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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione di Stefano Lenzi, responsabile dell'Ufficio legislativo di WWF Italia e di Nunzio Cirino Groccia, coordinatore nazionale dell'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente.
La Commissione ha ritenuto di procedere ad un'audizione dei rappresentanti di Legambiente e di WWF Italia in adesione alla corrispondente richiesta degli stessi, presentata al fine di approfondire talune questioni connesse alla vicenda della motonave Rosso, arenatasi sulla costa calabrese presso il comune di Amantea, in ordine alla quale la Commissione sta svolgendo un'apposita indagine.
Ricordo, al riguardo, che una delegazione della Commissione ha effettuato la scorsa settimana una missione a Cosenza, nel corso della quale sono stati ascoltati magistrati appartenenti alla procura della Repubblica presso i tribunali di Reggio Calabria e di Paola, in ordine alle indagini svolte su tale vicenda, nonché amministratori locali e rappresentanti degli organismi investigativi che hanno partecipato alle medesime indagini.
L'odierna audizione del dottor Nunzio Cirino Groccia, coordinatore nazionale dell'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente, e del dottor Stefano Lenzi,
responsabile dell'Ufficio legislativo di WWF Italia, potrà costituire l'occasione per acquisire ulteriori elementi informativi su tale vicenda e, più in generale, sugli aspetti nazionali ed internazionali del traffico illecito di rifiuti pericolosi e speciali.
Nel rivolgere un saluto ed un ringraziamento per la disponibilità manifestata, do subito la parola al dottor Stefano Lenzi e, successivamente, al dottor Nunzio Cirino Groccia, riservando eventuali domande dei colleghi della Commissione al termine dei loro interventi.
STEFANO LENZI, Responsabile dell'Ufficio legislativo di WWF Italia. Grazie, presidente. Tra l'altro, ho portato una memoria, oltre alla documentazione che adesso citerò, di cui lascerò una copia agli atti.
Nostra intenzione, in occasione dell'audizione di oggi, è la consegna di copia dei cinque dossier che abbiamo citato nella nota trasmessa il 3 agosto scorso e ricevuta dalla Commissione il 6 agosto, che qui elenchiamo: «Rifiuti radioattivi: il caso Italia», del 19 giugno 1995, a cura di Legambiente; «L'intrigo radioattivo», del 2 febbraio 1996, a cura di Legambiente; «La Spezia crocevia dei veleni», del 28 novembre 1996, a cura di Legambiente; «La rete», del settembre 1997, a cura di Greenpeace, e «Rifiuti connection Liguria», del 15 luglio 1997, di WWF e Legambiente.
Di due di questi dossier («Rifiuti connection Liguria», con l'appendice «Il contributo Acna alla Rifiuti connection», elaborati da WWF e Legambiente Liguria, e «La rete» di Greenpeace) chiediamo, come a suo tempo già fatto, la segretazione. Ci rimettiamo, naturalmente, alla Commissione.
PRESIDENTE. Chiedete la segretazione su tutto?
STEFANO LENZI, Responsabile dell'Ufficio legislativo di WWF Italia. No, solo su due documenti.
PRESIDENTE. E non, quindi, sull'audizione nel suo complesso.
STEFANO LENZI, Responsabile dell'Ufficio legislativo di WWF Italia. No, solo sui due documenti che ho citato.
STEFANO LENZI, Responsabile dell'Ufficio legislativo di WWF Italia. Come ho detto, furono segretati a suo tempo, per cui è il caso di ribadire tale scelta.
Inoltre, vogliamo depositare copie - anche se, probabilmente, la Commissione le ha già acquisite - dei servizi giornalistici citati nella nostra nota di richiesta di audizione, in quanto riteniamo che contengano elementi rilevanti che possano essere di interesse per il lavoro di approfondimento che sta compiendo la Commissione.
