XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 3938




        Onorevoli Colleghi! - Alla fine della seconda guerra mondiale un'intera parte d'Italia, al suo confine orientale, fu disintegrata, in larga misura svuotata di un popolo e di una cultura, e alterata in tutte le sue parti, compresa quella che, dopo la mutilazione, rimase all'Italia. Sono vicende che riguardano gli esuli istriani, fiumani e dalmati, dispersi ora in tante comunità nelle città italiane, e in altri Paesi; vicende che riguardano i "rimasti" in Jugoslavia, e che per decenni sono stati sottoposti, ancora fino a poco tempo fa, a ostilità e a repressioni; vicende che riguardano la stessa Trieste, dove si sono accumulati più che comprensibili risentimenti e rancori nei confronti di un'Italia che aveva rimosso una tale tragedia nazionale e collettiva.
        Oggi abbiamo visto bene tutti, italiani, croati e sloveni, e tutti gli europei, le conseguenze degli etnonazionalismi e delle pulizie etniche. Abbiamo compreso fino in fondo il carattere irrimediabilmente perverso di tutti i sistemi ideologici totalitari. Abbiamo tutti compreso il valore sempre irrinunciabile della democrazia liberale e dei diritti umani. Perciò oggi, da questa consapevolezza, si possono aprire pagine nuove anche in tutta l'area dell'Adriatico settentrionale.
        Così come ci deve essere consapevolezza delle responsabilità che oggi ha l'Italia nei confronti della cultura e degli italiani della costa orientale dell'Adriatico. Ci riferiamo alla minoranza italiana che vive in Slovenia e in Croazia, ma anche a qualcosa di più profondo, ai segni di una cultura veneta e italiana che ha connotato e connota in profondità l'Istria e le coste dalmate. Rifiutando fino in fondo nazionalismi e irredentismi che hanno pesato nel passato, non dobbiamo essere meno severi sul conto di quelli altrui.
        Bisogna ricordare l'esodo e la perdita dei propri luoghi, bisogna conservare e tramandare la memoria delle sofferenze degli italiani della Venezia Giulia alla fine della seconda guerra mondiale: le foibe, il clima di terrore che si instaurò nei luoghi occupati dagli jugoslavi, le paure, l'esodo di massa dall'Istria e dalle coste dalmate.
        Ciò ha segnato la vita di centinaia di migliaia di persone. Sappiamo che tutto questo è la conseguenza della guerra e del trattato di pace, ma è giusto ricordare le sofferenze individuali, la rottura drammatica che ciò ha significato nella vita delle singole persone. Per questo bisogna trovare un momento e un simbolo che racchiudano il significato che hanno avuto, per molti sul piano individuale, il terrore, la scomparsa di persone care, l'esodo.
        Tutto ciò può essere rappresentato nella sua specificità alla coscienza nazionale della Repubblica dal giorno in cui il piroscafo "Toscana" partì per il suo decimo e ultimo viaggio dalla città di Pola e attraversò il mare Adriatico con il suo carico di profughi: era il 20 marzo 1947. E' una data che ricorda all'Italia la risposta di un popolo all'ingiustizia subita, un giorno che richiama alla memoria atti che drammaticamente attestano la volontà di tanti istriani, fiumani e dalmati di restare cittadini italiani.
        C'è un'altra ragione per la quale l'Italia deve ancora dare riconoscimento alle sofferenze dei profughi e degli italiani della Venezia Giulia: bisogna affidare al Paese un giorno in cui tutti gli italiani ricordino che alcuni - un intero popolo al confine orientale d'Italia - più degli altri pagarono le conseguenze di una guerra sbagliata e le pagarono personalmente, nell'indifferenza, quando non nell'ostilità della nazione, accompagnati dal silenzio della Repubblica che per decenni ha oscurato le tragiche vicende degli italiani dell'Istria, di Fiume, delle coste dalmate e più in generale della Venezia Giulia alla fine della seconda guerra mondiale.
        E' mancata una riflessione dell'Italia repubblicana su queste vicende. Ricostruendo nella memoria i tempi e le fasi delle vicende della costa orientale dell'Adriatico nel '900, uno degli elementi che riemerge con insistenza è quello di un atteggiamento di lontananza e di estraneità con cui l'opinione pubblica italiana ha guardato e guarda alla Venezia Giulia: il riferimento è al periodo dopo il 1954, ma si potrebbe senza fatica risalire al 1918 e all'inserimento della Venezia Giulia - parliamo di Gorizia, di Trieste e dell'Istria - nel Regno d'Italia. C'è, ovviamente il grande impeto irredentistico molto diffuso negli anni vicini alla prima guerra. Ma spesso ci si limita a guardare le emozioni e si trascura di osservare altri dati. Quali furono gli atteggiamenti, gli orientamenti espressi dai funzionari dello Stato italiano venuti nelle terre irredente? La cultura amministrativa e politica era in grado di cogliere il carattere di queste terre? D'accordo, in quegli anni, ovunque in Europa l'obiettivo era quello di omogeneizzare le popolazioni alloglotte, ma, in concreto, quali furono la specificità dell'approccio italiano?
        Dal 1918 in altre parole in che modo lo Stato italiano e le sue strutture amministrative sono giunti in tale regione plurale?
