato il contenuto di un comunicato stampa nel quale lei ha creduto.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Questa è una spiegazione che mi sono dato, perché, avendo scoperto che c'erano queste agenzie del 21, io sono arrivato in RAI all'alba, probabilmente verso le 3 o le 4 di mattina...
PRESIDENTE. «L'aeroplano vola e la mente corre, si ferma per leggere le sigle crudeli dei referti medici».
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Questa è la spiegazione che ho tentato di darmi: ho iniziato a scrivere il pezzo sull'aereo (questo lo ricordo) e ne ho scritto a penna una parte; quando sono arrivato in RAI, certamente l'ho trasferito nel sistema di scrittura RAI (Argo) e quindi l'ho battuto, prima di sonorizzarlo. In quella situazione sicuramente ho consultato le agenzie di stampa. Ho terminato di scrivere il pezzo in RAI e successivamente l'ho montato.
PRESIDENTE. Scusi se insisto: lo faccio con molta dolcezza. «La mente corre, si ferma per leggere le sigle crudeli dei referti medici». Se le parole hanno un senso, questo significa...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. ... che tutto deve essere avvenuto sull'aereo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Purtroppo questo non posso dirlo con esattezza.
PRESIDENTE. Allora lei ha scritto una cosa non vera?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, ho scritto che la mente corre, perché probabilmente faceva parte del mio processo di scrittura.
PRESIDENTE. Ho capito, ma «si ferma per leggere le sigle crudeli dei referti medici».
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non volevo dire che si è fermata esattamente in quel momento. Forse era un modo di dire; non era un'inesattezza.
PRESIDENTE. Io ho parlato di fantasia giornalistica: probabilmente ci siamo vicini.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, è un linguaggio.
PRESIDENTE. Linguaggio giornalistico. «Due colpi secchi» è un linguaggio?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, questo sicuramente l'ho appreso da qualcuno.
PRESIDENTE. Però qui abbiamo «Referti medici: due colpi secchi».
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Come faccio ad aver inventato i referti medici?
PRESIDENTE. Non può averli inventati.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non posso averli inventati. Ciò significa che posso avere scritto questa frase mentre ero già in RAI.
PRESIDENTE. Come se qualcuno le avesse detto «Ho letto i referti medici. C'è scritto: due colpi secchi».
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Come se io avessi letto su un'agenzia, che poi mi risulta ci fosse, che i primi referti medici parlavano di...
ELETTRA DEIANA. È una finzione letteraria.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Dire «La mente corre» è una questione di linguaggio. Non voglio escludere di avere appreso qualcosa sull'aereo, perché sinceramente non lo ricordo. Però, può essere anche che abbia appreso questi particolari una volta arrivato alla RAI e abbia inserito il discorso in questo modo. Non pensavo e non penso di aver detto una bugia.
PRESIDENTE. Quindi, lei esclude di aver visto i referti medici, o non lo esclude?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo di averli visti.
PRESIDENTE. Qualcuno dei servizi...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Che io sappia, non ho visto nessuno dei servizi.
PRESIDENTE. Lei parla anche di un'esecuzione senza scampo: che significa? «Due pallottole e nessuna possibilità di scampo»: quali sono gli elementi che lei ha acquisito in quelle 24 ore per poter giungere alla conclusione dell'esecuzione, che ha un significato ben preciso che si coniuga benissimo con i due colpi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. La conseguenza dei due colpi secchi è ovviamente un'esecuzione senza scampo. È la conseguenza logica.
PRESIDENTE. Due colpi secchi possono anche essere «scappati».
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Certo, però nella logica della cosa...
PRESIDENTE. Anche perché poi il colpo era uno solo. Forse si riferiva a quello a Hrovatin.
Nel servizio che lei ha mandato in onda il 22 marzo, era documentata anche la fase dei bagagli, la rottura dei sigilli, l'apertura, oppure questa parte non è stata ritenuta importante dal punto di vista della documentazione giornalistica?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi sembra di no.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi pare di no.
PRESIDENTE. Non le è sembrata importante o non l'ha fatta?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non mi è sembrata importante.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo so, non ero io che giravo.
PRESIDENTE. A Roma, ad aspettare Ilaria e Miran, oltre ai genitori, chi c'era della RAI?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Il mio direttore, Giubilo, la prima persona che vidi quando scesi dall'aereo.
PRESIDENTE. E chi altro? C'era Giovanna Botteri?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo ricordo.
PRESIDENTE. Chi altro ricorda?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. C'era Loche, c'era Rino Pellino, poi c'erano tanti colleghi, credo più o meno tutti.
PRESIDENTE. Con riferimento alle videocassette che furono prese dai bagagli - o da uno solo dei bagagli, questo ce lo dirà lei -, si è trattato di un'operazione che ha fatto lei?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Io sono stato incaricato da Giubilo di portare in RAI le cassette...
PRESIDENTE. Mi scusi. Quando siete arrivati all'aeroporto di Ciampino, oltre alle personalità della RAI - alcune delle quali lei ha ricordato - c'era qualche autorità italiana?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Presidente, io posi questa domanda a Giubilo...
PRESIDENTE. Lasci stare, andiamo per ordine: non c'erano poliziotti o carabinieri?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, ce n'erano tanti. C'erano sicuramente poliziotti e carabinieri, ma nessuno che si interessasse...
PRESIDENTE. Dei bagagli di Ilaria Alpi.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, assolutamente no.
PRESIDENTE. Dunque, lei ebbe da Giubilo l'incarico di prendere le videocassette. Lo ebbe solo da Giubilo, questo incarico?
PRESIDENTE. In quale momento le fu dato l'incarico di prendere le videocassette?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Poco dopo; appena arrivati, insomma. Dovevo andare in RAI a montare il servizio e Giubilo mi disse: «Bisogna portare le cassette in RAI, così verranno visionate e vedremo di utilizzarle».
PRESIDENTE. A montare quale servizio? Un servizio di Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, il mio servizio. Quello che avevamo girato lì.
PRESIDENTE. E che cosa c'entravano le videocassette che erano nei bagagli di Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Col mio servizio niente, assolutamente niente. Mi disse di portare in RAI il materiale della RAI, che poi consisteva nella cassette...
PRESIDENTE. Quale materiale della RAI? Le cassette di Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Certo, le cassette di Ilaria.
PRESIDENTE. Allora, rimaniamo su questo punto, altrimenti sembra che lei abbia portato le sue cassette.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, anche le mie, ovviamente.
PRESIDENTE. Certo, ma ci stiamo riferendo alle cassette di Ilaria. In quale momento - siamo all'aeroporto di Ciampino, non siamo più a Luxor, da dove siete partiti - Giubilo le diede questa disposizione?
Mi scusi se io mi appello, con molta umiltà, alla sua esperienza e alla sua intelligenza. Sono morte due persone. Le salme vengono trasportate da Luxor a Roma; per di più, lei parte da Luxor insieme alle salme. Quelle due persone non sono morte, come si suol dire, di freddo. Si deve per forza pensare che quella sarà una vicenda che, sia pure risolta in quattro battute, darà luogo ad un intervento giudiziario: appartiene alla normalità delle previsioni.
Allora, sappiamo tutti che in casi del genere - perfino nel caso di una contravvenzione stradale punibile con sanzioni penali - si sequestra tutto e di più, perché tutto deve essere fermato al momento in cui le cose si sono verificate. Quando lei riceve la disposizione del dottor Giubilo, che tra le mille cose da fare - tra le quali, forse, quella di rendere onore alle salme - si preoccupa di avere il materiale di Ilaria (guardi, questa è una cosa importante), non le è venuto per un attimo in mente di pensare: che stiamo facendo? Non stiamo facendo forse qualcosa che può essere pericoloso per l'accertamento della verità?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, io ho chiesto a Giubilo se si fosse rivolto a lui qualcuno della magistratura, della polizia, per controllare queste cose...
PRESIDENTE. Un attimo, dottore: ci spieghi bene questo passaggio, perché è la prima volta che lo ascoltiamo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Certo. Io chiesi al mio direttore se si fosse rivolto a lui qualcuno della magistratura o della polizia, insomma qualche autorità, per la consegna delle salme e di tutto quel che arrivava, ma nessuno si era rivolto a lui. Lui andò dai genitori di Ilaria ed io chiesi a Giubilo la cortesia, se dovevamo portare via il materiale della RAI...
PRESIDENTE. E Giubilo cosa le disse a proposito della magistratura?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Che non c'era nessuno, che nessuno gli si era rivolto; e la stessa cosa me la ripeté nel momento in cui, tornato dai genitori di Ilaria, gli chiesi la cortesia di avere con noi - se dovevamo portare via le cassette - qualche rappresentante della famiglia per poter aprire i bagagli, in quanto non ritenevo opportuno che li aprissimo noi, così. Giubilo convenne con me ela famiglia designò come persona di fiducia il collega Rino Pellino e una ragazza che io, lì per lì, non riconobbi, la quale è amica di Ilaria, che si chiama Rita...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, Rita Del Prete. Ma non l'ho riconosciuta lì per lì: ci tengo a precisarlo. Mi è stata ricordata successivamente. Con loro, alla presenza anche di Massimo Loche, aprimmo i bagagli; ce n'era uno che era...
PRESIDENTE. Mi scusi: quando siete partiti da Luxor avete tolto i sigilli da due bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, mi sembra un paio di bagagli.
PRESIDENTE. Quando avete tolto i sigilli, che cosa avete fatto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Niente, semplicemente sono stati stivati così come dovevano essere. È stato visto che cosa c'era e si è visto che erano, per esempio, di Ilaria.
PRESIDENTE. Quindi, le valigie sono state aperte.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, si è guardato dentro. La ragione era quella dello stivaggio.
PRESIDENTE. Allora, a Luxor sono state aperte le valigie, poi le avete richiuse. Pertanto, sono arrivate che erano già - per questa parte - senza sigilli.
