XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 4017
Onorevoli Colleghi! - Un breve richiamo ad alcune
vicende storiche del recente passato del Friuli Venezia Giulia
è opportuno per meglio motivare le ragioni della presente
proposta di legge.
Trieste, la Venezia Giulia e il Friuli sono certamente la
parte dell'Italia che più ha pagato il prezzo del secondo
conflitto mondiale e dei successivi decenni della guerra
fredda.
I nuovi confini usciti dal Trattato di Pace e dal
successivo Memorandum di Londra hanno sancito il
passaggio di buona parte della Venezia Giulia all'ex
Jugoslavia, determinando un esodo di massa di oltre
trecentomila italiani dall'Istria, da Zara e dalle isole del
Quarnero che ha investito in larga misura Trieste e l'intera
regione.
La "cortina di ferro" evocata da Churchill aveva la città
giuliana come terminale meridionale. Considerata per molti
anni soglia strategica da cui poteva entrare il nemico, la
regione è stata interessata fino quasi alla fine degli anni
'80 da pesanti servitù militari e da una forte presenza
dell'esercito.
Il fatto di essere considerata area a rischio non ha
favorito certamente gli investimenti di capitale e la presenza
di imprenditoria esterna: si trattava pur sempre di una
regione di confine al di là del quale - per migliaia di
chilometri - vigeva un sistema politico ed economico
totalmente diverso e contrapposto.
Per fronteggiare questa condizione oggettivamente
penalizzante di frontiera di sistema, lo Stato italiano è
intervenuto negli anni con misure tese a sostenere l'economia,
sia con l'istituzione di fondi speciali ad hoc, sia
garantendo la presenza delle aziende pubbliche; ma questa
politica ha dovuto, nel tempo, fare i conti con norme sempre
più restrittive della Comunità europea in materia di aiuti
pubblici e con scelte tese a ridurre drasticamente la presenza
dello Stato nell'economia.
Malgrado questa situazione, o forse per reagire ad essa,
nel Friuli Venezia Giulia si è andata affermando in maniera
sempre più forte e convinta una vocazione internazionale che
ha puntato a fare di quest'area una sorta di ponte o di
trait-d'union con i Paesi dell'Europa
centro-orientale.
Si trattava soprattutto di un'aspirazione in un periodo in
cui l'Italia e l'Europa comunitaria intrattenevano rapporti
assai limitati e guardinghi con i Paesi dell'Europa
centro-orientale (PECO). Un'aspirazione che tuttavia è stata
alimentata da una fitta rete di relazioni, di contatti
istituzionali, economici, culturali e anche individuali di
buon vicinato. La Comunità di lavoro Alpe Adria, che negli
anni '80 fa incontrare periodicamente regioni dei Paesi
dell'est, dell'Austria e dell'Italia, nasce quando nessuno può
neanche immaginare il crollo del muro di Berlino; e lo stesso
vale per la Quadrangolare, che impegna invece gli Stati e che,
di ampliamento in ampliamento, darà poi vita all'Iniziativa
centro europea (INCE).
Sono ipotesi di lavoro ed esperienze che nascono in questa
regione. La stessa Commissione europea nel 1995 ha modo di
riconoscere che "tradizioni di apertura verso i Paesi
dell'est, esistenza sul posto di una minoranza di espressione
slava" - che agevola le relazioni con quei Paesi sul piano
linguistico e culturale - assegnano a Trieste (e alla regione)
una "posizione peculiare e unica nella Comunità" nel rapporto
con l'est europeo.
Un forte tentativo di tradurre in atto queste potenzialità
e di dare sostanza alle buone intenzioni con strumenti
specifici e con politiche mirate avviene con la cosiddetta
"legge sulle aree di confine", legge n. 19 del 1991.
Formalmente approvato alla fine del 1990 e promulgato il 9
gennaio 1991, il provvedimento era stato in realtà impostato
verso la metà degli anni '80, ben prima del crollo del muro di
Berlino e dei vari accordi di cooperazione e di associazione
con i Paesi dell'Europa dell'Est che sono seguiti a
quell'evento.
Alla prova dei fatti, la legge ha dato esito positivo per
alcuni aspetti, mentre per altri è risultata superata dagli
eventi e dalle nuove relazioni intervenute tra Unione europea
e PECO.