        Una possibile risposta deve tenere conto del fatto che i caratteri specifici dell'approccio italiano non dipendevano solo dal nazionalismo e, poi, dal fascismo, ma anche dal fatto che gran parte della cultura italiana semplicemente non era in grado di comprendere una realtà culturalmente composita come quella della Venezia Giulia, che, ricordiamo, era una realtà complessa non solo per la numerosa presenza di non italofoni - ci riferiamo agli sloveni e ai croati del Regno d'Italia - ma anche per il fatto che gli stessi italofoni avevano un proprio peculiare bagaglio culturale.
        L'esito fu che la Venezia Giulia fu di fatto percepita, al di sotto dei fiumi di retorica ufficiale, dal senso comune dei funzionari italiani quasi fosse terra di conquista, una specie di "colonia europea", da sorvegliare e di cui diffidare, come se questa regione fosse, con le sue proprie caratteristiche e proprio a causa di esse, del tutto estranea all'Italia. E a loro volta i funzionari italiani furono visti come estranei dai "locali", anche da quelli di lingua italiana, sempre più consapevoli di essere considerati come un'appendice ininfluente rispetto al restante corpo nazionale.
        Ciò che si perse allora, e forse non si recuperò più, fu la consapevolezza che la Venezia Giulia, per quanto riguarda gli italofoni, era di fatto un altro capitolo della complessa identità culturale italiana (come lo furono e lo sono, con le loro proprie caratteristiche, la Sicilia o la Sardegna, per fare solo un esempio), ma poneva anche, per quanto riguarda i non italofoni, un limite alla identità culturale degli italiani. Ambedue i problemi rappresentavano una sfida non piccola alla capacità delle istituzioni italiane di governare un territorio plurale. La sfida, possiamo dirlo oggi, fu persa quasi subito e quel che si materializzò fu un senso di provvisorietà che si avvertì a diversi livelli, legando la Venezia Giulia alla politica e alla forza repressive del regime e rispondendo ai problemi connessi al suo carattere plurale con la repressione nei confronti dei cittadini italiani di nazionalità slovena e croata, invece che con politiche di inclusione.
        Così si diffuse ulteriormente la convinzione che la Venezia Giulia fosse esclusivamente un portato del nazionalismo e del fascismo. Perciò la perdita della Venezia Giulia dopo la guerra non fu percepita dall'opinione pubblica italiana come una drammatica semplificazione che faceva tacere una voce particolare e distinta dell'identità italiana, una voce presente da secoli nel concerto delle molte tradizioni che compongono la cultura italiana. La perdita della Venezia Giulia non fu nemmeno percepita come un fatto che metteva in discussione princìpi di libertà fondamentali, come il diritto di ascoltare le opinioni degli interessati.
        Così da atteggiamenti diversi ma convergenti è stato negato il carattere plurale, specifico della Venezia Giulia e delle coste dalmate.
        Un atteggiamento negò contro l'evidenza tale carattere e operò drasticamente per ridurlo ad omogeneità: è la politica del nazionalismo italiano e del fascismo, che cancellarono, in Italia, voci che richiamavano l'attenzione sulle specificità della regione.
        Un altro atteggiamento - in particolare quello di una parte della sinistra - speculare al precedente, considerò la Venezia Giulia costruzione artificiale imposta dal fascismo e perciò destinata a disintegrarsi con esso.
        Fece da sponda a questi due, l'atteggiamento jugoslavo che ha considerato il litorale e in generale la costa orientale dell'Adriatico sostanzialmente territori omogenei da ricondurre a un preteso originario alveo nazionale sloveno e croato, solo artificiosamente - secondo questa interpretazione - conculcato.
        In questi luoghi, dunque, si incrociano e aspramente si scontrano nazionalismi, ben prima e ben dopo dei totalitarismi.
        Ma per quanto riguarda l'Italia, dobbiamo andare più in profondità e mettere in evidenza come rimanga largamente diffuso un senso comune che considera la Venezia Giulia "altro" rispetto all'Italia, con l'eccezione di Trieste, la quale avrebbe tuttavia un'italianità non condivisa con il Paese, speciale per le sue precipue ascendenze mitteleuropee e tedesche. E' da ricordare che sull'esaltazione di questi miti hanno lavorato intensamente i nazisti quando ebbero dalla Repubblica sociale italiana il territorio dell'Adriatisches K)stenland, a scapito di una italianità già indebolita nei suoi elementi più dinamici dall'applicazione delle leggi razziali.
        In ogni caso, al di fuori di Trieste, il resto della Venezia Giulia è ignorato. Si appanna, sfugge il carattere plurale della regione.
        Per quanto riguarda l'Italia questo è un problema di carattere generale: la cultura politica e civile italiana non è attrezzata a questo tipo di "diversità".
        Da tutto ciò il silenzio sulla Venezia Giulia dopo la guerra e l'insensibilità della Repubblica nell'affrontare la questione dell'esodo e le richieste di riconoscimento morale, prima ancora che materiale, degli istriani e dei dalmati.
        Riprendere oggi, in chiave post-nazionalista, un ragionamento sull'identità della Venezia Giulia e delle coste orientali dell'Adriatico è possibile se si parte dalle seguenti premesse:

