XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 4193
Onorevoli Colleghi! - La parità tra donne e uomini
dovrebbe costituire un principio fondamentale del diritto
comunitario e nazionale.
Il difficile governo della complessità di un mondo
globalizzato e le evoluzioni intervenute nella vita pubblica e
nelle culture decisionali del settore privato, oltre a un
interesse accresciuto per l'uso efficace delle risorse e dei
talenti umani, sono fattori che richiedono un'equa presenza
dei due sessi nei luoghi della rappresentanza e della
decisione.
La maggiore presenza delle donne nei governi nazionali e
locali, nelle sedi elettive, nelle istituzioni e nei luoghi
decisionali determina un rinnovo di valori, idee e stili di
comportamento di cui si avvantaggia l'intera società.
A seguito della IV Conferenza mondiale sulle donne
tenutasi a Pechino nel 1995 l'Unione europea ha attuato una
coerente politica di pari opportunità con un corpus di
conoscenze, norme e prassi che hanno conferito diritti formali
alle donne e hanno aumentato in modo significativo il numero
delle donne nella Commissione europea e nel Parlamento
europeo: sono ora cinque i commissari donne e 146 donne sono
state elette (25,7 per cento) al Parlamento europeo nel giugno
1994. La percentuale attuale, che comprende i nuovi Stati
membri, è del 27,6 per cento).
L'Italia, invece, quanto alla partecipazione delle donne
alla vita professionale politica ed economica, viene superata
da trentuno Paesi.
E' il quadro tracciato, nei giorni scorsi, dall'United
Nations development program, il programma per lo sviluppo
delle Nazioni Unite, nell'ultimo rapporto sul GEM (Gender
Enpowerment Measure), l'indice che misura l'inserimento
femminile nei settori chiave. La classifica è stata
ottenuta confrontando la percentuale dei seggi occupati dalle
donne nei vari Parlamenti, la suddivisione degli incarichi tra
i due sessi e la differenza delle retribuzioni.
L'articolo 3 della Costituzione italiana, definito il
cuore della Costituzione stessa, afferma l'uguaglianza dei
cittadini davanti alla legge senza distinzione di sesso e, al
secondo comma, obbliga la Repubblica a "rimuovere gli ostacoli
di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la
libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di
tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e
sociale del Paese".
La modifica dell'articolo 51 della Costituzione,
recentemente approvata a larga maggioranza, recita che "Tutti
i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli
uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di
eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale
fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari
opportunità tra donne e uomini".
Questa modifica - che integra l'articolo 3 - supera
l'interpretazione restrittiva che di questo articolo è stata
data in questi anni e che ha permesso alla Corte
costituzionale di emanare una sentenza, la n. 422 del 1995,
che, eliminando le quote nelle candidature elettorali,
giustifica, rifacendosi all'articolo 3 e rinviando ai partiti
la responsabilità di un riequilibrio tra donne e uomini in
politica, un attacco politico alle donne.
Con la modifica dell'articolo 51 della Costituzione è
stata data copertura costituzionale a tutte quelle future
norme elettorali nelle quali venissero garantite, in modo
eguale a entrambi i sessi, pari condizioni di accesso alle
cariche elettive e agli uffici pubblici.
Oggi, a seguito della citata sentenza della Corte
costituzionale n. 422 del 1995 e della impostazione
maschilista dei partiti politici, la presenza delle donne
nelle istituzioni è assai scarsa; specialmente nelle
istituzioni politiche rappresentative (Parlamento, consigli
comunali e regionali) le donne costituiscono una percentuale
molto, troppo bassa.
In questa legislatura, al Parlamento, nelle elezioni del
maggio 2001, sono state elette 64 donne alla Camera dei
deputati e 24 al Senato della Repubblica: 88 donne su 945
parlamentari per una percentuale del 9,2 per cento.
In questa legislatura la presenza delle donne nel
Parlamento italiano è ai minimi storici e di conseguenza anche
i presidenti di Commissioni parlamentari e i presidenti di
gruppi parlamentari risultano essere tutti uomini.
Il rapporto del Ministro Laura Balbo, redatto a seguito
della direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 27
marzo 1997, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 116
del 21 maggio 1997 (direttiva Prodi), emanata a seguito della
IV Conferenza mondiale delle donne di Pechino del 1995, ha
richiamato l'attenzione sul sorpasso effettuato da parte delle
ragazze rispetto ai ragazzi, già a partire dall'età
scolare.
Anche nella selezione per la dirigenza, ove vi sia
trasparenza di informazione ed equità di valutazione, come nei
concorsi pubblici, le donne dimostrano solitamente un'ottima
preparazione professionale e quindi hanno ottime possibilità
di inserimento sul lavoro anche ai più alti livelli.