Ci riferiamo ai servizi e alle interviste a firma di Riccardo Bocca, pubblicati su L'Espresso nel 2004: «Una nave Rosso veleno», del 10 giugno, «Naufragio radioattivo», del 9 settembre, «Indagini radioattive», del 16 settembre, «Nella memoria si è aperta una falla», del 23 settembre, «Il porto delle nebbie», del 30 settembre e «L'ingegnere affossa scorie», del 7 ottobre, nonché all'intervista a Comerio, a firma di Marina Martinetti, su Panorama Economy, dal titolo «A me m'ha rovinato Greenpeace», del 14 ottobre 2004. Probabilmente, la Commissione ne ha già copia, ma ci pareva comunque cosa utile che restassero agli atti.
Come risulta dalla nostra richiesta di audizione, vogliamo fornire a questa Commissione bicamerale elementi integrativi di valutazione che consentano, oltre a quanto già conosciuto e indagato dalla stessa, di ricomporre, per quanto a nostra conoscenza, il quadro dei traffici illeciti di rifiuti speciali e pericolosi via mare e di approfondire il fenomeno dello smaltimento in mare di rifiuti radioattivi e pericolosi anche tramite l'affondamento delle cosiddette «navi a perdere».
Quindi, più che le nostre parole, parleranno per noi i documenti che presentiamo oggi. Ma, viste le recenti interviste ed essendo a conoscenza di memoriali sulla vicenda dello spiaggiamento della
motonave Rosso in località Formiciche il 14 dicembre 1990, riteniamo necessario anche soffermarci su alcune questioni che appaiono controverse, o che si vorrebbero far apparire tali, e che comunque potrebbero necessitare dell'approfondimento della Commissione bicamerale e della magistratura.
Affronteremo brevemente questi temi, facendo semplicemente la disamina delle carte, delle fonti contenute nei dossier, negli articoli di stampa e nelle dichiarazioni di esponenti delle istituzioni.
Andiamo, adesso, a toccare gli argomenti più delicati, che - a nostro avviso - meritano approfondimenti.
Cominciamo con il dossier «La rete» e con il ruolo di ODM. Nel memoriale redatto dalla compagnia di navigazione Messina (che abbiamo avuto modo di esaminare, essendo pervenuto ad alcuni degli esponenti del comitato civico di Amantea vicino agli ambientalisti) per depotenziare il ritrovamento sulla motonave Rosso di una mappa che presumibilmente indicava i luoghi di affondamento delle cosiddette «navi a perdere» (mappa che fu poi ritrovata, in occasione di una perquisizione nel 1995, in copia a casa del noto faccendiere - la definizione è del ministro Giovanardi - Giorgio Comerio), si afferma che all'epoca dei fatti, nel 1990, l'Oceanic disposal management, fondata dal Comerio nel 1993 (come giustamente sostengono gli armatori) non esisteva, e quindi che tale mappa non poteva essere attribuita a tale organizzazione.
Tuttavia, seppure è vero che la ODM nel 1990 non esisteva formalmente, pare altrettanto vero - come risulta alla magistratura e alle istituzioni - che Comerio operava per lo meno già dalla metà degli anni ottanta nel settore dei traffici illeciti di rifiuti. A questo proposito, ricordiamo le affermazioni del ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole Giovanardi, in risposta ad un'interrogazione dell'onorevole Realacci, già citate nella nostra nota del 3 agosto in cui, tra le altre cose, il rappresentante del Governo dice, con riferimento alle attività di Giorgio Comerio: «Da un'attenta analisi di documenti, è emerso un imponente progetto per lo smaltimento in mare di rifiuti radioattivi con la scelta di vari siti che, nel pianeta ed anche nel mar Mediterraneo, avrebbero accolto i rifiuti pericolosi. In particolare Comerio, peraltro noto trafficante d'armi, aveva in animo di modificare una nave RO-RO (le stesse navi per affondare le scorie radioattive), precisamente la Jolly Rosso, per la costruzione di particolari ordigni (le telemine) o per l'alloggiamento e il lancio dei penetratori. Successivamente, il Lloyds di Londra appurava che la Rosso si era spiaggiata nel 1990. Dai registri dei Lloyds si rileva infatti che numerose sono le navi affondate in modo sospetto nel Mediterraneo. Tra queste assumono rilievo, oltre alla Riegel, la motonave ASO, affondata il 16 maggio 1979» - quindi, ben prima del 1990 - «al largo di Locri, e la motonave Michigan, affondata il 31 ottobre 1986 nel mar Tirreno. Per quanto riguarda la motonave Rosso (ex Jolly Rosso), famosa per essere la nave dei veleni, risulta che doveva essere adattata alla costruzione delle telemine o alla collocazione ed al lancio dei penetratori contenenti i rifiuti delle centrali nucleari di tutti i paesi europei con i quali lo stesso Comerio ha trattato e concluso contratti di smaltimento».