            1) questa è stata un terra da secoli plurale e lo è anche ora, dopo un secolo in cui contrapposti, ma simmetrici, progetti nazionalisti hanno perseguito politiche di semplificazione culturale e nazionale che sono giunti in modo più o meno deliberato ad attuare politiche di espulsione di popolazioni;

            2) ricordare il tratto italiano delle tradizioni culturali e nazionali presenti sul territorio non significa da parte dell'Italia né un'ingerenza né una ripresa velleitaria e patetica di irredentismi, ma la percezione che la storia e l'identità di queste terre sono anche parte della storia e identità complessa dell'Italia e che la presenza degli italiani è ancora oggi elemento costitutivo della costa orientale dell'Adriatico;

            3) ricordare il carattere plurale di queste terre significa anche riconoscere che settori importanti della cultura slovena e croata ancora oggi continuano a guardare agli eventi che hanno "semplificato" l'eterogeneità nazionale dell'Istria, come la coerente e compiuta realizzazione di aspirazioni nazionali, e non invece, come per molti casi fu, di spinte nazionalistiche;

            4) sarebbe auspicabile che nella prospettiva europea le opinioni pubbliche italiana, slovena e croata finalmente riconoscano che l'Istria e Trieste, come altre terre di confine europee, sono parti integranti della complessa storia nazionale di più Stati e che a questa realtà plurale va portato rispetto, se non altro per le sofferenze che ne sono derivate agli individui, abbandonando quindi sia gli atteggiamenti negligenti di tanti sia quelli protervi dei nazionalisti i quali ancora oggi non hanno chiaro che l'autodeterminazione propria non significa l'azzeramento della libertà di altri.
        Istituire la Giornata della memoria dell'esodo dall'Istria, da Fiume e dalle coste dalmate significa volere restituire appieno alla Repubblica, alla nazione democratica, un capitolo essenziale delle vicende del confine orientale finora considerate o rimosse del tutto per troppo tempo.




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