Hanno certamente dato impulso al ruolo internazionale
della regione il riconoscimento e il rafforzamento di quella
che oggi è l'INCE, il cui segretariato è stato posto a
Trieste; l'istituzione di INFORMEST e di FINEST; la promozione
della cooperazione nel campo meteorologico sull'area
transfrontaliera; i finanziamenti per le minoranze (quella
slovena in Italia e quella italiana nell'Istria slovena e
croata), e il sostegno alle attività internazionali delle
università.
Altre previsioni della legge per ulteriormente esaltare le
potenzialità internazionali della regione sono rimaste sulla
carta, come il "programma nazionale di interesse comunitario"
che non ha mai visto la luce. Lo stesso vale per il centro
finanziario off-shore, altro obbligo inevaso prima a
seguito di un lungo contenzioso con la Commissione europea,
poi - ad accordo intervenuto - per disguidi burocratici e per
la lentezza nel predisporre i regolamenti di attuazione. Norme
sempre più restrittive in materia di aiuti di stato hanno
portato recentemente la Commissione europea a impugnare
nuovamente il provvedimento che è destinato così ad essere
definitivamente affossato prima ancora di essere attivato.
Per altri aspetti, la legge n. 19 del 1991 non si era
discostata dalla vecchia logica risarcitoria, di compensazione
per la perifericità dell'area. Non a caso, parte delle misure
venne ridimensionata o annullata dalla Commissione europea,
che vi intravvide una violazione delle norme di
concorrenza.
In buona sostanza, la legge n. 19 del 1991 - che pure è
stata apprezzata per i finanziamenti che ha portato nel
nord-est - nacque, almeno per una parte, già vecchia e
inadeguata rispetto allo scenario affatto nuovo che si apriva
all'inizio degli anni '90.
La legge ha oggi esaurito le risorse, ma alla luce di
quanto esposto, un semplice rifinanziamento risulterebbe
anacronistico, e del tutto incongruo rispetto al nuovo quadro
di riferimento europeo in cui oggi si colloca il Friuli
Venezia Giulia: quello dell'imminente allargamento dell'Unione
europea a 10 nuovi Paesi di cui 8 appartenenti all'INCE e
dunque a quell'area cui la regione ha rivolto in questo mezzo
secolo molte delle sue attenzioni e iniziative.
La presente proposta di legge, dunque, si richiama alla
precedente legge sulle aree di confine per la sua ispirazione
di fondo e per ricordare la sensibiltà dimostrata in passato
dal legislatore nazionale, ma punta ad una serie di interventi
che tengano conto del nuovo scenario europeo che si sta
configurando, dell'impatto che esso avrà su una regione il cui
confine sta per cadere e del ruolo peculiare, per molti
aspetti esclusivo, che essa può assolvere nell'interesse
dell'intero Paese.
Da confine del sistema, il Friuli Venezia Giulia è ormai
destinato a diventare uno dei baricentri dell'Unione europea
allargata, una soglia senza più barriere tra quelle che ieri
erano le due Europe. Da problema delicato qual è stata per
tanti anni, l'area diventa una risorsa che opportunamente
valorizzata può costituire un vantaggio per tutta l'Italia e
per la stessa Europa, come la citata dichiarazione della
Commissione riconosceva già 8 anni or sono.
Tuttavia, il passaggio dell'allargamento non è indolore
per le regioni di confine: grandi sono le opportunità ma non
irrilevanti i problemi che si aprono quando cadono le
frontiere. Lo si è visto in altre regioni italiane, quando
l'attuazione concreta del mercato interno ha fatto scomparire
una serie di servizi e di attività confinarie con la Francia;
lo si è visto quando nell'Unione europea è entrata l'Austria.
E si trattava di Paesi che condividevano con l'Italia sistema
economico, tenore di vita, regimi salariali.
Nel prossimo allargamento entreranno Paesi con
caratteristiche ben diverse da questo punto di vista, e le
ripercussioni di uno spazio economico e di un mercato che si
aprono si faranno sentire in maniera anche più accentuata che
nel passato.
E' la stessa Unione europea a riconoscerlo e a farsene
almeno in parte carico.
Non a caso nel 2000 la Commissione europea ha affermato la
necessità di un'analisi sulla situazione economica delle
regioni che confinano con i Paesi candidati all'allargamento
dell'Unione.
E il successivo Consiglio europeo di Nizza ha sollecitato
la stessa Commissione a proporre un programma per rafforzare
la competitività economica delle regioni frontaliere, partendo
dalle probabili ripercussioni su di esse dell'ampliamento e
dall'esigenza perciò di rafforzare la loro competitività.