Quando, invece, la scelta avviene per cooptazione, come
nelle aziende private oppure con lo spoil system,
prevalgono altri criteri di selezione legati spesso più a
uno spirito di clan che a una selezione democratica. E
le donne sono penalizzate.
Tipica è la situazione interna ai partiti politici i cui
segretari sono praticamente tutti di sesso maschile, sia a
livello nazionale che a livello regionale.
Il diritto di associarsi in partiti politici per
concorrere a determinare la politica nazionale di cui
all'articolo 49 della Costituzione, non è mai stato
regolamentato con legge dello Stato e, di conseguenza, è
lasciata totale libertà ai partiti di organizzarsi. Ben pochi
sono quelli che applicano le indicazioni della citata sentenza
del 1995, ora superata dalla modifica dell'articolo 51, che è
molto più vincolante perché non rimanda solo ai partiti la
necessità di ristabilire l'equilibrio donna-uomo nel settore
pubblico politico, ma impegna la Repubblica, e quindi, tutti i
livelli dello Stato, ad agire per rimuovere gli ostacoli.
Inoltre, mentre in molti altri Paesi europei la
legislazione impone nelle candidature e nelle nomine
governative, a tutti i livelli, di tenere conto del principio
di parità, in Italia la presenza di donne al Governo è
puramente simbolica e non di rado i consigli elettivi e le
giunte regionali, provinciali e comunali sono totalmente
maschili.
Solitamente alle donne non è lasciata neanche la
possibilità di candidarsi in posizione eleggibile.
Negli ultimi anni si sono registrati non pochi casi di
liste elettorali composte totalmente da uomini.
Pertanto, risulta indispensabile che l'applicazione
dell'articolo 3 e dell'articolo 51 della Costituzione avvenga
nella maniera più ampia e rapida possibile, in modo da creare
le premesse perché si inverta la tendenza italiana che, come
risulta da tutti i rapporti internazionali ed europei, ci
colloca agli ultimi posti delle classifiche mondiali.
La proposta di istituire una Commissione bicamerale per le
pari opportunità vuole essere una risposta
politico-organizzativa di livello istituzionale, già
sperimentata con successo a livello europeo a cominciare dalla
Commissione per i diritti della donna e le pari opportunità
del Parlamento europeo per articolarsi nei vari organismi che
i parlamenti nazionali degli Stati membri si sono dati.
Infatti, in Austria entrambi i rami del Parlamento dispongono
di una commissione del genere, così anche il Belgio, la
Finlandia, la Francia, la Germania, l'Irlanda, il Lussemburgo,
la Spagna e la Svezia.
In Italia, tale Commissione bicamerale dovrebbe
individuare gli ostacoli da rimuovere in sede parlamentare per
le piena applicazione dell'articolo 51 della Costituzione,
monitorare la legislazione vigente in materia di pari
opportunità, valutare l'impatto di nuove leggi, fare
un'analisi di genere del bilancio dello Stato e della legge
finanziaria secondo il modello del gender auditing ormai
diffuso in molti Paesi europei. Dovrebbe, ovviamente,
interloquire con i gruppi parlamentari e con il Governo. Si
prevede che tale Commissione eserciti un'azione complessiva di
mainstreaming, secondo quanto contenuto nel Programma di
azione adottato dalla Conferenza di Pechino del 1995, che il
nostro Governo ha sottoscritto e reso operativo con la citata
direttiva Prodi del 1997, ma sostanzialmente mai applicato.
Pertanto, la proposta di legge prevede l'istituzione di
una Commissione parlamentare per le pari opportunità tra uomo
e donna, composta da venti senatori o senatrici e da venti
deputati o deputate, al fine di assicurare la piena
realizzazione dei precetti di cui agli articoli 3 e 51 della
Costituzione, promuovendo l'uguaglianza tra i sessi e
rimuovendo gli ostacoli limitativi della parità. La
Commissione ha compiti di indirizzo e di controllo sulla
attuazione concreta degli accordi internazionali e della
legislazione relativa a tale materia; è suo compito elaborare
le modifiche necessarie alla conformazione della legislazione
nazionale e a tal fine formula proposte, promuove e svolge
indagini, studi e ricerche sullo stato di attuazione della
parità tra i sessi anche in relazione alle norme
costituzionali, alle leggi ordinarie e alle norme comunitarie
e internazionali. Inoltre sollecita e promuove tutte le
iniziative volte a favorire la partecipazione attiva delle
donne alla vita politica, sociale ed economica.
All'articolo 3 si sancisce che la Commissione sviluppa
rapporti con la Commissione nazionale per la parità e le pari
opportunità tra uomo e donna, con il Comitato nazionale per
l'attuazione dei princìpi di parità di trattamento ed
uguaglianza di opportunità tra lavoratori e lavoratrici
istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche
sociali, nonché con le associazioni e i movimenti delle donne
maggiormente rappresentativi sul piano nazionale.