Quindi, è il ministro Giovanardi che collega il nome di Comerio al «progetto penetratori» e alla vicenda delle «navi a perdere», ben prima dello spiaggiamento della motonave Rosso (a partire, addirittura, dalla fine degli anni settanta); egli, inoltre, inquadra proprio lo spiaggiamento della motonave Rosso all'interno della vicenda delle «navi a perdere» e, più in generale, lo collega ai traffici di Comerio.
La mappa su cui, a quanto risulta, già compare il logo ODM (sebbene non ancora registrato) è stata ritrovata in copia a casa di Comerio; quello stesso Comerio che, comunque, era già attivo nel campo dei traffici illeciti molto prima del 1990, in quanto si occupava anche - a detta delle istituzioni e della magistratura - di attività legate allo smaltimento in mare di rifiuti pericolosi.
E i contatti tra i Messina e Comerio - già citati dal ministro Giovanardi - avvengono, oltre che in occasione della trattativa per la vendita della motonave Rosso, secondo quanto risulta da un'informativa dei Carabinieri riportata nell'inchiesta de L'Espresso dal titolo «Una nave Rosso veleno», anche attraverso Gastone Molaschi (a casa del quale l'Arma rinviene, durante una perquisizione, «la documentazione sulla Rosso identica a quella rinvenuta al Comerio»), che sarà poi «responsabile per i paesi dell'est» per ODM (come risulta nel dossier «La rete» di Greenpeace, redatto nel 1997, che depositiamo oggi, e che viene segretato nel suo complesso).
La rete, quindi, era già attiva da anni e si consolida e si accredita nel tempo, anche collegandosi al progetto del gruppo di lavoro promosso dall'Agenzia per l'energia nucleare (NEA) dell'OCSE, appoggiato dalla Comunità europea, che lavora nel decennio 1978-1987, che vuole verificare la fattibilità del seppellimento di rifiuti radioattivi sotto i fondali marini, progetto che viene abbandonato per la decisa opposizione dell'opinione pubblica, ma che è stato in seguito ripreso da ODM, nonostante violi la Convenzione di Londra del 1993 sull'inquinamento marino provocato dallo scarico di rifiuti in mare. Una rete sviluppatasi, secondo quanto risulta a Greenpeace e come riportato nella nostra nota del 3 agosto scorso, tra il 1987 e il 1996 e che, al massimo del suo fulgore, avrebbe visto l'adesione soltanto in Italia di 26 aziende, che avrebbero trattato illegalmente nel 1997 qualcosa come 3 mila tonnellate di rifiuti al giorno, per un valore complessivo di 4,8 milioni di dollari di allora. Una rete che gestisce traffici illeciti di rifiuti anche radioattivi, contro le Convenzioni internazionali, che vedrebbe un ruolo rilevante di Giorgio Comerio, al contrario di quanto da questi affermato a Panorama Economy nell'intervista pubblicata il 14 ottobre 2004.