Un'"azione comunitaria a favore delle regioni frontaliere"
(comunicazione della Commissione europea relativa all'impatto
dell'ampliamento sulle regioni confinanti con i Paesi
candidati. Azione comunitaria a favore delle regioni
frontaliere. COM(2001)437 definitivo, 25 luglio 2001) è stata
così licenziata nel luglio del 2001 dalla Commissione europea.
Il documento individua le 23 regioni frontaliere interessate
all'allargamento, di cui due in Italia: Friuli Venezia Giulia
e Veneto.
In questo ambito per l'Italia è stato "considerevolmente
maggiorato il quadro finanziario del programma italiano
INTERREG IIIA con la Slovenia" per il periodo 2000-2006
rispetto ai sei anni precedenti (incremento del 209 per
cento). Il documento proponeva inoltre:
1) di portare il contributo comunitario massimo ai
progetti Trans European Network (TEN) dal 10 per cento
al 20 per cento per i progetti transfrontalieri quando il
valore aggiunto per i Paesi partecipanti sia particolarmente
elevato;
2) di erogare nel periodo 2003-2006 un'assistenza
finanziaria speciale pari a 150 milioni di euro per sostenere
i progetti ovvero le migliorie più urgenti alle infrastrutture
transfrontaliere nel settore dei trasporti;
3) di considerare fra le priorità più importanti la
promozione dei progetti volti a collegare le TEN alle reti di
trasporto dei Paesi candidati, obiettivo rispetto al quale la
Commissione europea proponeva tra l'altro di "promuovere i
progetti volti a ridurre le strozzature, a collegare i porti
alla rete ferroviaria e a promuovere gli investimenti e il
potenziamento delle infrastrutture per il trasporto merci su
rotaia".
La stessa Commissione aveva peraltro già finanziato nel
1999 attraverso il programma Interreg 2C un progetto (il
"Preparity") teso a promuovere uno studio sull'impatto
dell'allargamento sulle aree frontaliere. Nel progetto erano
coinvolti inizialmente il Friuli Venezia Giulia, il Veneto,
l'Emilia Romagna, l'Abruzzo e le Marche, ma in effetti solo le
prime due regioni si rendevano parte attiva nella ricerca, e
solo la prima rendeva pubbliche alla fine del 2001 le
risultanze dell'indagine, che in parte riguardavano anche il
Veneto.
Queste risultanze evidenziano:
l'elevato livello di integrazione tra sistema economico
del Friuli Venezia Giulia e i PECO anche se il grado di
internazionalizzazione del Friuli Venezia Giulia ha un
carattere prevalentemente europeo comunitario;
il carattere "labour intensive" dell'industria
regionale e dunque potenzialmente a rischio, perché
penetrabile dalle importazioni dai Paesi dell'est, anche se la
produzione regionale ha un contenuto di high skill o
medium/blue collar skill al momento sufficientemente
elevato per proteggerla dai nuovi entrati.
Il problema che emerge e al quale la presente proposta di
legge si propone di dare almeno in parte una risposta è come
garantire la salvaguardia e lo sviluppo del patrimonio di
risorse umane che hanno consentito ad alcuni distretti e
cluster industriali di raggiungere posizioni di
eccellenza e di primato sul mercato mondiale.
L'indagine condotta presso le imprese indica che le stesse
individuano i loro vantaggi competitivi soprattutto nella
qualità dei prodotti che riescono a garantire, nella
flessibilità derivante dalla loro ridotta dimensione, e dal
grado di innovazione che caratterizza la produzione. Ma al
tempo stesso questi sono anche i punti sensibili, rispetto ai
quali ci si pone il problema di tenere il passo nel tempo,
pena la perdita di posizioni. Non a caso le strategie di
sostegno vengono indicate nel miglioramento organizzativo
delle imprese, nella salvaguardia delle risorse umane
(skill), nello sviluppo dell'innovazione e
della R e S.
Infine, con riferimento all'allargamento, non si può
ignorare il rischio che il differenziale del costo del lavoro
presente tuttora nei Paesi candidati possa incidere sulla
competitività delle imprese della regione, più di altre
esposta - per la sua contiguità - alla concorrenza e alla
penetrazione dei prodotti dei nuovi entrati.