PRESIDENTE. I bagagli che avete dissigillato a Roma sono bagagli diversi da quelli che avevate dissigillato a Luxor?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Erano tutti bagagli che ritenevamo appartenessero ad Ilaria, che erano stati scaricati a Luxor.
PRESIDENTE. E quelli che avete dissigillato a Roma?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo a chi appartenessero, quindi non posso dire se, quando sono stati scaricati, erano tutti quanti con i sigilli o se ce ne fossero anche uno o due senza sigilli.
PRESIDENTE. Però, lei non può aver tolto i sigilli a valigie o a bagagli ai quali fossero stati già tolti in precedenza.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, ce ne erano altri; sicuramente ce ne erano altri.
PRESIDENTE. Quindi, questi sigilli sono stati tolti a bagagli diversi da quelli che erano stati dissigillati a Luxor.
PRESIDENTE. Che cosa prese lei da questi bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Le cassette.
PRESIDENTE. Mi spiega quale bagaglio fosse?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non mi ricordo.
PRESIDENTE. Era una valigia? Una borsa? Che cos'era?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi sembra una borsa, però sinceramente...
PRESIDENTE. Quante cassette prese?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sei cassette.
PRESIDENTE. Ce ne erano delle altre?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Che io vidi, no. Che noi vedemmo, no.
PRESIDENTE. Dentro a quella borsa - o a quella valigia - c'erano soltanto queste sei cassette? Avete preso quelle e basta?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, assolutamente, soltanto quelle.
PRESIDENTE. Chi era presente a questa operazione che lei ha fatto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Rino Pellino, quella ragazza, certamente Loche e penso qualcun altro.
PRESIDENTE. Federico Pietranera era presente?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo ricordo.
PRESIDENTE. Di donne ne erano presenti? Forse la ragazza che ha detto prima?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. La ragazza che ho detto prima, sicuramente; se ce ne fossero altre non lo ricordo.
PRESIDENTE. Dove stavate quando avete fatto questa operazione? Sotto l'aereo?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, a lato dell'edificio di Ciampino.
PRESIDENTE. Quindi, non avete fatto una scelta delle cassette da prendere, ma avete preso tutto quello che avete trovato.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Tutte le cassette che abbiamo visto, le abbiamo prese.
PRESIDENTE. Solo in quel bagaglio o anche in altri bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo se le abbiamo prese solo da un bagaglio o se erano in più bagagli; sinceramente non ricordo.
PRESIDENTE. Però, avete portato via tutte le cassette che c'erano. Esatto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, erano quelle cassette; e quelle cassette io ho portato in RAI.
PRESIDENTE. Però, potrebbe darsi che ne aveste trovate, per dire, tre in un bagaglio, due in un altro, e così via, oppure tutte e sei in un solo bagaglio, mentre in un altro non avete trovato nulla.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Questo non lo ricordo.
PRESIDENTE. Mi spiego meglio. Le alternative potrebbero essere: averle trovate sparse in più bagagli oppure in un solo bagaglio, mentre l'altro bagaglio - o gli altri bagagli - che avete dissigillato non presentava cassette all'interno.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Potrebbe essere, presidente.
PRESIDENTE. C'era Massimo Loche?
PRESIDENTE. Che disse? Fu lui a scegliere le cassette? Lei a chi ha consegnato le cassette?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Le ho portate in RAI, come eravamo d'accordo con Giubilo, nella sua stanza, perché Loche le visionasse la mattina successiva.
PRESIDENTE. Quindi, le ha praticamente messe a disposizione di Loche.
PRESIDENTE. E obiezioni non sono state fatte da nessuno? Non è che Loche disse, magari, di stare attenti, perché si trattava di cose che sarebbero potute servire successivamente?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No; poi, io sono andato a salutare i genitori di Ilaria e ho detto che sarei andato in RAI a portare le cassette, insieme a Giubilo.
PRESIDENTE. Di magistrati ce ne erano, sul posto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, assolutamente no; per lo meno, che io abbia visto o che si siano rivolti a me o a Giubilo.
PRESIDENTE. Lei ha preso - nel senso che abbiamo detto, cioè su indicazione di Giubilo - dalla borsa, o dal bagaglio che fosse, soltanto le cassette o anche qualche altra cosa?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Solo le cassette.
PRESIDENTE. Di bloc-notes ha mai sentito parlare?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Molto dopo.
PRESIDENTE. Che sa di questi bloc-notes? Sa dove stavano?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, assolutamente.
PRESIDENTE. Ricorda una Mandarina Duck in dotazione ad Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Vuole che sia sincero? Non so cosa sia una Mandarina Duck.
ROBERTA PINOTTI. È una marca; si tratta di zaini, di borse.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Lo so che è una marca, ma non ho idea...
PRESIDENTE. Noi l'abbiamo vista dalla fotografia. È uno zainetto. Ricorda, comunque, di bloc-notes lì presenti?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, di bloc-notes no, in quel momento assolutamente nulla. Se mi chiede della Mandarina Duck, sinceramente non so che tipo di valigia fosse.
PRESIDENTE. Le ho fatto questa domanda perché una sua collega, Gabriella Simoni, ci ha detto che quando presero gli effetti personali di Ilaria, nonché di Hrovatin - videoregistrando tutta l'operazione -, infilò i bloc-notes, in numero rilevante, nella Mandarina Duck di Ilaria. Lei, di questi taccuini non ha mai saputo niente?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non in quel momento e per molti giorni a venire, no.
PRESIDENTE. E successivamente, ha saputo qualcosa di quei taccuini? Li ha mai visti?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No. Tuttavia successivamente, quando dovevo partire per fare un servizio per conto della RAI sulla morte di Ilaria Alpi ed ero stato incaricato dall'allora capo del personale di tornare in Iraq, ho ricevuto alcune fotocopie di fogli di blocchetti, che mi servivano per individuare la situazione, da parte del collega Loche, che era il capo redattore.
PRESIDENTE. Glieli ha dati Loche, quindi.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Parlo di alcune fotocopie, di qualche foglio.
PRESIDENTE. Dunque, è presumibile che questi taccuini siano andati nelle mani - direttamente o indirettamente - di Loche.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Credo che li abbia avuti dalla famiglia.
PRESIDENTE. Deve sapere che ieri siamo andati a chiedere gli atti alla RAI e abbiamo appreso che una vostra collega, una vostra dipendente, da dieci anni tiene nei suoi cassetti materiali autografi di Ilaria Alpi. L'ha mai saputo?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Servizi registrati?
PRESIDENTE. No, materiale tipo bloc-notes e scritti. L'ha mai saputo?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, è la prima volta che lo sento.
PRESIDENTE. Anche noi l'abbiamo appreso per la prima volta.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi scusi, sono relativi al viaggio in Somalia o si tratta di cose del passato?
PRESIDENTE. Lo stabiliremo. Certamente c'è qualcosa che riguarda la Somalia, perché è dato conto di un viaggio a Gardo, la cui esistenza noi avevamo già accertato attraverso la visione di un filmato...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Un viaggio precedente, ovviamente.
PRESIDENTE. Non so se è precedente; se lei già ci dà la motivazione per stabilirlo...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, no, non ho elementi. L'unico elemento che posso dare a questo proposito è che la prima volta Ilaria venne in Somalia per sostituire me: questo accadde a Natale dell'anno precedente. Io stavo in Somalia già da un mese; all'epoca il direttore non
era Giubilo, era ancora Curzi, il quale mi chiamò per dirmi che pensava che ero stanco, che sarei rimasto lì per Natale e che, per capodanno, sarei tornato a casa. Io gli chiesi chi avrebbe mandato e lui rispose che si sarebbe trattato di Ilaria. Per cortesia - mi disse - stai qualche giorno insieme ad Ilaria; credo che fosse la prima volta che Ilaria viaggiava in Somalia.
PRESIDENTE. In quella circostanza, Ilaria le riferì di qualche suo particolare interesse di carattere investigativo-giornalistico verso la Somalia? Le confidò qualcosa del genere nel periodo in cui - su indicazione di Curzi - lei aveva il compito di ammaestrarla, di darle qualche consiglio? Le disse che aveva in testa qualcosa? Le fece qualche confidenza?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sa, i giornalisti sono curiosi in modo particolare; inoltre, hanno molte passioni. Ilaria aveva dalla sua anche il fatto di essere una persona molto giovane, per cui aveva molti entusiasmi e molta voglia di fare. Aveva una grande passione per l'Africa in generale; aveva studiato arabo, quindi aveva il desiderio, il gusto di esprimere professionalmente le sue conoscenze.
Tuttavia, relativamente all'unica occasione in cui io sono stato con Ilaria, non ricordo qualcosa in particolare. Ilaria era molto sensibile al tema delle donne, specialmente alla condizione femminile nei paesi islamici, però non ricordo fatti particolari.
PRESIDENTE. Torniamo ai taccuini che le vengono dati in copia - parzialmente, è ovvio - dal dottor Massimo Loche.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Erano fogli.
PRESIDENTE. Che cosa contenevano quei fogli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non me lo ricordo. Tuttavia, non erano cose dalle quali trassi alcun elemento, devo dire.
PRESIDENTE. Quando li ha avuti?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Prima di partire per il viaggio che feci una ventina di giorni dopo.
PRESIDENTE. Che le fu commissionato da Giubilo, se non sbaglio.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Da Giubilo e dall'allora capo del personale Celli.
PRESIDENTE. Loche non le ha mai detto come fosse venuto in possesso degli originali dai quali poi trasse le fotocopie che le consegnò?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Credo proprio dalla famiglia.