La gestione avverrebbe mediante contatti, attraverso ODM, con paesi africani e del Corno d'Africa - al contrario di quanto afferma Comerio su Panorama Economy -, come risulta nel dossier «La rete» di Greenpeace, che ricorda come tra il 1994 e il 1995 ODM abbia contattato sedici paesi africani, sia direttamente sia attraverso mediatori: Angola, Benin, Capo Verde, Congo, Gambia, Ghana, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Costa d'Avorio, Marocco, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sud Africa, Togo e Zaire.
Veniamo al capitolo riguardante la rete e il porto di La Spezia. Nel dossier «Rifiuti connection Liguria», elaborato da WWF e Legambiente Liguria, emerge il sospetto ruolo non irrilevante del porto di La Spezia, scalo di partenza della Rosso e sede della compagnia di navigazione Messina sino al 1997, come luogo di transito per il traffico illecito di rifiuti via mare.
Le associazioni si dicono convinte che nell'area portuale spezzina, anche sfruttando il sistema logistico fornito dalle 15 discariche (autorizzate e non) e dalle 35 cave, poste a corona del porto, si svolgesse un intenso traffico illecito di rifiuti al servizio della Liguria e di tutto il nord industrializzato del paese. Ciò sarebbe dimostrato dall'episodio, avvenuto nel 1994, del rinvenimento da parte delle autorità sanitarie di 16.700 tonnellate di rottami ferrosi provenienti dal sud Africa contaminati radioattivamente da cesio 137, che avrebbero dovuto essere imbarcati sulla Jolly Rubino, anch'essa della compagnia di navigazione Messina.
All'interno del ruolo centrale che La Spezia aveva nel trattamento e nello smaltimento illecito di rifiuti, bisognerebbe approfondire il ruolo svolto da Orazio Duvia nella gestione della discarica di Pitelli (gestita da Sistemi Ambientali e Ipodec, che fanno capo a Duvia, nei cui confronti è in corso il processo per disastro ambientale) e di Valle Scura (Valtec, anch'essa della galassia Duvia, che ha visto la condanna di alcuni componenti del consiglio di amministrazione per gravi reati ambientali, nel 1993 e nel 1994). Duvia - come risulta dal dossier «Rifiuti connection Liguria» -, attraverso la sua Contenitori Trasporti aveva rapporti con la società di brokeraggio Ekoground, che si
sospettava fosse coinvolta nei traffici illeciti di rifiuti via mare verso la Nigeria.
Infine, bisogna ricordare - come sottolineato nella nostra nota del 3 agosto scorso - che nel 1993 i magistrati di Napoli, Narducci e Policastro, sulla base delle rivelazioni di numerosi pentiti di camorra, fecero scattare l'operazione Adelphi (la prima inchiesta contro la Rifiuti Spa che sia stata portata a termine nel nostro paese), che coinvolse alcuni soggetti attivi nell'area di La Spezia.
Altro capitolo riguarda il carico della motonave Rosso. Nel memoriale, la compagnia di navigazione Messina fornisce documentazione sui materiali imbarcati nel porto di Malta. Tuttavia, non si sa cosa la Rosso abbia caricato nello scalo d'origine di La Spezia l'8 dicembre 1990: container, fusti o altro? Inoltre, non si sa cosa abbia imbarcato nello scalo intermedio di Napoli, prima di recarsi a Malta.
A quanto ci risulta, il solo riferimento al carico - peraltro verbale e non suffragato da documentazione - è nell'intervista resa a L'Espresso il 23 settembre 2004 dal presidente della compagnia, Gianfranco Messina, dove si parla di «materiale regolare, tabacco e altre cose: 9 container pieni e 25 vuoti».
Nell'allegato 2D - Denuncia di avvenimento straordinario da parte del comandante della motonave Rosso, Luigi Pestarino - si parla unicamente di 9 contenitori pieni partiti da Malta. Degli altri contenitori vuoti - che sono stati sbarcati dopo lo spiaggiamento ad Amantea - perché non si dice nulla?
