XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 3969




        Onorevoli Colleghi! - I caratteri della cucina piacentina derivano principalmente da due tradizioni fra loro molto diverse e lontane, che nel corso dei secoli hanno continuato a svilupparsi secondo percorsi paralleli, talvolta influenzandosi a vicenda: la contadina e quella propria della nobiltà.
        La prima, certamente la più diffusa e pervasiva, rappresenta una cucina strettamente legata ai lavori e ai prodotti dei campi, costituita da piatti semplici e robusti scarsamente lavorati, dai gusti solidi e precisi, basati su ingredienti come i fagioli, le lenticchie, il lardo, le cotiche, le patate e la carne di suino.
        Il secondo filone gastronomico è quello di derivazione ricca ed elaborata, legata agli ambienti nobiliari ed ecclesiastici. Ne sono prova i consigli gastronomici contenuti in diverse lettere del cardinale piacentino Giulio Alberoni, divenuto ministro del re di Spagna Filippo V, per imbandire a regola d'arte i reali banchetti e assecondare i robusti appetiti delle teste coronate.
        Dai Ducati di Parma e Piacenza partivano gli ingredienti più adatti per queste colazioni di lavoro: fagioli di Castel San Giovanni, formaggio piacentino, ribiole della Bettola, triffole e anolini.
        Sappiamo, infatti, di certi piatti che il cardinale aveva fatto ammannire, prima al duca di Vendome, poi alla principessa Orsini e in seguito alla sua regina, Elisabetta Farnese. Mangiando tali delizie, la regina, in vena di nostalgia, disse "parergli essere ancora nel buon paese cioè la sua città d'origine" (Piacenza).
        Nel 1736 al palazzo del conte Marazzani l'abate Gaspare Bandini (in Arcadia Telasco Orneate) declamò il capitolo "I tortelli" di 124 versi che, oltre a darci un'idea della produzione poetica della arcadica Colonia Trebbiense di Piacenza, ci dà anche l'antica ricetta degli stessi.
        Gli esemplari e le ricette, quindi, costituiscono un enorme patrimonio: tortelli (i cosidetti turtei cun la cua) sono un primo piatto unico fatto a forma di caramella, con le code che si devono sentire sotto i denti, con il ripieno di ricotta, erbe, formaggio e uova.
        Non meno gustosi sono i pisarei e faso, piatto della cucina povera, ma molto saporito, che riunisce in una sola pietanza le peculiarità nutritive dei cereali e dei legumi; si tratta di gnocchetti, conditi con stuzzicante sugo a base di olio, burro, lardo pestato, cipolle, pepe e ovviamente fagioli borlotti.
        Tra i secondi piatti, spiccano la famosa picula ad caval, ottima carne di cavallo in umido, assaporata cruda con poco condimento o cotta, con le verdure.
        Da sempre elemento popolare, la carne di cavallo trova la sua motivazione storica nell'essere Piacenza città ad elevata presenza militare e quindi con disponibilità di carne equina a costi relativamente bassi.
        Insomma, turtèi cun la cùa, pisaréi e faso e picula ad caval sono un singolare laboratorio gastronomico d'arte culinaria piacentina per le sue caratteristiche storiche e culturali, specialità che non possono mancare di venir gustate dal seppur frettoloso e occasionale visitatore di queste terre.
        Passando all'articolato della presente proposta di legge, si evidenzia che essa trova fondamento nella contestuale realtà del territorio dell'Emilia, grande tradizione storica gastronomica di riconosciuta eccellenza.
        L'articolo 1 indica lo scopo della legge, ovvero promuovere la tutela e la valorizzazione dei tre piatti tipici piacentini, turtèi cun la cùa, pisaréi e faso e picula ad caval, non come un mero prodotto agroalimentare o gastronomico da commercializzare, ma come un piatto, prodotto e consumato, appunto, nelle osterie, nelle trattorie e nei ristoranti.
        Per questa ragione, la tutela viene ricercata, al pari dell'organizzazione e dei servizi dei distretti industriali, con l'istituzione di un distretto di ristorazione, inteso appunto, come una rete sistematica di "cucine" locali (osterie, trattorie e ristoranti), veri laboratori d'arte gastronomica.
        In sostanza, si vuole tutelare la valorizzazione dei ristoratori che preparano e fanno degustare queste specialità tipiche.
        L'articolo 2 prevede la costituzione di un Comitato per la tutela delle suddette specialità, riservandone la gestione ai ristoratori.
        L'articolo 3 stabilisce come attivare il distretto di ristorazione, inserendolo nell'offerta turistica locale. Un obiettivo è quello di considerare la cucina piacentina come un attrattiva in sé, ovvero un fatto culturale primario di autentica ospitalità. Inoltre, posto che l'obiettivo delle attività del Comitato è la valorizzazione della cucina piacentina, si precisa che gli itinerari turistici devono far conoscere anche le osterie, le trattorie e i ristoranti, che sono fuori da tutti gli altri circuiti dell'offerta turistica locale. Ciò consente di valorizzare anche i cuochi, gli chef e i maestri non conosciuti, non titolati o non presenti nelle vetrine prestigiose dei grandi ristoranti.
        Lo scopo è di "educare al gusto", di realizzare un accantonamento tra arte e cucina; quando un piatto fornito su una tavola imbandita non ha storia, radici, cultura e non scatena i sensi e le emozioni, in chi lo degusta, significa che non ha identità.
        E' necessaria un'educazione alla gastronomia locale e nazionale perché i giovani possano avvicinarsi e interessarsi alla cultura locale e possano capire e apprezzare il gusto dei piatti tipici quali memorie vive delle tradizioni locali che si stanno via via perdendo.




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