PRESIDENTE. Di queste cose lei si è - diciamo così - tranquillamente fidato? Non ha potuto accertare se questi materiali siano effettivamente pervenuti in maniera casuale? Non sappiamo, infatti, come siano usciti da quella borsa della Mandarina Duck di cui abbiamo parlato. La cosa certa è che i taccuini stavano lì dentro, perché ce li ha messi Gabriella Simoni, ma come ne siano usciti non lo abbiamo ancora accertato. Lei su queste cose non ha fatto accertamenti?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, presidente.
PRESIDENTE. I genitori di Ilaria le hanno mai detto qualcosa al riguardo? Ha mai parlato con i genitori di Ilaria Alpi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, ma successivamente.
PRESIDENTE. Le hanno mai detto di aver avuto in consegna o di aver trovato, dentro la Mandarina Duck o in qualsiasi altro bagaglio contenente effetti personali, questi taccuini di Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non a me, non credo.
PRESIDENTE. Non ne avete mai parlato?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non mi sembra. Comunque, devo dire che non attribuii molta importanza a quel materiale che Loche mi dette, al quale mi riferisco.
PRESIDENTE. Quando ha saputo dell'uccisione di Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Quando ero a Palermo, avevo appena incontrato il Presidente Berlusconi...
PRESIDENTE. Il giorno dell'omicidio?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, mi telefonarono immediatamente da Roma. Ricordo che stavo mangiando un panino.
PRESIDENTE. A che titolo lei fu destinatario dell'incarico di andare a seguire il rientro delle salme? Tale incarico apparteneva al suo lavoro, per le esperienze maturate in Somalia, visto che vi era stato più volte, oppure per i rapporti che aveva con Ilaria? Era in rapporti di amicizia con Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ero in rapporti di amicizia, ma non credo che questo sia il motivo. Questa domanda, forse, dovrebbe farla al mio direttore.
PRESIDENTE. Per ragioni professionali, quindi.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ritengo di sì. Comunque, non ero in rapporti di particolare amicizia con Ilaria. Di amicizia, certamente, comunque eravamo colleghi: qualche volta, ad esempio, abbiamo anche mangiato insieme.
PRESIDENTE. Lei sapeva dell'intervista che Ilaria Alpi aveva fatto al sultano di Bosaso e, comunque, del servizio che aveva fatto a Bosaso durante il periodo in cui si trovava in Somalia e che avrebbe dovuto mandare in onda il giorno in cui è stata uccisa? Infatti, secondo i programmi, il servizio avrebbe dovuto essere irradiato il 20 marzo. Sapeva nulla di questo servizio?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. L'ho saputo quando l'ho visto in onda.
PRESIDENTE. Quindi, non sapeva nulla.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non ero a Roma, per cui non potevo avere questi elementi di conoscenza.
PRESIDENTE. L'incarico che le fu dato - quando andò a Luxor - fu solo di fare il servizio sul rientro oppure anche qualche accertamento sui fatti, per cercare di capire come fossero andate le cose?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. L'incarico che mi fu dato fu quello di fare il servizio.
PRESIDENTE. Un servizio, non delle indagini.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ovviamente, nel servizio c'è anche quel minimo di attenzione a quello che può essersi verificato.
PRESIDENTE. E questo incarico le fu dato da Giubilo?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, ma credo senza precisare. Sono cose un po' implicite nel nostro lavoro.
PRESIDENTE. Dunque, prima di andare avanti le mostriamo una foto dell'interno dell'aereo dove era Ilaria, in cui si vedono i bagagli: è la fotografia numero 1 della sezione rilievi tecnici del nucleo operativo dei Carabinieri di Roma, estratta dal filmato fatto in quella circostanza. Le mostro anche il momento dell'arrivo dei bagagli: sono sulla piattaforma di partenza. Si tratta dell'aereo con cui loro stanno partendo. Riconosce questi bagagli come quelli che avete visto durante le operazioni di eliminazione dei sigilli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. L'unica cosa che posso dire, a proposito di questi bagagli, è che quelle prime due borse blu dovrebbero essere le classiche borse che portano le telecamere, il materiale tecnico. Altro non ho assolutamente da dire.
PRESIDENTE. E questi altri bagagli, ricorda se fossero presenti?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, assolutamente, non ho nessun ricordo in proposito. Della forma dei bagagli non ho, al momento, ricordo. I primi due fanno parte di un materiale tecnico che può appartenere a chiunque, sia chiaro.
PRESIDENTE. Di questi altri bagagli lei non ha notizia? La prego di guardare questa foto, questi sono i bagagli di Ilaria. Li ricorda?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, assolutamente.
PRESIDENTE. Ricorda l'esistenza di tutti questi bagagli? Erano tanti, mi sembra.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, erano abbastanza, però non so dire se siano questi oppure no, assolutamente, non mi ricordo.
PRESIDENTE. Lei ci ha spiegato il motivo per cui Ilaria andò in Somalia, non dico al posto suo, ma in successione rispetto a lei.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Diciamo «per permettermi di partire».
PRESIDENTE. Lei, quindi, è stato più volte in Somalia. Come organizzavate la partenza, prima di tutto e soprattutto sul piano della garanzia della sicurezza personale? Mi riferisco, in particolare, all'apprestamento delle scorte, che erano assolutamente indispensabili, almeno per quello che abbiamo appreso durante i nostri lavori.
Chi decideva questi aspetti? Chi stanziava le somme? Ricorda qualche particolare, con riferimento al viaggio nel quale Ilaria trovò la morte? In specie, ricorda se vi fossero particolari difficoltà economiche, per cui si dovette - diciamo così - adattare a scorte di minore consistenza? Che cosa sa in proposito?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Tutte le volte che sono andato in Somalia, ho usato una nutrita scorta, in particolare nel viaggio successivo alla morte di Ilaria, e ho sempre autonomamente deciso come dovesse essere composta e da chi. Questo per dire che ognuno di noi si regolava secondo i propri criteri.
A proposito del viaggio di Ilaria - ma questa è una conoscenza successiva, perché ha fatto parte di una piccola, anzi di una triste polemica all'interno dell'azienda -, era noto in quel periodo il problema degli inviati. C'erano state anche alcune indagini circa le spese che gli inviati riportavano a casa. Forse per un effetto psicologico, che ritengo, ahimè, probabile, mi risulta - in quanto mi è stato detto e non ho nessuna cognizione diretta della cosa - che Ilaria fosse partita con una cifra molto limitata; molto limitata rispetto ai costi sempre più alti delle scorte, specialmente in quel momento.
PRESIDENTE. Tant'è che ci fu qualcuno che non ci volle andare, proprio per i pericoli nei confronti dell'incolumità personale; si fece ricorso ad esempio a Miran Hrovatin, in quanto un altro operatore si era rifiutato di andare.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, un operatore che, tra l'altro, poi ha viaggiato con me.
PRESIDENTE. Chi era competente a decidere queste cose? Giubilo? Loche?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. A decidere cosa?
PRESIDENTE. Gli stanziamenti ai fini della sicurezza, delle spese di viaggio, e via dicendo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Il giornalista aveva una certa autonomia, nel senso che nessuno gli imponeva...
PRESIDENTE. Non c'era un budget fisso?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No. Poi, ovviamente, lo stanziamento veniva effettuato attraverso la direzione del giornale e l'ufficio del personale.
PRESIDENTE. Lei ha conosciuto Giancarlo Marocchino?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, certo.
PRESIDENTE. Ha alloggiato presso di lui?
PRESIDENTE. Chi era Marocchino?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Un essere umano...
PRESIDENTE. Questo lo vedremo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Questo è sicuro, la prego, non esageriamo...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. È una persona che viveva in Somalia.
PRESIDENTE. Lei sa che di Marocchino si dicono tante cose?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, sì, ho sentito tante cose...
PRESIDENTE. Ha mai sentito, ad esempio nelle indagini che lei ha svolto, del suo collegamento con servizi italiani? Mi riferisco, in particolare, al SISMI: ha mai sentito parlare di questo?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ne ho sentito molto dopo.
PRESIDENTE. E ha avuto modo di riscontrarlo?
PRESIDENTE. E ha mai sentito parlare di coinvolgimenti di Marocchino in attività illecite? Mi riferisco, in particolare, al traffico delle armi, ma anche al traffico di rifiuti tossici, nonché alla gestione della cooperazione.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Anche questo, molto dopo.
Relativamente alle armi, quello che posso dire è che Marocchino aveva in pratica un suo esercito, diciamo un suo piccolo esercito, a difesa dei propri mezzi, dei trasferimenti dei propri mezzi e della sua casa. Questa scorta, questa gente lavorava anche per conto di alcuni gruppi bananieri.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, dei traffici ho sentito successivamente. Io di traffici non ho, in quel periodo, avuto notizia.
PRESIDENTE. Siccome lei ha fatto un po' di indagini, un po' di inchieste...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ma io non ho fatto inchieste su Marocchino.
PRESIDENTE. Certo, e chi le fa? Non ne ha fatte nessuno, di inchieste su Marocchino! Intendevo dire, le è mai rimbalzata qualche notizia? Ha avuto qualche riscontro di queste voci correnti nel pubblico intorno al coinvolgimento di Marocchino? Sul quale, ovviamente, non si può dire assolutamente nulla, fino a che non è accertato, se sarà accertato.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Riscontri, obiettivamente no. Certo, è un personaggio particolare. Io non mi sentirei di escludere
nulla, né posso altrimenti confermare nulla. È un personaggio particolare, che vive all'estero da parecchi anni. Certamente, fa anche qualche cosa di non limpido, visto che ha tutti questi uomini armati intorno; a quei tempi, si alleava ora con l'uno, ora con l'altro signore della guerra: prima con Aidid, poi con...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, con il parente della moglie, ossia Ali Mahdi. Aveva trasferito, dopo una rottura con un suo socio, i suoi mezzi dalla parte di Ali Mahdi...
PRESIDENTE. E lei perché ci andava a dormire?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Perché non è che ci fossero altri posti, in quel periodo, perché...
