XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 4053
Onorevoli Colleghi! - L'obiettivo della presente
proposta di legge è apportare le necessarie modifiche alla
legge 16 dicembre 985, n. 752 (in materia di raccolta,
coltivazione e commercio dei tartufi freschi o conservati
destinati al consumo), al fine di adeguare la legislazione
vigente alle mutate condizioni economico-produttive della
tartuficoltura nazionale e alle nuove problematiche del
settore.
Il tartufo è il frutto sotterraneo di un fungo. Numerose
sono le specie destinate al consumo. Tra di esse, quelle che
hanno il maggiore interesse economico e gastronomico in Italia
sono il tartufo bianco pregiato (Tuber Magnatum Pico)-
il più pregiato - ed il tartufo nero (Tuber Melanosporum
Pico). L'Italia è leader a livello mondiale sia nella
produzione del tartufo bianco che del tartufo nero.
La tartuficoltura rappresenta una importante attività
economica sia a livello della produzione che a livello della
trasformazione, distribuzione e commercializzazione, generando
un consistente indotto economico ed alimentando un vasto
mercato sia a livello nazionale che internazionale. Il ruolo
di tale coltura, inoltre, è importante anche dal punto di
vista socio-occupazionale (elevato numero di occupati
coinvolti nella produzione e nelle fasi a valle della filiera)
e per lo sviluppo rurale del territorio (ruolo strategico per
la tutela ed il recupero delle aree forestali e marginali).
Le istituzioni che si occupano di tartufo hanno la
necessità di valorizzare il prodotto contestualmente con il
territorio di produzione, incrementandone la conoscenza
soprattutto all'esterno e coinvolgendo tutti i livelli della
"filiera tartufo" ed i vari soggetti interessati, dai
ricercatori i commercianti, fino ai ristoratori ed agli
operatori turistici.
I punti di debolezza della "filiera tartufo" sono
rappresentati innanzitutto dalla aleatorietà della produzione,
dato che la tartuficoltura è la risultante del delicato
equilibrio tra le caratteristiche del suolo, le condizioni
climatiche e le piante simbiotiche. Inoltre, la tartuficoltura
si avvale di una tecnica agronomica piuttosto complessa per
l'impianto e la gestione della tartufaia e di costose
operazioni colturali che hanno lo scopo di conservare le
proprietà del suolo e di migliorare le condizioni per lo
sviluppo della micorriza del fungo che dovrà portare i frutti.
Ciò limita la produzione sostenibile di tartufi, ovvero quella
che può essere ottenuta senza aumentare eccessivamente il
"carico" sulla tartufaia e depauperare, cosi, le proprietà
chimico-fisiche del suolo, con conseguenze negative sia sulla
produzione che sulle caratteristiche idrogeologiche del
territorio.
Queste considerazioni valgono in particolar modo per il
tartufo bianco pregiato - ad esempio della zona di Alba
(Cuneo) - che non si riproduce attraverso la micorizzazione di
piante autoctone, sicché l'unica garanzia per la sua
produzione è legata proprio alla conservazione delle
caratteristiche naturali del territorio di produzione.
Tali difficoltà strutturali intrinseche - che portano ad
una ridotta e frammentata offerta nazionale non in grado di
soddisfare la crescente domanda interna, con un conseguente
rialzo dei prezzi - sono rese ancor più gravi sia dalla
crescente concorrenza del prodotto estero (Tuber
oligospermum dal Nord Africa che viene mescolato alle
partite di tartufo bianco e Tuber himalayense dalla Cina
che ha un aspetto difficilmente distinguibile dal tartufo nero
di Norcia) che dalla continua presenza sul mercato di specie
di Tuber non comprese nell'elenco di quelle
commercializzabili ai sensi della citata legge n. 752 del 1985
ed utilizzate per contraffare le specie pregiate di tartufi
bianco e nero.
Sulla base delle considerazioni esposte emerge la
necessità di creare le condizioni per il futuro sviluppo del
tartufo in Italia e per la tutela di una risorsa economica
nazionale famosa in tutto il mondo. Risorsa che, avendo forti
connotazioni di tipicità e di territorialità della produzione,
può assumere un ruolo chiave nello sviluppo rurale regionale
di alcune importanti realtà locali e nella difesa
economico-ambientale e socio-occupazionale del territorio.
La presente proposta di legge reca pertanto:
a) l'introduzione di una certificazione
obbligatoria, rilasciata dal Corpo forestale dello Stato, che
indichi le caratteristiche essenziali del prodotto (quantità,
specie e varietà, pezzatura), gli aspetti qualitativi ed
estetici, il rispetto dei requisiti minimi di qualità e la
provenienza geografica della produzione (tracciabilità): in
tale modo saranno promosse la trasparenza all'intera filiera e
la piena visibilità di tutte le sue fasi e degli operatori
coinvolti;
b) la tutela della produzione nazionale e di
quella certificata rispetto alle altre, attraverso forme di
discriminazione nei confronti del prodotto che non viene
commercializzato con il certificato di garanzia e tipicità,
nonché la promozione di campagne informative dirette al
consumatore al fine di diffondere tale certificazione e di
spingere il consumatore ad esigere la garanzia di tipicità e
qualità;
c) l'istituzione di un registro su cui annotare la
quantità annualmente prodotta e certificata in Italia al fine
di monitorare la quantità, la qualità e la provenienza
geografica della produzione nazionale;
d) incentivi per la costituzione di associazioni
di produttori di tartufi (data la scarsa diffusione
dell'associazionismo agricolo in questo settore) e di consorzi
per la difesa, la raccolta, la conservazione e la
commercializzazione del prodotto;
e) incentivi all'attività di ricerca al fine di
meglio conoscere le caratteristiche organolettiche dei vari
tartufi identificate per aree geografiche di provenienza ed i
relativi effetti in termini di qualità minima dei prodotti
certificati;
f) l'emanazione di linee-guida di carattere
tecnico-agronomico ed economico-agrario in materia di
tartuficoltura sostenibile e compatibile con la difesa
dell'ambiente, da diffondere ad opera dei servizi competenti
per lo sviluppo agricolo delle regioni e degli informatori
socio-economici locali;
g) il riconoscimento del soggetto "cedente" come
anello principale che lega il prodotto al territorio di
produzione, in modo tale da garantire la visibilità alla prima
fase della filiera, ovvero la produzione, rappresentata dalla
figura del ricercatore di tartufo;
h) la conferma che la raccolta di tartufi deve
essere libera nei boschi e nei territori non coltivati, in
modo da evitare ogni tipo di conflittualità tra ricercatori e
proprietari dei terreni.