Si tratta di indicazioni di cui si è tenuto conto nella
predisposizione della presente proposta di legge, come si
potrà vedere in seguito.
L'interesse strategico che la Commissione europea assegna
all'area italiana del nord est emerge peraltro anche da altre
previsioni di intervento, a cominciare da quelle a sostegno
delle Reti e dei Corridoi transeuropei individuati al
Consiglio europeo di Essen del 1994. La regione Friuli Venezia
Giulia vi figura nell'elenco dei progetti prioritari come
terminale della rete transeuropea ad alta velocità da Lione
fino a Trieste, e come stazione di partenza del Corridoio
europeo n. 5 che in pratica raccorda l'asta TAV con un fascio
di infrastrutture che dovrebbe arrivare da Venezia-Trieste
fino a Lvov (Leopoli), Kiev via Lubiana e Budapest.
Tra gli "altri progetti importanti", un secondo elenco di
infrastrutture ritenute di interesse europeo ma da considerare
subordinate alla prima, figurava in effetti anche il
"Corridoio Adriatico (Trieste-
Ravenna-Ancona-Brindisi-Igoumenitsa-Patrasso-Larissa-Cipro/Mal
ta-Nord Africa)" il cui progetto non è stato portato a
compimento.
Il ritardo accumulato nella progettazione e nell'avvio dei
lavori della RTE Lione-Torino-Trieste e del Corridoio europeo
n. 5 sta pesando notevolmente sulle possibilità di sviluppo
del nord-est, ma rischia di penalizzare l'intero Paese in
quanto si delinea concretamente la prospettiva di essere
anticipati nella realizzazione di un asse di collegamento
est-ovest che passa al di sopra delle Alpi.
Una proposta di decisione (COM(2001) 544 definitiva) che
in pratica aggiorna la lista dei progetti di Essen, prevede il
finanziamento di un "treno ad alta velocità/trasporto
combinato est europeo
Stoccarda-Monaco-Salisburgo/Linz-Vienna", ritenuto necessario
perché consentirà di costituire un corridoio ferroviario
transeuropeo che "nella prospettiva dell'allargamento potrà
essere prolungato verso Budapest", e poi fino a "Bucarest e
Istanbul". L'asse - afferma il documento comunitario - "sarà
completato solo nel 2012, ma gran parte dovrebbe essere
realizzata entro il 2006".
La necessità di non perdere ulteriore tempo per la
realizzazione degli assi e dei corridoi che riguardano
l'Italia emerge con tutta evidenza e si confida che la legge
obiettivo vorrà tenere conto di questa priorità. Per converso
la presente proposta di legge si fa carico di favorire
un'accelerazione della progettazione e della realizzazione del
Corridoio 5 anche nei Paesi di nuova adesione, come Ungheria e
Slovenia.
Si ipotizza così la possibilità di co-finanziamento di
opere in questi due Paesi laddove esse vedano coinvolte anche
imprese italiane (la proposta ha un precedente, rappresentato
dalla legge 8 ottobre 1998, n. 354, la quale all'articolo 3,
comma 2, prevedeva che "per lo sviluppo dell'itinerario
ferroviario Venezia-Trieste-Lubiana, il Ministro dei trasporti
e della navigazione è autorizzato a concedere contributi per
l'ammodernamento di tratte ferroviarie in territorio sloveno,
da realizzare da parte della "Ferrovie dello Stato SpA" per un
importo non superiore a lire 300 miliardi").
In conclusione le motivazioni della proposta di legge
possono essere così riepilogate:
1) esigenza di riorganizzazione del territorio nel
Friuli Venezia Giulia per fare fronte all'impatto e alle
potenzialità dell'allargamento dell'Unione europea;
2) necessità di correggere fattori distorsivi del suo
sviluppo sedimentati durante mezzo secolo come conseguenza
della marginalità e della collocazione della regione ad un
confine non solo geografico, ma di sistema politico ed
economico;
3) venir meno di misure di sostegno operanti attualmente
sul territorio a titolo di risarcimento per la sua
collocazione periferica e confinaria;
4) esigenza di migliorare la partecipazione del Friuli
Venezia Giulia (e del Veneto) alle politiche e ai programmi
comunitari diretti a favorire l'integrazione economica con i
Paesi candidati dell'Europa centrale e orientale;
5) valorizzazione del patrimonio di esperienze e di
relazioni con i PECO che il Friuli Venezia Giulia (e il
Veneto) hanno accumulato in tutti questi anni malgrado le
condizioni sfavorevoli;
6) ruolo primario che il nord-est e la regione Friuli
Venezia Giulia in particolare possono assolvere nell'ambito di
una strategia di politica estera italiana ed europea verso
l'area balcanica dei Paesi già candidati all'adesione
all'Unione europea ma non ancora idonei all'entrata (Romania,
Bulgaria e Croazia) e quella dei Paesi per ora non coinvolti
nel processo di integrazione, (Serbia, Montenegro, Bosnia,
Albania, FYROM). L'interesse nazionale ed europeo di questo
obiettivo appare evidente, anche ai fini della stabilità
dell'area, e la presente proposta di legge vuole essere
funzionale almeno per un aspetto (quello della cooperazione
scientifica e della R e S) alla strategia di perseguirlo.