PRESIDENTE. Ilaria non ci andava. Ilaria c'è andata una volta sola e non c'è andata più.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ilaria ci è andata una volta...
PRESIDENTE. Sì, poi non c'è andata più. Lei, invece, c'è andato più volte.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, ma molto precedentemente a Ilaria...
PRESIDENTE. Va bene, ma sempre Marocchino era.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. ...e poi, successivamente alla morte di Ilaria.
PRESIDENTE. È mai stato a Bosaso?
PRESIDENTE. Ricorda se, nei giorni precedenti alla morte di Ilaria, in RAI o presso la vostra testata si stesse in sciopero?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. In sciopero?
PRESIDENTE. Sì. Se lo ricorda?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Nei giorni immediatamente precedenti, io ero a Palermo.
PRESIDENTE. Quindi, non lo sa?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non me lo ricordo, sinceramente. Però, siccome ho fatto il servizio, escludo che il giorno precedente ci fosse uno sciopero.
PRESIDENTE. Ma da Giubilo abbiamo imparato che gli inviati non stanno mai in sciopero, praticamente.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Se stanno fuori, in trasferta, è un po' difficile, anche perché ci sarebbe qualche problema assicurativo notevole.
PRESIDENTE. Lei, poi, andò a Mogadiscio. Esatto?
PRESIDENTE. Dove fece l'inchiesta che le fu commissionata da Giubilo, o sbaglio?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Da Giubilo e dal capo del personale.
PRESIDENTE. Quale inchiesta doveva fare? Su che cosa, per accertare che cosa? Mi riferisco, ovviamente, a quello che ci interessa, ovvero l'agguato mortale.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. A quello, ovviamente, mi dovevo riferire. Decidemmo, anzi decise in particolare il capo del personale, che la scorta avrebbe dovuto essere numerosa e composta da più macchine - su mia proposta, ma su sua disposizione -, che dovevo evitare di muovermi il più possibile e che dovevo evitare di atterrare direttamente a Mogadiscio. Dal punto di vista dell'inchiesta, del servizio,
dovevo sentire l'autista e il ragazzo di scorta a Ilaria e tornare sul luogo dell'agguato.
PRESIDENTE. In quella circostanza, andò sempre da Marocchino a dormire?
PRESIDENTE. E che notizie le dette Marocchino?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Notizie sue personali?
PRESIDENTE. No, notizie sull'agguato. Noi, per esempio, abbiamo saputo che c'è stata un'intercettazione telefonica effettuata dalla procura di Asti, in cui Marocchino, parlando con un imprenditore, disse appunto di essere in grado di poter dare tutte le indicazioni sui mandanti e sugli esecutori dell'omicidio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin. Le faccio questo flash per dirle che l'essere stato ospite di Marocchino poteva essere una coincidenza molto utile per sapere qualche cosa di importante su questo omicidio, posto che, appunto, Marocchino fece quelle dichiarazioni nell'intercettazione che le ho ricordato. Oppure, sarebbe stata la cosa meno utile, o meno opportuna, a seconda delle circostanze.
Lei, dunque, alloggiò presso Marocchino, secondo le sue abitudini del passato. Allora, le chiedo: ha mai parlato con Marocchino dell'omicidio? Le ha mai detto qualcosa, se sapesse qualcosa?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sfortunatamente per me, presidente, grandi rivelazioni non ne ho avute da Marocchino in quell'occasione e tanto meno successivamente, perché poi non l'ho più visto. Lo intervistai - quell'intervista l'ho anche trasmessa - e mi sembra di ricordare che lui parlava di ipotesi molto vaghe, di una vendetta tra italiani o di un tentativo di sequestro. Però, non mi dette altri elementi particolari.
Posso dire, per quanto riguarda lui personalmente, che ci tenne a mostrarmi una lettera, mi sembra del comando americano, in cui si dichiarava che veniva riabilitato, dopo l'inchiesta ed anche, credo, un breve periodo di fermo, di detenzione che aveva subìto. Questo per dirmi che si sentiva a posto e che era molto contento di quel riconoscimento.
PRESIDENTE. Lei ebbe contatti con la polizia somala? Non so, davvero, se possiamo parlare di polizia somala.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Infatti: quale polizia? Quale Somalia?
PRESIDENTE. Quella dalla parte di Marocchino.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, intervistai il capo della polizia dalla parte di Ali Mahdi, in quel momento anche dalla parte di Marocchino, penso.
PRESIDENTE. La moglie non era una parente di Ali Mahdi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Una cugina, mi pare.
PRESIDENTE. Appunto, erano in famiglia.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Però, precedentemente lui non era con Ali Mahdi, questo me lo ricordo bene: lui era con Aidid.
PRESIDENTE. E cosa le disse questo capo della polizia? Intendo a proposito dell'omicidio, non di altre questioni.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Senta, ho trasmesso il servizio, ma sinceramente non mi ricordo. Non mi disse niente di sensazionale, ma ora non mi ricordo. Comunque, l'intervista la trasmisi.
PRESIDENTE. Le parlò di un tentativo di rapina non organizzato?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Può darsi; può darsi che in quel momento le cose sembrassero così.
PRESIDENTE. Lei ha avuto riscontri di questa impostazione, oppure no?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Successivamente a quell'inchiesta, non me ne sono più occupato.
PRESIDENTE. Parlò anche con l'autista e con la guardia del corpo di Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, c'è un episodio che ricordo e che mi ha colpito particolarmente, perché non è stato mai ben chiarito, che io sappia.
PRESIDENTE. Fu Marocchino che la portò dall'autista?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, andai sotto l'hotel dove aveva risieduto Ilaria, in quanto mi dissero che quelle persone stavano lì. Andai con la scorta che mi aveva dato Marocchino.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ma non mi ci portò personalmente lui, comunque.
PRESIDENTE. Ma fu lui a dire alla scorta di andare dove stava l'autista?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, insomma mi dissero che abitualmente stavano lì sotto; e c'erano sia l'autista sia il ragazzo di scorta.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ecco, avvenne un episodio - per quanto non del tutto chiaro, ora - che mi sembrò strano. Cominciai a fare delle domande, ancor prima di iniziare l'intervista, perché se fossi andato con il microfono c'era il rischio che mi dicessero subito «no». Dunque, cominciai a parlare con loro attraverso l'interprete e a fare qualche domanda. Una delle domande che ricordo di aver fatto fu: chi ha sparato per primo? Lì per lì mi sembrò di capire - poi, me lo confermò l'interprete - che il ragazzo dicesse di aver sparato lui per primo. Da lì iniziò, però, una specie di confabulazione nella lingua locale...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Tra loro e alcune persone che stavano lì intorno.
PRESIDENTE. In che senso, tra loro? Tra l'autista e la guardia del corpo?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, e con altre persone.
PRESIDENTE. Lui disse, quindi, di aver sparato per primo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, però quando io misi il microfono e lui accettò di parlare, mi disse che aveva sparato successivamente e che poi si era nascosto dietro il muro e che il fucile gli si era inceppato.
PRESIDENTE. Quindi, prima dice una cosa, poi ne dice un'altra.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, credo di sì, però non ero a microfono aperto e mi devo essere avvalso dell'interprete, perché non capisco la lingua.
PRESIDENTE. Lei, in questo servizio, parla di una sola pallottola, ma cambia la versione...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Questa, però, è la versione che dette l'autista.
PRESIDENTE. È l'ipotesi di una sola pallottola che colpisce prima Miran e poi Ilaria.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. È quello che disse l'autista.
PRESIDENTE. Praticamente, siccome è lui il primo ad aver sparato, la pallottola dovrebbe essere una.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non è l'autista. Stiamo parlando del ragazzo di scorta.
PRESIDENTE. Mi scusi, chi è che disse di aver sparato per primo?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Il ragazzo di scorta; la guardia del corpo, insomma.
PRESIDENTE. E il ragazzo di scorta stava dietro o stava davanti?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Alla macchina? Credo che stesse dietro, ma ora non ricordo con esattezza. Credo che stesse dietro. So che lui uscì dalla macchina - così ha raccontato - e che si nascose dietro il muro d'angolo e che gli si inceppò il fucile: questo è quel che ricordo.
PRESIDENTE. E l'autista, invece, che cosa le disse?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi ricordo che l'autista disse che, secondo lui, il proiettile doveva essere stato uno, che aveva trapassato Miran.
PRESIDENTE. Il proiettile che sarebbe stato sparato dalla guardia del corpo?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, per carità. È il proiettile sparato, ovviamente, dagli uomini dell'altra parte.
PRESIDENTE. Mi scusi: allora, l'autista non ha detto di avere sparato.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. A me no, non mi pare proprio. La guardia del corpo ha detto di aver sparato; lo ha detto in una fase iniziale. Poi, nell'intervista, la stessa guardia del corpo ha detto di aver sparato successivamente.
PRESIDENTE. Allora, praticamente, l'unico colpo che ha attinto Miran Hrovatin e Ilaria Alpi sarebbe stato quello degli aggressori.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. L'unico colpo andato a segno, perché - quando andammo a vedere - la macchina presentava numerosi proiettili: erano sette, otto, nove, erano numerosi buchi in diverse parti della vettura.
PRESIDENTE. La macchina che risulta dal suo servizio era quella sulla quale stava Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, le erano state tolte le foderine, tant'è che qualcuno - giustamente - pensò che potesse trattarsi di una macchina diversa. Poi, fu fatto un riscontro in RAI e il mio collega che si occupava di più delle indagini, si rese conto che si trattava della stessa vettura; non ho fatto io personalmente tale riscontro.
PRESIDENTE. Le riprese che sono state fatte subito dopo l'agguato, dalla televisione svizzera e dalla televisione ABC, mostrano chiaramente che il sedile davanti, dove era seduto Miran Hrovatin, non presenta fori di proiettile. Nel servizio fatto da lei, invece, il sedile davanti presenta fori di proiettile. Come spiega questa differenza?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo so, non so che rispondere. Posso pensare che le foderine, in questo, abbiano nascosto in qualche modo la cosa. Non saprei che dire. La macchina ritengo proprio che fosse la stessa.
