XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 4461
Onorevoli Colleghi! - Com'è noto, il nostro Paese è
portatore di un triste primato, ovvero è il secondo in
classifica tra i Paesi più industrializzati del mondo per
tasso di disoccupazione femminile. Inoltre un'ulteriore
caratteristica del mercato del lavoro in Italia è un rilevante
divario tra i tassi di disoccupazione maschile e quelli
femminili (16,6 per cento per le donne contro il 9,3 per cento
degli uomini nel 2001).
Le leggi in vigore, che favoriscono l'imprenditoria
femminile, pur essendo importanti, non riescono ad incidere in
maniera decisiva sul problema della disoccupazione femminile.
In molte aeree del Paese, la concorrenza del basso costo del
lavoro nei Paesi in via di sviluppo o la diversa
organizzazione delle attività produttive con i crescenti
livelli di automazione hanno determinato la chiusura o il
ridimensionamento di piccole e medie fabbriche, ad esempio
quelle che operavano nel settore tessile, in cui vi era un
preponderante impiego di mano d'opera femminile. Questa
situazione non solo crea grossi problemi di incertezza
economica individuale o familiare, ma determina in migliaia di
ex lavoratrici un prolungato stato di attesa per arrivare ad
avere il diritto ad una pur minima pensione.
Se a questo si accompagna il ritardo nello sviluppo del
sistema industriale e dei servizi che caratterizza buona parte
dell'Italia, il quadro che abbiamo di fronte è altamente
desolante, con il rischio serio che la disoccupazione
femminile rimanga una costante del sistema Italia.
Non si può certo negare che negli ultimi anni si è in ogni
caso registrata una ripresa dell'occupazione, in buona parte
imputabile proprio alla partecipazione attiva delle donne al
mercato del lavoro. Prendendo ad esempio in esame una ricerca
dell'Istituto nazionale di statistica condotta in un lasso di
tempo che va dal 1993 al 2001, il numero delle donne inserite
nel mondo del lavoro è aumentato rapidamente, non solo in
Italia, ma in tutt'Europa e non ha registrato segnali di
rallentamento. Dal 1993 al 2001 le lavoratrici sono cresciute
di quasi un milione di unità, contro un aumento di 40 mila
nuovi posti di lavoro maschile, contribuendo così alla
crescita occupazionale totale del 96 per cento. Questo
andamento ha portato ad un incremento di tre punti percentuali
dell'incidenza della componente femminile sul totale degli
occupati (dal 34,7 per cento del 1993 al 37,5 per cento del
2001), riducendo lo squilibrio occupazionale tra i due sessi,
sceso da 31 a 25 punti. Resta dunque innegabile che il tasso
di disoccupazione femminile è calato dal 16,3 per cento al 13
per cento e che quindi è aumentato il numero di donne che
lavorano (nel 2002 sono state assunte in 296 mila, per una
crescita del 3,8 per cento rispetto l'anno precedente),
superiore inoltre a quella degli uomini (+ 1 per cento); è
inoltre salito il numero delle donne imprenditrici, aumentato
di circa il 20 per cento negli ultimi anni grazie anche alle
leggi per l'incentivazione dell'imprenditorialità femminile,
come la legge n. 215 del 1992, il cui obiettivo era quello di
agevolare l'accesso alla formazione professionale
imprenditoriale, soprattutto in vista della riqualificazione
professionale femminile, o come quella del "prestito d'onore",
utilizzato per il 43 per cento proprio da donne (soprattutto
nel sud).
Nonostante questi dati positivi che fanno riscontrare un
miglioramento per il mercato del lavoro femminile, permane
ancora significativo il ritardo rispetto agli standard
europei. Il nostro sistema, infatti, presenta ancora una
scarsa capacità di utilizzare tutto il potenziale di lavoro
femminile di cui il Paese dispone e restano da colmare molti
divari ancora esistenti. Come quello che vede ancora
scarsissima la presenza femminile nei posti di lavoro che
"contano" davvero. Secondo una ricerca condotta dalla
Fondazione Bellisario, le donne dirigenti nell'industria
privata italiana sono appena il 2 per cento e si sale al 10
per cento includendo anche le strutture pubbliche.
Il quadro che ne emerge, quindi, è certo quello di un
Paese in cui le donne non devono più "sgomitare" per trovarsi
un lavoro, ma oltre all'aspetto della quantità, sulla quale è
necessario intervenire, resta ancora molto da fare sulla
"qualità" di questo lavoro. Molto spesso, infatti, il posto è
offerto in ruoli dove l'investimento sulla persona è pari allo
zero, dove si chiede tanta flessibilità e poca
specializzazione (part-time, lavoro autonomo), dove le
donne più che conquistare subiscono (oltre il 55 per cento
della nuova occupazione femminile, registrata sempre nel
periodo 1993-2001 è imputabile a forme di lavoro
part-time e molto spesso questa non è una libera scelta,
ma una condizione obbligata poiché non si prefigurano
alternative).
Non va dimenticato, con riferimento all'Italia, che circa
il 10-13 per cento della popolazione femminile vive in una
condizione di povertà estrema, di cui il 40 per cento è
compresa in una fascia di età tra i 19 e i 24 anni. Questa
situazione crea una serie di privazioni materiali che
conducono ad un processo di marginalità e di esclusione
irreversibili.
Abbiamo l'impegno, quindi, di intervenire in maniera più
incisiva per affrontare il problema della disoccupazione e
della povertà nel nostro Paese e, in questo senso, diventa
prioritario affrontare il nodo della disoccupazione
femminile.
La presente proposta di legge, che si affianca ad altre
simili presentate in questa e nella scorsa legislatura, tenta
di affrontare in maniera concreta questa problematica e
proprio per questo ci auguriamo possa avere un iter
parlamentare veloce e si possa arrivare alla sua
approvazione.