Rimettendo prevalentemente alla regione l'individuazione
dei progetti di intervento la proposta di legge rispetta il
principio di autonomia sancito dallo Statuto speciale del
Friuli Venezia Giulia.
Puntando poi soprattutto sulla riorganizzazione del
territorio al fine di creare un ambiente più favorevole allo
sviluppo delle imprese, ed evitando gli aiuti diretti alle
stesse, il provvedimento si mette al riparo da eventuali
obiezioni comunitarie relative agli aiuti di Stato e alla
violazione delle norme sulla concorrenza.
In sintesi, l'articolo 1 indica le finalità generali
della legge, individuandole nell'esigenza di sostenere le aree
frontaliere a fronte delle probabili e previste ripercussioni
dell'allargamento dell'Unione europea. La legge si prefigge
così l'obiettivo generale di attenuare gli effetti negativi
derivanti da attività confinarie destinate a scomparire con la
caduta della frontiera; e al tempo stesso di attrezzare il
territorio regionale a cogliere le opportunità del nuovo
quadro politico.
La legge risponde in questo modo non solo ad esigenze ed
opportunità oggettive, ma anche a politiche e indicazioni
dell'Unione europea, che a sua volta ha previsto misure di
accompagnamento per le regioni frontaliere coinvolte
dall'ampliamento.
L'articolo 2 istituisce lo strumento fondamentale con
cui si devono perseguire le finalità generali indicate
dall'articolo 1. Si prevede allo scopo l'istituzione di un
fondo quinquennale la cui gestione è devoluta alla regione
Friuli Venezia Giulia che provvederà al suo utilizzo con
propria legge. L'articolo specifica comunque i settori di
intervento, in ciò tenendo conto soprattutto delle indicazioni
emerse dallo studio ("Preparity") promosso dalla
Commissione europea per valutare l'impatto dell'allargamento
sul Friuli Venezia Giulia.
Si prevedono misure a sostegno della riconversione delle
imprese colpite dall'allargamento, ma anche per recuperare o
incrementare l'efficienza del territorio, attraverso il
potenziamento dei servizi, compresi quelli di pubblica
utilità, delle infrastrutture e delle reti e se ne promuove
l'integrazione con quelle della parte slovena e, dove
possibile, croata, al fine di migliorarne l'efficienza
complessiva e la capacità di contribuire allo sviluppo
dell'area transfrontaliera. L'articolo prevede anche il
recupero dei siti industriali inquinati e misure che
assicurino la salvaguardia ambientale, attenuando l'impatto
che sul tessuto economico regionale possono esercitare le
situazioni di "dumping ambientale" che privilegiano gli
operatori economici d'oltre frontiera.
E' in buona sostanza una sorta di programma integrato
territoriale quello che si prospetta, con una connotazione
particolare rispetto all'esperienza fin qui fatta di questo
strumento, perché in tale caso si vuole tener conto
dell'interazione con un territorio estero, ciò che presuppone
una forte cooperazione transfrontaliera. Un accento
particolare viene posto in questo articolo alla
riorganizzazione produttiva delle aziende e allo sviluppo di
nuove tecnologie. L'articolo prevede così il sostegno a forme
particolari di raccordo tra centri di ricerca e imprese della
regione, per fare fronte con l'innovazione a una concorrenza
crescente dei Paesi aderenti o candidati, spesso determinata
dai bassi costi del lavoro; e la creazione di un organismo,
anche in forma societaria, in grado di garantire assistenza
alle imprese che lamentano una forte esigenza di
riorganizzazione rispetto al nuovo scenario dell'Europa
allargata.