PRESIDENTE. Chi l'ha detto che la macchina è la stessa?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Il riscontro fatto dai miei colleghi della RAI, che hanno notato che la vettura era la stessa. Io non ho fatto personalmente questo riscontro.
PRESIDENTE. Era questa la macchina (Mostra un documento)?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Come faccio a dirlo? Dovrei avere il numero di targa.
PRESIDENTE. Non ricorda.
Mostrata al teste l'auto che reca la scritta Somalia 61208 (la pagina non è indicata) del nucleo operativo carabinieri di Roma, dichiara di non essere in grado di riconoscerla.
Lei ha parlato mai con i signori Alpi dell'esito dei suoi accertamenti, in particolare laddove fosse vera questa ricostruzione? Tra l'altro non si tratterebbe più di un'esecuzione ma addirittura di un proiettile vagante che ha colpito occasionalmente i nostri Ilaria e Miran.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Occasionalmente non direi.
PRESIDENTE. Di fronte alla logica dell'esecuzione, certamente questo scenario è completamente diverso.
PRESIDENTE. L'aggressione senz'altro, l'attacco senz'altro, anche l'attentato, però non fu una cosa mirata nei confronti dell'uno e dell'altro, con colpi a contatto o comunque ravvicinati. Si tratterebbe di qualcosa di più estemporaneo.
Lei ne ha mai parlato con i coniugi Alpi?
PRESIDENTE. Che cosa le hanno detto a questo proposito?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non l'hanno presa molto bene; furono piuttosto infastiditi. Successivamente la mamma di Ilaria mi chiese di non occuparmi più del caso.
PRESIDENTE. Lei sa che il colonnello Fulvio Vezzalini, riferendo alla Commissione bicamerale sulla cooperazione che si interessò del caso, seppure non in primo piano come stiamo facendo noi, accreditò l'ipotesi del proiettile vagante?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non so chi sia. Però mi è venuto in mente un particolare: in quell'occasione andai dall'allora rappresentante dell'Italia a Mogadiscio, l'ambasciatore Scialoia, e chiesi anche a lui se sapesse qualcosa e se volesse parlare. Lui mi disse che non aveva elementi e che comunque non voleva assolutamente essere intervistato. Erano presenti alcune persone con lui.
PRESIDENTE. Quando parlò con l'uomo di scorta, le disse di che arma era dotato?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, aveva un fucile che credo di avere mostrato.
PRESIDENTE. Come ha trovato la macchina? Gliel'hanno portata davanti?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi ha portato l'autista: stava in una specie di cortile o garage.
PRESIDENTE. C'erano ancora i buchi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, li abbiamo ripresi.
PRESIDENTE. I buchi erano recenti, oppure presentavano segni di arrugginimento tali da far pensare il contrario? Fece questa rilevazione?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non me ne intendo.
PRESIDENTE. A chi apparteneva la macchina?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. La macchina non era nuova, per cui aveva diversi problemi evidenti.
PRESIDENTE. Durante questo servizio, chi incontrò a Mogadiscio? In particolare, incontrò Remigio Benni?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, e Vladimiro Odinzoff all'Hamana.
PRESIDENTE. Qualcuno le disse in questa circostanza che venne usata anche una pistola contro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo ricordo.
PRESIDENTE. Lei ha già parlato di questo fatto quando fu sentito dal dottor Pititto. In quella circostanza fece presente che questo particolare proveniva proprio da consapevolezze di Remigio Benni, che aveva lanciato con un'ansa...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. C'era un'ansa di Remigio che parlava di questo.
PRESIDENTE. Lei ha approfondito questo aspetto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non credo. Non ricordo se ne ho parlato con Remigio Benni.
PRESIDENTE. Però lo ha incontrato?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, ricordo di averlo incontrato.
PRESIDENTE. Come venne fuori, fra le varie ipotesi, quella della pistola?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sicuramente l'ha scritta Remigio ed io l'ho appresa, però non ricordo se ne ho parlato con lui.
PRESIDENTE. Ha riscontrato questa circostanza? Ne ha parlato con qualcuna delle persone che ha incontrato nel viaggio investigativo commissionatole dalla RAI? Ha parlato con qualcuno dell'eventualità dell'uso di una pistola?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo.
PRESIDENTE. Non le viene in mente niente? L'autista può aver parlato dell'uso di una pistola? L'uomo di scorta può aver parlato di una pistola?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non mi sembra.
PRESIDENTE. Marocchino può aver parlato di una pistola?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non mi sembra. Sinceramente non ricordo.
PRESIDENTE. Che cosa ha saputo con precisione di quello che fece Ilaria durante la sua permanenza in Somalia, come attività di carattere giornalistico?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ho saputo granché.
PRESIDENTE. Quanti giorni è stato in Somalia per fare questa inchiesta?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Pochi giorni.
PRESIDENTE. Quindi è stata una cosa un po' superficiale.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Anche perché le disposizioni erano che non mi dovevo muovere da Mogadiscio, per cui più di tanto non avrei potuto fare.
PRESIDENTE. Cosa può dirmi di Mugne?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non me ne sono mai occupato.
PRESIDENTE. Sapeva cosa fosse la Shifco?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. L'ho saputo successivamente.
PRESIDENTE. Dopo il servizio o prima?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Dopo il servizio.
PRESIDENTE. Prego, onorevole Bulgarelli.
MAURO BULGARELLI. Cerchi di fare uno sforzo di memoria: quanti giorni rimase in Somalia per questo servizio?
MAURO BULGARELLI. Cinque giorni?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Quattro o cinque giorni. Non credo di essere arrivato a dieci giorni.
MAURO BULGARELLI. Quante cassette si è portato per fare il servizio?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non porto io le cassette.
MAURO BULGARELLI. Comunque, quante cassette avevate con voi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Dovrebbe chiederlo all'operatore che venne con me. Io non conosco il numero delle cassette che ha portato.
MAURO BULGARELLI. Lei ha una grande esperienza!
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, ma non ho mai contato le cassette dell'operatore.
MAURO BULGARELLI. Ci risulta poco credibile, per il minimo di conoscenza del settore che abbiamo, il fatto che al ritorno siano state trovate solo sei cassette per un periodo di dieci giorni.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi sono fatto questa domanda, ma non ho alcuna risposta certa. Ho qualche mia piccola ipotesi, una delle quali è che nel bagaglio di Ilaria ci fossero le cassette girate e che invece le cassette dell'operatore siano tornate, magari ancora inscatolate, nei bagagli di Miran. Non c'è un numero fisso, perché molto dipende dal servizio, dal tipo di situazione in cui ci si trova; ci sono situazioni in cui si riesce a girare a malapena una cassetta in dieci giorni. In quel periodo in Somalia era molto rischioso uscire allo scoperto e girare immagini generiche che invece in una situazione normale è molto utile fare perché servono per avere maggiori possibilità di copertura delle notizie.
MAURO BULGARELLI. È anche vero che ufficialmente Ilaria era partita per fare tutt'altra cosa.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Di questo non so nulla. Ho sentito qualcosa successivamente.
MAURO BULGARELLI. Tornando al discorso dello stivaggio: siamo a Luxor e vengono aperti i primi bagagli. Quanti bagagli avete aperto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Credo un paio, non di più.
MAURO BULGARELLI. Che cosa differenziava, a parte le due sacche blu con materiale tecnico, i bagagli di Miran da quelli di Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Probabilmente il tipo di bagaglio; non c'era etichetta. Sinceramente non lo ricordo.
MAURO BULGARELLI. Non c'era etichetta?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Intendo dire che il tipo di bagaglio era anonimo e poteva appartenere all'una o all'altro. Quindi, non si sapeva a chi appartenessero. Poi credo che non fossero etichettati. Ma sinceramente non lo so.
MAURO BULGARELLI. Guardando le foto dei bagagli, forse solo lo zainetto della
Mandarina duck poteva essere identificato come di Ilaria, perché il resto dei bagagli era confondibile. Avete aperto le valigie o qualcos'altro?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Penso più borse che valigie, però sinceramente non lo ricordo.
MAURO BULGARELLI. A Ciampino sono stati aperti gli altri bagagli. Chi ha messo mano fisicamente all'interno dei bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Io, Rino Pellino... abbiamo preso le cassette.
MAURO BULGARELLI. Lei, Rino Pellino e poi?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo se ci fossero altri.
MAURO BULGARELLI. Già a Luxor avevate individuato le cassette dentro un bagaglio?
MAURO BULGARELLI. Quindi, ne avete aperti alcuni.
MAURO BULGARELLI. Con altre persone, però fisicamente è stato fatto da lei e da Rino Pellino. Giusto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, può darsi anche da qualcun altro. Certamente da me e Rino Pellino. Eravamo lì. Io ho portato via le cassette.
MAURO BULGARELLI. Ricorda la macchina fotografica? Quando cercavate le cassette, avete visto anche la macchina fotografica?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No. E dei bloc-notes non ne avevo sentito assolutamente parlare e non ci ho neppure pensato. Quindi, non ricordo di averli visti. Avevo il compito di portare via le cassette e ho fatto soltanto questo.
MAURO BULGARELLI. Lei sa che sono scomparsi per un periodo di alcuni mesi due fogli, che erano presumibilmente all'interno delle buste gialle, oppure in mezzo ai bagagli di Ilaria, e che poi furono resi da Demattè?
PRESIDENTE. Sì, i fogli insanguinati.
MAURO BULGARELLI. Non sa nulla di questa vicenda?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Me ne ha parlato il presidente l'altro giorno ed era la prima volta che sentivo una cosa del genere! Ho sentito parlare molto dei certificati successivamente, quando la cosa è diventata pubblica.