Inoltre, nel memoriale della compagnia di navigazione Messina viene accredita l'idea che la motonave Rosso sia stata abbandonata perché si era aperta una falla che ne minacciava la sicurezza. Nelle memorie della compagnia viene documentato che si erano aperti dei fori nella bassa stiva, dai quali la motonave avrebbe imbarcato acqua, inducendo l'equipaggio all'abbandono repentino dell'imbarcazione. Ma i fori segnalati, per le loro dimensioni e per le condizioni strutturali che dovrebbero garantire la tenuta stagna di una motonave quale la Rosso, difficilmente possono giustificare un tale precipitare degli eventi come quello che è avvenuto.
Comunque, nell'allegato 2C, prodotto dai Messina, che presenta un estratto dal libro giornale di bordo, è scritto chiaramente che il primo ufficiale di bordo non sentì alcun rumore sospetto di qualcosa che potesse aver creato una falla nella fiancata della motonave Rosso. Nell'allegato 2E viene inserito il rapporto riassuntivo sul sinistro a firma del comandante in seconda della Capitaneria di porto di Vibo Valentia Marina, Giuseppe Ballantone, il quale esclude ogni dolo nel sinistro e, conseguentemente, non ritiene di proporre ulteriori approfondimenti sul fatto. Tale documento - peraltro, senza data, presumibilmente realizzato nei primi mesi del 1991 - ha dell'incredibile, atteso che proprio il comandante Ballantone segnala la presenza sulla nave di documenti che fanno riferimento allo smaltimento di scorie nucleari e rifiuti pericolosi in genere, che nulla si sapeva di falle individuate nella nave, e così via.
Di fatto, al di là delle versioni contrastanti, risulta che la motonave Rosso navigava dopo l'abbandono dell'equipaggio, che il mare non era poi così mosso e che l'imbarcazione è rimasta a galleggiare dalle 10 (ora dell'abbandono da parte dell'equipaggio) fino alle 15 circa del 14 dicembre 1990, quando si è arenata in località Formiciche di Amantea.
Riguardo all'ampia apertura sulla murata sinistra (lato mare), numerosi sono i punti controversi. Anche in questo caso, il memoriale della compagnia di navigazione Messina non apporta contributi alla chiarezza, anzi solleva legittimi e ulteriori dubbi: la motonave, spiaggiata il 14 dicembre 1990 sulla costa di Amantea sul lato sinistro (lato mare), era integra (lo dice anche il Messina). La compagnia di navigazione Messina, per giustificare ciò, allega foto ove viene omessa la data in cui le stesse sono state scattate: certamente, si tratta di foto scattate nell'immediatezza del sinistro, quando il mare si era calmato, presumibilmente nel dicembre 1990. La
compagnia Messina afferma che successivamente la mareggiata del 17 febbraio 1991 creò l'ampia falla.
Tra il momento in cui la motonave si è arenata (14 dicembre 1990) e la forte mareggiata (17 febbraio 1991), vi è un lasso di tempo di oltre due mesi, periodo in cui sulla motonave Rosso operarono varie ditte per conto della società Messina (tra cui la Smit Tak). Non solo, ma la compagnia di navigazione Messina ha consegnato una serie di foto scattate da lontano, ove è evidenziato (in modo per nulla chiaro) lo squarcio causato - sempre a detta della compagnia Messina - dalla mareggiata del 17 febbraio 1991. In una foto successiva, vi è un primo piano dello squarcio: forse la società Messina non si è ricordata di togliere la data, in quanto in essa compare la data 29 aprile 1991, ossia ben oltre due mesi dopo la mareggiata e ben oltre tre mesi dopo lo spiaggiamento!
Sul ruolo della Smit Tak c'è da dire che questa non solo ha operato il recupero del sommergibile nucleare russo Kursk, inabissatosi nel mar Artico alcuni anni fa ma che, anche prima del 1990, era intervenuta in varie parti del mondo per operare la decontaminazione di derivanti da vari inquinanti, in particolare radioattivi.