L'articolo 3 prevede una deroga al regime delle quote
massime di stranieri da ammettere nel territorio dello Stato,
nel caso in cui la regione - per fare fronte all'offerta di
lavoro del territorio - sottoscriva un accordo di programma
con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e con
gli enti locali interessati.
Altre misure in deroga sono previste per i lavoratori
transfrontalieri - fenomeno storicamente consolidato - e per
quelli dipendenti da imprese dell'area PECO con cui le imprese
regionali intrattengano rapporti di cooperazione o che siano
interessati da programmi di formazione professionale.
Articolo 4. La collocazione del Friuli Venezia Giulia e
l'attitudine delle sue classi dirigenti hanno fatto di questa
regione un osservatorio del tutto particolare sui Paesi
dell'area balcanica e del Mediterraneo occidentale, che negli
anni ha saputo trasformarsi in un laboratorio di esperienze e
di relazioni che ora vanno capitalizzate.
L'articolo prevede così misure a favore delle università
della regione e del polo scientifico di Trieste affinché
realizzino programmi di formazione e di cooperazione con le
università e con gli organismi di ricerca e sviluppo dei Paesi
dell'area balcanica e del Mediterraneo occidentale non ancora
coinvolti nel processo di integrazione europea. Rispetto a
quest'area che ancora nel recente passato si è rivelata
particolarmente instabile e focolaio di tensioni che hanno
investito l'intera Europa, è evidente l'intento dell'articolo
di sviluppare una cooperazione che possa avvicinare e in
prospettiva favorire l'integrazione nell'Unione europea di
questi Paesi, muovendo da una regione che storicamente ha
rappresentato per essi una soglia di avvicinamento e di
entrata al mondo occidentale.
Con questa stessa ottica e per le stesse motivazioni
l'articolo 5 prevede la istituzione del Centro europeo per
la formazione dei Paesi aderenti all'Iniziativa centro-europea
(INCE) e dei Paesi dell'Europa centro-orientale (PECO), che
dovrà riguardare sia l'acquis comunitario che la
diffusione delle conoscenze e delle competenze aziendali.
L'articolo 6 si fa carico di favorire una più sollecita
realizzazione del Corridoio europeo n. 5 in Slovenia e in
Ungheria, al fine di scongiurare l'isolamento della regione e
dell'intero nord-est italiano dalle correnti fondamentali
degli scambi sull'asse est-ovest incrementate
dall'allargamento. La prospettiva concreta e ravvicinata di
essere bypassati da un asse infrastrutturale d'oltralpe
(Stoccarda-Salisburgo-Vienna-Budapest) rende indispensabile
uno sforzo per la realizzazione delle opere del Corridoio
europeo n. 5 in Italia e il loro sostegno negli altri Paesi
interessati, con un'iniziativa del resto già perseguita nella
precedente legislatura.
L'articolo 7 va incontro all'esigenza di semplificare e
di razionalizzare alcuni strumenti a sostegno
dell'internazionalizzazione delle imprese previsti dalla legge
n. 19 del 1991. Si propone così di unificare in un'unica
società FINEST ed INFORMEST, sia pure prevedendo la
costituzione di due sezioni autonome. L'obiettivo è quello di
rendere sinergiche le loro funzioni, di favorire un rapporto
più stretto e operativo con l'Istituto per il commercio con
l'estero (ICE), e di snellire gli attuali organismi di
direzione mettendoli in condizione - con una migliore
definizione dei compiti - di corrispondere meglio all'
effettiva domanda delle imprese regionali. Preposti alle tre
sedi in cui operano oggi i due attuali organismi (FINEST ha
una sede in Veneto e una in Friuli Venezia Giulia, INFORMEST
ha sede a Gorizia) saranno tre vicepresidenti, che con il
presidente nominato dal Ministro delle attività produttive
dovranno garantire una guida unitaria della nuova società. Ad
essa sono inoltre confermate ed estese per tutta la sua area
di intervento le misure integrative previste esclusivamente
per l'area balcanica dalla legge sulla ricostruzione della ex
Jugoslavia (legge 21 marzo 2001, n. 84) approvata dopo
l'intervento NATO in Serbia e Kossovo del 1999.
L'articolo 8 stabilisce i contributi a favore della
minoranza italiana in Slovenia e in Croazia, di cui alla legge
21 marzo 2001, n.73.
L'articolo 9 disciplina gli oneri derivanti
dall'attuazione della legge.