MAURO BULGARELLI. Quando lei è andato a Mogadiscio, sia precedentemente che nell'occasione della ricostruzione dell'incidente, si è sempre appoggiato a Marocchino?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, come punto di riferimento e certamente per quanto riguarda la scorta.
MAURO BULGARELLI. Scorta, mezzi: tutto ciò che voleva dire muoversi.
MAURO BULGARELLI. Lei ha detto prima che parlando con Marocchino di quello che era accaduto ad Ilaria è emersa l'ipotesi dell'agguato e della vendetta tra italiani. Cosa vuol dire?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sono parole di Marocchino.
MAURO BULGARELLI. Lei non ha chiesto cosa volesse dire «vendetta tra italiani»?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non mi ha detto niente di più. Lui faceva delle ipotesi. Con me Marocchino non ha mai mostrato di sapere qualcosa di particolare. Ha risposto alle mie domande in modo molto vago; non credo che mi abbia dato alcun elemento, oltre a quello che ricordo, cioè oltre a questa ipotesi che poi non era la sola in quanto parlava anche dell'ipotesi del sequestro.
MAURO BULGARELLI. Chi le ha indicato Marocchino la prima volta come punto di riferimento? Altri giornalisti RAI?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. La prima volta che andai in Somalia, il viaggio fu un po' azzardato; erano altri tempi e forse non ci sembrava che la situazione potesse diventare come poi è diventata. Andai in Somalia affittando un aeroplanino all'aeroporto Wilson. Ricordo che c'era un missionario italiano in Kenia - prima stava in Somalia - il quale mi disse che Aidid era a Baidoa, dove aveva preso il comando, e che c'era un segnale convenzionale (due giri intorno alla pista) col quale si poteva atterrare a Baidoa senza che sparassero. Io, forse azzardando, seguii il suggerimento; mi andò bene e intervistai Aidid. Poi andai a Mogadiscio dove non avevo punti di riferimento, però il missionario mi disse che c'era l'ospedale del SOS; mi recai da loro dove c'era un altoatesino, Will Huber, responsabile del SOS, che mi indirizzò a Marocchino, quando gli chiesi come potevo fare per muovermi; anche lui utilizzava le scorte di Marocchino.
MAURO BULGARELLI. Quando è andato in Somalia per ricostruire l'incidente, ha fatto delle verifiche sull'automobile, per essere certo che fosse la stessa?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, le hanno fatte successivamente i miei colleghi a Roma. Come facevo io a verificare che l'auto fosse la stessa lì sul posto?
MAURO BULGARELLI. Quando ha filmato l'auto, ha notato tracce di ruggine intorno ai fori?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Già ho detto che non sono un tecnico in questo senso; ho notato che l'auto era sufficientemente «sgarrupata»; la ruggine era abbastanza diffusa, ma non ricordo se ci fosse intorno ai fori di proiettile.
MAURO BULGARELLI. Ha avuto dubbi sulle dichiarazioni dell'autista in generale rispetto alle dinamiche? La sua idea rispetto a quello che era stato raccontato, indipendentemente dall'accaduto, quale era?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Per abitudine ho dubbi su tutto, però su questa vicenda l'unica cosa che posso fare è riportare ciò che le persone dicono perché purtroppo non ho altri elementi.
Durante il mio soggiorno a Mogadiscio, ad un certo punto, credo poco prima di partire, Marocchino mi disse che gli anziani - che non si sa da che parte stiano e chi rappresentino, probabilmente rappresentano una delle diecimila tribù e soprattutto i loro interessi - mi volevano incontrare. Venne così a casa di Marocchino un gruppo di signori anziani che mi fecero tanti discorsi dicendo che avrebbero punito i colpevoli, che avrebbero fatto di tutto perché la questione si risolvesse. Non avendomi dato alcun elemento concreto, non solo ho dubitato della cosa, ma non l'ho neanche riferita nel servizio.
MAURO BULGARELLI. Il direttore Giubilo poi affidò un'altra inchiesta giornalistica a Torrealta?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, fui io a suggerire a Giubilo il nome di Torrealta, che ci teneva molto a seguire la vicenda. Questo avvenne addirittura prima del mio viaggio. Concordammo - decise Giubilo - che Torrealta avrebbe seguito le indagini ed io avrei ricostruito l'agguato.
MAURO BULGARELLI. Che cosa della Somalia colpiva o interessava particolarmente Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. L'Africa le dava la possibilità di esprimersi nelle lingue e sulla cultura che aveva studiato e poi, come tante colleghe, era particolarmente sensibile al problema delle donne, dell'infibulazione.
MAURO BULGARELLI. Immagino che ne abbiate parlato voi colleghi in RAI?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Credo di averne parlato anche con Ilaria.
MAURO BULGARELLI. Sa qual è la cosa straordinaria? Usate tutti la stessa frase, nel senso che si potrebbe dire «era interessata a», «si occupava di», «mostrava particolare interesse per»; invece parlate di «una spiccata sensibilità», oppure dite «era molto sensibile al tema».
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi dispiace, ma evidentemente ci hanno omologato anche nel linguaggio.
PRESIDENTE. Prego, onorevole Pinotti.
ROBERTA PINOTTI. Vorrei ripercorre alcune delle cose che sono state dette perché non sono riuscita a ricostruirle bene. Una questione specifica che mi interessa capire maggiormente è quella dei bagagli. Torniamo all'inizio di questa lunga audizione quando lei ha detto che è possibile che a Luxor abbia collaborato all'apertura dei bagagli. Lei si è riferito al discorso dei sigilli?
ROBERTA PINOTTI. Mi rendo conto che è difficile, anche perché ciascuno ricorda alcune cose ed altre no: sono rimasta sorpresa dal fatto che lei abbia ricordato precisamente il momento in cui mangiava un panino a Palermo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ho detto un'imprecisione: era un arancino.
ROBERTA PINOTTI. Riesce ad essere un po' più preciso sul fatto che lei abbia strappato il cordino a Luxor?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ricordo con precisione che stavo mangiando un arancino perché il momento mi ha colpito in modo particolare: ho ricevuto la telefonata del collega da Roma.
Mi creda, ho tentato di ricordare quel particolare, ma più passa il tempo e meno ci riesco. È difficile ricordare momenti che sono stati anche molto rapidi e fatti non vissuti con tranquillità; tutto si è svolto in modo rapido ed anche confuso; eravamo tante persone. Non riesco a ricordare con esattezza cosa io personalmente abbia fatto.
A Roma è diverso, perché, con Rino Pellino e le altre persone che erano con noi, avevo l'incarico di portare via le cassette.
Se permettete, vorrei fare una precisazione: mi sembra che sono l'unico che ricorda il particolare dei sigilli, perché ho chiesto ai miei colleghi e nessuno lo ricorda.
ROBERTA PINOTTI. Lei ha detto che il problema per cui si è deciso di aprire due valigie e non altre riguardava il fatto che occorreva capire di chi fossero.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Questo è quello che mi hanno detto.
ROBERTA PINOTTI. Poi ha parlato dello stivaggio. Vorrei capire quale fosse il problema. Perché bisognava sapere quali fossero i bagagli di Ilaria?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. I bagagli e la bara di Miran dovevano sostare a Roma e andare a Trieste, mentre a Roma dovevano essere scaricati la bara e i bagagli di Ilaria. Il personale pose il problema dello stivaggio dei bagagli in modo da poter scaricare quelli di Ilaria senza dover spostare anche quelli di Miran.
ROBERTA PINOTTI. Quindi il problema della divisione era legato alla destinazione finale dei bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Questo è il mio ricordo.
ROBERTA PINOTTI. Veniamo ora a Roma e alla questione delle cassette. Lei ha detto che ha aperto un bagaglio, ha chiesto il permesso alla famiglia...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Io non ho chiesto il permesso, mi è stato detto di farlo. Ho chiesto la presenza di qualcuno della famiglia.
ROBERTA PINOTTI. Lei quindi apre il bagaglio per recuperare il materiale che deve portare in RAI.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi era stato detto di portare in RAI le cassette.
ROBERTA PINOTTI. Io pensavo che le cassette dovessero essere nei bagagli di Miran e non in quelli di Ilaria. Come mai, invece, si cercano nel bagaglio di Ilaria? È normale che l'operatore, dopo averle girate, le dia alla giornalista?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non posso dire che esistano delle regole su chi tiene le cassette. Immagino che Ilaria avesse le cassette perché doveva trasmettere il servizio successivamente. Questa, comunque, è una domanda che dovrebbe rivolgere non a me ma alle persone che hanno preparato i bagagli di Ilaria. L'unico compito che io avevo era quello di portare in RAI le cassette e gli unici bagagli con i quali abbiamo avuto a che fare sono stati quelli di Ilaria. Per questo ho fatto l'ipotesi che potessero esserci altre cassette nei bagagli di Miran Hrovatin, magari bianche. Non lo so, però ho fatto anche questa ipotesi. Non escludo che potessero esserci altre cassette nei bagagli che sono rimasti in aereo.
ROBERTA PINOTTI. Ricorda se il bagaglio che ha aperto, che era di Ilaria...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Abbiamo aperto tutti i bagagli di Ilaria.
ROBERTA PINOTTI. Come erano? Erano in disordine? Erano bagagli fatti in fretta? Oppure erano bagagli preparati in modo accurato?
PRESIDENTE. Come: avete aperto tutti i bagagli?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Di Ilaria.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Quelli scaricati sì.
PRESIDENTE. Quindi, avete dissigillato tutto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, i bagagli di Ilaria.
ELETTRA DEIANA. Può indicare il numero?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non conosco il numero esatto; erano diversi, non soltanto due.