Parliamo, poi, dello smaltimento del carico della Rosso. Com'è noto, gli ambientalisti chiedono - in accordo con il comitato civico di Amantea - che si proceda alla bonifica della discarica comunale di Grassello, attualmente dismessa, ove risulta ufficialmente interrato il carico della nave. Si chiedono interventi anche in località Foresta, nell'alveo del fiume Oliva, e nelle aree adiacenti, zona in cui è emersa la presenza di granulato di marmo e di fanghi industriali.
Novità di rilievo, tutta da approfondire, è quella del rinvenimento in mare, davanti alla spiaggia di Formiciche, di una grande discarica di materiale che si sospetta provenga dalla motonave Rosso. Infatti, in un sopralluogo del 25 agosto, il giornalista Riccardo Bocca, coadiuvato da personale della ditta Blue Tek Impresa Mare (specializzata in ricerche subacquee), rilevava a 30 metri al largo della spiaggia di Formiciche, per centinaia di metri, una sorta di discarica abusiva subacquea, con materiali che molto probabilmente facevano parte della struttura e del carico della motonave Rosso.
«Due gli elementi» - scrive Riccardo Bocca su L'Espresso del 9 settembre 2004 («Naufragio radioattivo») - «che hanno attirato l'attenzione dei sub: il primo è un grande corpo metallico a forma di parallelepipedo che a 50 metri dalla costa sbuca dal fondale per 15 metri circa di lunghezza e 8 metri di larghezza, un contenitore massiccio, dicono i sub. Il secondo elemento è un portacontainer gemellato, lungo circa 10 metri e ribaltato sul fondo, a 20 metri dalla riva. Sotto, testimoniano i sub, si intuisce della lamiera».
A questo proposito, nell'intervista rilasciata a Riccardo Bocca, pubblicata su L'Espresso del 23 settembre 2004, dopo che il giornalista afferma: «Fatto sta che ancora oggi sul fondale di Formiciche i sub hanno trovato una distesa di materiali riconducibili alla Rosso. E questo malgrado la Capitaneria di porto di Vibo Valentia affermi il contrario in un documento», il presidente della compagnia di navigazione, Gianfranco Messina, dichiara testualmente: «È pacifico che della roba sia rimasta là sotto. Non lo contesta nessuno».
Credo che i commenti siano inutili. Per quanto ci riguarda, ho concluso.
Sappiamo che la Commissione si è già attivata e di questo vi ringraziamo; già nella richiesta di audizione abbiamo attestato il vostro interesse sulla problematica. Nelle nostre istanze, chiedevamo di approfondire in maniera esauriente tutti gli scenari legati al traffico illecito di rifiuti via mare, di verificare quali fossero le connessioni tra gli eventi che sono emersi nello svolgimento dell'inchiesta della procura di Paola, di chiedere alla Presidenza del Consiglio, al dipartimento per la protezione civile, al Ministero dell'interno e al Ministero dell'ambiente di arrivare finalmente a stabilire una mappa istituzionale delle cosiddette «navi a perdere», di fornire personale adeguato a concludere l'indagine, che sembra avviata comunque a conclusione tra alcuni mesi (per lo meno,
lo speriamo) e, infine, di intervenire urgentemente affinché sia oscurato il sito web ODM, che è ancora in funzione ed accessibile al pubblico.
PRESIDENTE. La ringrazio, dottor Lenzi. La parola al dottor Groccia.
NUNZIO CIRINO GROCCIA, Coordinatore nazionale dell'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente. Grazie, presidente. Il dottor Lenzi ha fatto una disamina approfondita e chiara del lavoro svolto in quest'ultimo periodo, a quattro mani, da Legambiente e WWF. Se il presidente ritiene, lascerò agli atti materiale sulle cosiddette «navi dei veleni», visto che Legambiente ha cominciato ad occuparsene sin dal 1995, quando elaborammo i dossier sui rifiuti radioattivi.