ROBERTA PINOTTI. Un altro fatto che mi ha colpito è che la madre di Ilaria, nel racconto che ha fatto, ha detto che quando ha portato a casa i bagagli, li ha trovati in ordine, molto più in ordine di come li avrebbe fatti la figlia, mentre la moglie di Hrovatin ha detto che i bagagli erano disordinati. Vorrei capire come sia avvenuta la ricerca.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ricordo che ho preso le cassette e le ho portate in RAI. Non ricordo in che condizioni fossero i bagagli; non ricordo neanche esattamente il tipo di bagagli.
PRESIDENTE. L'unica persona che sapeva dove fossero le cassette era Gabriella Simoni.
ELETTRA DEIANA. Che non era sul'aereo.
PRESIDENTE. Quindi, può darsi che abbia comunicato a qualcuno dove fossero le cassette. Ma ora abbiamo appreso che tutti i bagagli sono stati aperti.
Prego, onorevole Deiana.
ELETTRA DEIANA. Lei ha girato il servizio a Luxor. Glielo ha chiesto Giubilo?
ELETTRA DEIANA. La richiesta è venuta direttamente dal dottor Giubilo, oppure lei ha dato la sua disponibilità a fare questo servizio?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Io sicuramente ho detto che ero a disposizione, se serviva qualcosa. Credo che qualsiasi collega abbia fatto la stessa cosa.
ELETTRA DEIANA. Lei ha dato la sua disponibilità e il dottor Giubilo le ha chiesto di fare il servizio?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ho dato la mia disponibilità a fare quel servizio; ho immediatamente chiamato la direzione del giornale e ho detto «Sono a disposizione per qualsiasi cosa». Credo che lo abbia fatto la maggior parte dei miei colleghi.
ELETTRA DEIANA. Lei ha parlato del suo primo viaggio in Somalia ricordando un'epoca in cui un viaggio simile era azzardato.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ho detto che io personalmente ho azzardato. Tutti i viaggi in queste direzioni del mondo sono azzardati.
ELETTRA DEIANA. Vorrei sapere se questo viaggio che lei ha azzardato sia avvenuto prima o dopo la caduta di Siad Barre.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Dopo. Quando il signore della guerra più in auge era il generale Aidid, autonominatosi tale.
ELETTRA DEIANA. In questo suo primo viaggio, ha avuto modo di conoscere Marocchino?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì. Ho sempre usato quelle scorte. Tra l'altro ho cercato di avere sempre le stesse persone, perché conoscendole si ha più fiducia.
ELETTRA DEIANA. Ha detto che andava sempre da Marocchino, nelle occasioni in cui è stato a Mogadiscio.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non è che siano state decine.
ELETTRA DEIANA. Quante sono state?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. In totale quattro o cinque, compresa l'ultima.
ELETTRA DEIANA. Perché andava da Marocchino? Perché aveva una casa confortevole?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Per le scorte. Era l'unico referente che avevo.
ELETTRA DEIANA. Quindi, per motivi di sicurezza.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Certo, soprattutto per una questione di sicurezza.
ELETTRA DEIANA. Altri giornalisti andavano all'hotel Hamana.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. L'hotel Hamana ai tempi miei non c'era; c'era soltanto quando sono tornato dopo la morte di Ilaria. Prima non c'erano hotel a Mogadiscio e tutti i giornalisti andavano in strutture private e usavano la loro coscienza per decidere dove risiedere.
ELETTRA DEIANA. A proposito del numero di cassette che un operatore si porterebbe per un servizio di dieci giorni, lei quante ne ha portate l'ultima volta che è stato in Somalia?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Posso forse ricordare le cassette che ho girato nell'ultimo servizio che ho realizzato, ma non ricordo altro. Posso dire comunque che se parliamo di cassette girate non esiste un numero fisso, perché dipende da che cosa si gira e dalla situazione.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non c'è una media.
ELETTRA DEIANA. Mediamente, dovendo stare due settimane in un paese dove le cassette non si trovano facilmente - immagino che in Somalia in quell'epoca non fosse così facile trovarne - lei quante cassette avrebbe portato?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. In televisione non è il giornalista che porta le cassette vuote; generalmente lo fa l'operatore. Il giornalista può intervenire dicendo «Dovendo stare due settimane, per fare questo tipo di coperture, porta una ventina di cassette», però in realtà è un criterio che quasi sempre appartiene all'operatore, il quale, conoscendo il periodo di soggiorno e il tipo di lavoro che si va a fare, si dota del materiale necessario. Capita anche di rimanere senza cassette e quasi sempre si trovano.
ELETTRA DEIANA. Sì, ma lei non ha risposto alla mia domanda. Ha indicato una metodica, una razionalizzazione del problema. Se lei all'epoca avesse dovuto affrontare un viaggio di dodici-quindici giorni a Mogadiscio, in occasione della partenza del contingente italiano, con l'affanno di dover trovare servizi vari per poter riempire dei buchi, quante cassette avrebbe portato?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi faccia fare una piccolissima precisazione: le cassette non sono tutte dello stesso minutaggio.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Esistono cassette di durata diversa, per cui non si può ragionare sul numero delle cassette. Facciamo un'ipotesi di cassette da 20 minuti, che sono quelle che allora si utilizzavano più frequentemente: per una copertura di quel genere, avrei detto all'operatore di portare almeno venti cassette. Se poi avessi avuto in mente - e qui voglio essere chiaro - un particolare reportage da fare oltre alla copertura, gli avrei detto di portarne anche dieci di più.
PRESIDENTE. Come nel caso di specie.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. In linea di massima un bravo operatore sa come regolarsi, quando sa il servizio che va a fare.
ELETTRA DEIANA. Quindi, quando lei e i suoi colleghi avete aperto i bagagli e avete trovato un così esiguo numero di cassette, vi siete meravigliati? Avete fatto delle osservazioni?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Lì per lì non credo, perché dovevo andare subito a fare il servizio, però successivamente ci siamo posti questa domanda.
ELETTRA DEIANA. E che spiegazione vi siete dati?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Io ho detto, per esempio, che potevano essere nei bagagli di Hrovatin, o che potevano essersi perse. Ma sinceramente non lo so. Sono possibili tutte le ipotesi.
ELETTRA DEIANA. Mi è sempre sembrata incredibile la vicenda dell'arrivo all'aeroporto di Ciampino delle salme di due cittadini italiani, trucidati in un paese in cui l'Italia era impegnata militarmente, politicamente, istituzionalmente, con tutto il materiale di accompagnamento, cioè effetti personali, bloc-notes, tutto ciò che costituisce il contesto del corpo del reato e che l'ordinamento italiano, le leggi e le procedure tutelano, nel senso che da lì si parte se si deve fare un'indagine. Ebbene,
le salme, accompagnate dagli alti ranghi della televisione, e quindi non da «poveracci» che non sanno le regole e non «masticano» nulla di diritto, leggi, norme, vengono scaricate come se si trattasse di pacchi, senza la presenza dell'autorità giudiziaria. A me questo fatto all'epoca fece un certo effetto, oggi ne fa moltissimo. Mi chiedo come mai l'autorità giudiziaria non sia autonomamente intervenuta, essendo noto che i due cittadini italiani erano stati trucidati, perché le anse fin dall'inizio hanno parlato di esecuzione, per cui era di dominio pubblico che era successo qualcosa che avrebbe dovuto destare la preoccupazione dell'autorità giudiziaria.
Arrivano le due salme e i bagagli, che i militari avevano regolarmente sigillato sulla nave Garibaldi (che era l'autorità militare, perché lo Stato italiano, sulla nave era rappresentato dai comandanti militari, non essendoci altra autorità), arrivano desigillati e vengono distribuiti: la RAI prende la sua parte, i genitori un'altra parte, qualcuno fruga e porta via altre cose. Insomma, lei - non perché abbia responsabilità particolari - e le altre persone della RAI che eravate lì non avete mai discusso di questo? Noi sappiamo che non è stato argomento di indagine.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. I giornalisti cercano di evitare gli aggettivi. Io ne voglio usare tre per dirle quanto sia d'accordo con lei: è incredibile una cosa del genere...
PRESIDENTE. Anche perché, se posso aggiungere una cosa, nel dolore immane di due persone trucidate, la preoccupazione è impadronirsi della cassetta per il servizio.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Io penso che sia incredibile, allucinante e sconvolgente.
Mi sono posto questo problema appena arrivato a Roma. Devo essere onesto, probabilmente non me lo sono posto a Luxor, ma me lo sono posto molto seriamente a Roma, perché la prima cosa che ho chiesto al mio direttore è se c'era un magistrato, un poliziotto, qualcuno, che doveva prendere in consegna le cose. E la risposta che mi è stata data dal direttore, che ha consultato anche i genitori di Ilaria è stata no. Questo non solo mi meraviglia, ma lo giudico assolutamente incredibile. Cioè, ritengo che sia un qualcosa che non dovrebbe avvenire in nessun luogo decente.
Vorrei, però, rispondere anche al commento del presidente.
PRESIDENTE. Non è un commento, è una rilevazione.
ELETTRA DEIANA. I dirigenti, la responsabile, i giornalisti, si sono meravigliati, ma nessuno...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Io parlo per me, non sto parlando per i dirigenti.
ELETTRA DEIANA. Ma lei non ha posto il problema?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ho posto il problema, come ho detto più di una volta, al mio direttore.
ELETTRA DEIANA. E il suo direttore che cosa le ha detto?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Che nessuno si era rivolto a lui, e che non c'era nessuno, né della magistratura né della polizia.
ELETTRA DEIANA. Sì, ho capito, ma allora, come mai nessuno della RAI, per quello che lei sa, per quello che lei ha chiesto, per quello che ha capito, nessun responsabile della RAI - non lei - ha bloccato tutto e ha detto: vogliamo che arrivi l'autorità giudiziaria?
Se c'è un delitto in un appartamento, non è che io, amica della vittima, vado lì e mi prendo le cose che lei mi aveva promesso. Non so...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non c'è dubbio. L'unico elemento è che si sono rivolti ai genitori per portare via le cose.
ELETTRA DEIANA. Sì, ma i genitori non erano l'autorità giudiziaria.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Infatti, è allucinante. È una cosa incredibile, non ho dubbi su questo.
ELETTRA DEIANA. Ovviamente, verificheremo con i genitori.
Insomma, lì si è verificata questa situazione di anomalia assoluta.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ritengo che il destinatario di questa domanda potrebbe essere più opportunamente il direttore generale.
PRESIDENTE. Sì ma anche lei che l'ha eseguito, però.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Per quanto riguarda quello che ho fatto?
PRESIDENTE. Ha messo le mani là e si è portato via la roba dopo aver tagliato i sigilli.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. ...con i rappresentanti della famiglia!
PRESIDENTE. Quello è un reato. Non ha importanza.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Erano autorizzati dalla famiglia.
ELETTRA DEIANA. Che c'entra la famiglia?
PRESIDENTE. Che c'entra la famiglia?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non c'era nessun magistrato.
ELETTRA DEIANA. Ma non importa. Lei è un giornalista e una persona colta. È una persona che sa di legge, che conosce le norme! Insomma, ma non è possibile! Non è possibile che non si sappia che in una cosa sigillata, in caso di delitto, nel caso comunque in cui vi sia una cosa di cui bisogna accertare la natura, non è che ognuno mette le mani dentro.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ognuno non è esatto. Non è stato ognuno, però certamente è una cosa assurda.
PRESIDENTE. Meglio ognuno che uno solo!
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Comunque è certamente una cosa assurda. Credo che, però, per quanto mi riguarda, forse il direttore generale della RAI dovrebbe dare una risposta.
Ho chiesto al mio direttore, dopo di che ho chiesto la presenza di qualcuno della famiglia.
ELETTRA DEIANA. La famiglia non c'entra niente in un caso come questo. La famiglia non aveva nessuna autorità.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ma non essendoci nessuno della magistratura e della polizia presente a rilevare la cosa, abbia pazienza, a chi mi sarei dovuto rivolgere, se non ai miei dirigenti?
ELETTRA DEIANA. Lei prima ha detto che la prima fase di apertura dei bagagli nel viaggio da Luxor a Roma...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. A Luxor.
ELETTRA DEIANA. ...è avvenuta perché bisognava identificare i bagagli di Hrovatin che dovevano essere stivati davanti.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Ricordo di aver sentito questo.
ELETTRA DEIANA. In quel contesto, però, è stata aperta anche una valigia su cui c'era l'etichetta con il nome di Giorgio Alpi, cioè con il nome del padre di Ilaria. Quindi, si trattava di una valigia che era chiaramente identificabile, e quindi poteva
essere stivata dietro, perché non era di Hrovatin. Lei sa chi è stato ad aprire questa valigia?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, ho già detto che non ricordo assolutamente chi lo ha fatto materialmente. Ricordo che c'era questa questione dello stivaggio e che, in quella occasione, certamente su disposizione dei dirigenti della RAI (c'era anche un funzionario del Ministero degli esteri) fu detto di controllare per lo stivaggio.
ELETTRA DEIANA. Chi era il funzionario del ministero?
PRESIDENTE. Non se lo ricorda.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo il nome, come ho detto. Comunque c'era sicuramente perché stava sempre con loro, e poi l'ho conosciuto.
ELETTRA DEIANA. Materialmente, in questa operazione di apertura dei sigilli...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non ricordo chi ha aperto materialmente...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo ricordo.
PRESIDENTE. Con un coltello, con delle forbici?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non me lo ricordo.
ELETTRA DEIANA. A noi risulta che sia stato fatto con un accendino. Lei se lo ricorda?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. No, non me lo ricordo. A Roma! A Roma può darsi. A Ciampino, può darsi.
ELETTRA DEIANA. Al momento dell'apertura...
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Può darsi che a Ciampino abbiamo usato qualcosa come un accendino.
ELETTRA DEIANA. Ho capito.
Lei prima ha detto di non ricordare da quale fonte avesse appreso dei due proiettili, o due colpi secchi, e quindi di non ricordare se questa notizia che poi lei ha messo nel suo servizio l'ha appresa da una documentazione a bordo dell'aereo (i due famosi referti) oppure da una notizia di agenzia. Io la voglio aiutare. Grazie alla ricerca che è stata fatta abbiamo ritrovato alcuni lanci ANSA, cioè i due lanci ANSA che parlano di questi colpi. Cioè, noi abbiamo un'ANSA del 21 marzo, alle 22.40, che è firmata dall'inviato dell'ANSA Peppino Tripaldi. Allora, io intanto le chiedo se questo giornalista ANSA era a bordo dell'aereo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non conosco Peppino Tripaldi. Non penso proprio di conoscerlo.
ELETTRA DEIANA. Lo dico, perché è dell'inviato dell'ANSA Peppino Tripaldi.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. È dell'inviato, ma c'è scritto da dove?
ELETTRA DEIANA. Luxor, Egitto.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. E quindi, evidentemente, sarà stato a Luxor.
PRESIDENTE. Attualmente sta a Porta a Porta.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo conosco.
ELETTRA DEIANA. Poteva essere sull'aereo?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, poteva essere benissimo sull'aereo. C'erano diversi
giornalisti sull'aereo. Però, non conoscendolo, non posso dire se lui c'era o no.
ELETTRA DEIANA. Questo Peppino Tripaldi avrebbe potuto aprire la busta?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non so di che busta parla, sinceramente.
ELETTRA DEIANA. Mi riferisco alle buste gialle.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Io non ho visto le buste gialle e Peppino Tripaldi non lo conosco. Non dico neanche che l'ho appreso da questa agenzia. Io dico che è possibile che io lo abbia appreso, perché se si parla delle 22.40, consideri che io ho finito quel pezzo che saranno state come minimo le 6 o le 7 di mattina.
ELETTRA DEIANA. Le 6 o le 7 di mattina di quale giorno?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Del giorno successivo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Del giorno successivo, perché è andato in onda dalla mattina successiva.
ELETTRA DEIANA. Dunque lei avrebbe fatto il servizio durante la notte.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. L'ho fatto nel periodo del viaggio in aereo e quando mi sono recato alla redazione della RAI, una volta tornato. Quindi, all'alba del 22. Sicuramente.
ELETTRA DEIANA. A che ora siete arrivati a Ciampino?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Credo che fossero le 2 di notte, o una cosa del genere. Ma l'ora esatta non me la ricordo.
ELETTRA DEIANA. Alle 2 di notte?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Era notte.
Sa, io non conoscevo neanche l'agenzia. L'ho scoperto dopo.
ELETTRA DEIANA. Però, alle 19, sempre del 21, sempre da Luxor, c'è un altro lancio che dice più o meno le stesse cose. C'è scritto: «E Giuseppe Bonavolontà, un altro collega, veterano delle zone di guerra: fare l'inviato» - sono parole attribuite a lei - «dà una sensazione strana. Ti abitui a credere di poter giocare con il mondo e che è il mondo a girarti intorno. Non pensi mai che potrebbe anche schiacciarti. Guardo la bara di Ilaria sistemata in coda al DC9 che la riporterà a casa».
Quindi evidentemente, sia lei, Bonavolontà, sia l'autore di questa notizia ANSA, state insieme e state sull'aereo.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Non lo conosco. È probabile. Queste frasi sono mie, sicuramente, perché è una cosa della quale ho parlato spesso, come sensazione.
ELETTRA DEIANA. Sì, però tutto questo è per chiederle di ricordarsi, cioè di fare uno sforzo di memoria, per ricordarsi dei referti, perché evidentemente da queste ANSA si evince che la notizia dei due colpi, dei colpi secchi, e poi tutte queste cose che lei ha messo insieme nel suo servizio, lei non le ha ricavate da notizie ANSA diverse dalle fonti che lei conosceva, ma sembrerebbe, leggendo questo, che sostanzialmente queste notizie siano state formulate in base a conoscenze che chi ha scritto ha acquisito a Luxor, sull'aereo. E quindi, si ritorna alla questione dei referti sull'aereo e alle buste gialle.
Allora, io ho fatto questo sforzo di ricostruzione semplicemente per chiederle di fare uno sforzo di memoria, cioè se si ricorda di questi referti, delle buste gialle, perché è un dato molto importante, come lei può immaginare.
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Mi creda, mi sono molto sforzato su questa cosa perché il problema me lo sono posto con
forza, però sinceramente non ricordo se qualcuno ce l'ha detto e non ricordo neanche di questo collega, per cui, lei mi dice che c'era e non posso metterlo in dubbio. Eravamo sicuramente tanti. Però, pur sforzandomi, non posso dire una cosa che non ricordo.
ELETTRA DEIANA. Lei dice che eravate in tanti, ma quanti erano?
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Credo una quarantina di persone, non lo so precisamente.
Inoltre, se lui l'ha scritta in agenzia alle 22.40, e lui era a Luxor, devo desumere che per forza di cose l'ha saputo a Luxor.
PRESIDENTE. Però, guardi, a meno che lei non sia un folle, qui c'è scritto: «L'aeroplano vola e la mente corre. Si ferma per leggere le sigle crudeli dei referti medici».
GIUSEPPE BONAVOLONTÀ. Sì, ma io escludo di averli letti. Di questo sono sicuro. Non mi sono fermato a leggere. Questo è sicuro. Però, non posso escludere che qualcuno ce l'abbia detto. Questa è una cosa di linguaggio, ma che qualcuno ce l'abbia detto non lo voglio assolutamente escludere, presidente. È sinceramente possibile. Però, non lo ricordo.
PRESIDENTE. Se non ci sono altre domande, possiamo licenziare il dottor Bonavolontà. Dichiaro concluso l'esame testimoniale.
La seduta termina alle 1.10 di giovedì 13 maggio 2004.
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