Il nostro è un piccolo contributo di conoscenza per cercare di far piena luce su una vicenda che ancora mantiene dei lati oscuri. Molti sono gli elementi raccolti. Il lavoro che sta facendo la Commissione è davvero straordinario ed importante: noi lo stiamo seguendo da vicino, visto che i nostri rappresentanti sono stati auditi anche nell'ambito della missione a Cosenza. Vi è, dunque, un interesse particolare a far luce su un altro pezzo nero del nostro paese - mi riferisco alle «navi dei veleni» - anche perché gli elementi raccolti da diverse fonti (giudiziarie, governative, parlamentari) hanno accertato in maniera chiara ed inequivocabile che alcuni fatti sono successi.
Ricordo un passaggio chiaro, contenuto in un intervento dell'allora procuratore capo, Antonio Catanese, svolto in un convegno organizzato a Napoli dalla Commissione d'inchiesta istituita nella precedente legislatura: ebbene, Catanese disse in maniera chiara che, oltre ad occuparsi dell'affondamento della Rigel, aveva raccolto del materiale circa l'affondamento di altre trentadue navi nel Mediterraneo.
Chiediamo, soprattutto, che sia fatta piena luce sulla questione delle «navi a perdere», un fenomeno che non è esclusivamente italiano, come dimostra il lavoro svolto in questi ultimi tempi. Chiediamo alla Commissione di dar vita ad un'iniziativa di carattere parlamentare nei confronti dell'Unione europea: la questione delle navi affondate nel Mediterraneo non riguarda esclusivamente la competenza territoriale del nostro paese, ma un po' tutta l'Unione europea. Forse, un'iniziativa in termini di conoscenza e di raccolta di informazioni ad opera del Parlamento europeo potrebbe consentirci di giungere ad un quadro chiaro, visto che alcuni documenti parlano di venti, altri di trenta ed altri ancora di quaranta navi: un numero che, sia pur variabile, è comunque sintomatico della gravità del fenomeno.
Una battuta al volo sui traffici illeciti a livello nazionale. Abbiamo un osservatorio ad hoc sul fenomeno dei traffici e dello smaltimento illecito di rifiuti. L'articolo 53-bis del decreto legislativo n. 22 del 1997 sta svolgendo tutta la sua valenza e la sua efficacia, anche se qualcuno lo ha contestato, affermando che si tratta di norma un po' farraginosa rispetto alle esigenze prettamente giudiziarie. Questo articolo dimostra la sua validità e, così facendo, dimostra - ahimè - tutta la gravità della situazione nel nostro paese: ormai, lo smaltimento illecito di rifiuti non è più questione che riguardi aree limitate del nostro paese (mi riferisco alle classiche rotte nord-sud) ma è fenomeno che interessa tutto il territorio nazionale.
Grazie al lavoro straordinario svolto dalle forze dell'ordine - in particolare dal comando tutela ambiente dell'Arma dei carabinieri e dal Corpo forestale dello Stato - si sono accertati casi di traffici e di smaltimenti illeciti che non appartengono esclusivamente al sud del paese: le ultime inchieste hanno riguardato le provincie di Alessandria, Udine e Forlì. E il primo caso di arresto ha riguardato la procura di Spoleto, nel febbraio 2002.
Insomma, l'articolo 53-bis dimostra tutta la sua validità ma, al tempo stesso, testimonia la gravità dei traffici in corso nel nostro paese, non solo al sud. Pertanto, apprezziamo con maggior enfasi il lavoro che sta facendo la Commissione, volto soprattutto a elaborare specifiche fattispecie di delitti contro l'ambiente e ad introdurle
nel codice penale. Abbiamo partecipato al convegno tenutosi la scorsa settimana, nel quale il presidente ha portato a conoscenza lo stato dell'arte in materia; aspettiamo con particolare impazienza che la Commissione elabori e renda pubblica la sua proposta, in modo tale che entro la fine della legislatura i delitti contro l'ambiente facciano parte del nostro codice penale: è un'esigenza che proviene dal paese, è una necessità.
PRESIDENTE. La ringrazio, dottor Groccia. Do ora la parola all'onorevole Banti.
EGIDIO BANTI. Grazie, presidente. Una domanda a proposito delle cosiddette «navi a perdere». Il fenomeno - mi riferisco soprattutto a quelle in partenza dai porti italiani - mi pare ormai ampiamente documentato in tutta la sua gravità, a cavallo fra gli anni ottanta e i primi anni novanta.
Vi chiedo, sulla base della documentazione che avete raccolto, se negli anni successivi questo fenomeno, di cui si parla meno, sia continuato, si sia rarefatto oppure se sia finito. Qualora così fosse, quali sono le ragioni? Sono state scelte altre metodologie? È il frutto di un maggior controllo sui mari italiani o, più semplicemente, i trafficanti internazionali ritengono di seguire altre strade, altre metodologie?
NUNZIO CIRINO GROCCIA, Coordinatore nazionale dell'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente. Dalle esperienze fatte e dai materiali acquisiti, possiamo dire che il fenomeno dei traffici internazionali che vengono effettuati in maniera particolare via mare, attraverso le navi, continua ancora. Ogni anno documentiamo, all'interno del rapporto sulle ecomafie, i casi di spedizioni di rifiuti tramite navi dall'Italia verso la Cina: vi è stato un caso del quale si è occupata qualche tempo fa la procura di Milano.
Certamente, le metodologie che vengono utilizzate oggi sono cambiate rispetto a quelle degli anni ottanta e dell'inizio degli anni novanta; che i rifiuti partissero dai paesi industrializzati e dall'Italia verso i paesi dell'Africa è testimoniato anche dal lavoro svolto dalla precedente Commissione; allo stesso tempo, si è ritenuto che dietro la morte della giornalista italiana Ilaria Alpi e del cineoperatore Miran Hrovatin potesse esservi un traffico illecito di rifiuti dall'Italia verso il Corno d'Africa.
Come detto, sicuramente le metodologie sono diverse e più raffinate rispetto a quelle per le quali si è assistito ad un'esplosione negli anni ottanta e novanta; tuttavia, dagli elementi in nostro possesso, possiamo dire che il fenomeno continua tuttora.
EGIDIO BANTI. Vorrei capire bene. Quando si parla di «navi a perdere» ci si riferisce a navi cariche di rifiuti tossici che vengono affondate dolosamente per inabissarne il carico. Altra cosa è portare il carico in Cina o da qualche altra parte: in tal caso, comunque, arriva a destinazione, anche se si tratta di una procedura illecita.
NUNZIO CIRINO GROCCIA, Coordinatore nazionale dell'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente. Relativamente al carico destinato alla Cina, dagli accertamenti svolti dal Corpo forestale dello Stato è risultato che i rifiuti indicati nel formulario erano completamente diversi da quelli giunti a destinazione.
Dunque, è mutata la modalità di smaltimento - in passato, le navi cariche di veleni venivano affondate in mare - ma l'obiettivo rimane lo stesso.
EGIDIO BANTI. Hanno trovato un mercato, insomma.
NUNZIO CIRINO GROCCIA, Coordinatore nazionale dell'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente. Certo. L'obiettivo viene perseguito lo stesso, con modalità diverse rispetto a qualche anno fa.
PRESIDENTE. Non essendovi altre richieste di intervento, ringrazio il dottor Stefano Lenzi e il dottor Nuzio Cirino Groccia, non solo per la cortesia di essere
stati qui, ma anche per l'utile documentazione che ci hanno fornito e gli elementi di riflessione che per noi sono assolutamente necessari ed importanti per comprendere questa complessa vicenda.
Mi fa piacere precisare ai responsabili di Legambiente e WWF che oggi l'ufficio di presidenza della Commissione ha assunto l'impegno di affrontare la problematica del cosiddetto delitto ambientale entro il mese di dicembre.
Ringrazio i colleghi intervenuti e dichiaro conclusa l'audizione.
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