XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 3820
Onorevoli Colleghi! - Il castello Carrarese, per la
complessa stratificazione dei segni che ingloba e che
incorpora, rappresenta uno degli elementi
storico-architettonici su cui poggia e si fonda la stessa
identità padovana: è un elemento che ha connotato per secoli
l'imago urbis; è un'articolazione costitutiva della
stessa patavinitas. Se, infatti, si traguardano le
vicende politiche e civili di Padova nell'ottica della lunga
durata, è difficile trovare condensati altrove e con maggiore
intensità tracce e simboli del processo di sedimentazione
dell'identità cittadina. Il castello sorgeva e sorge,
nell'angolo sud occidentale della cittadella altomedievale,
cioè in quell'isola fluviale non più ampia di una novantina di
ettari nella quale Padova si era ritratta nel periodo più
critico del suo declino sotto l'incalzare delle incursioni
longobarde. E' assai probabile che in quel sito convergessero
alcune fra le maggiori vie consolari dell'agro patavino. In
ogni caso la struttura fortificata che vi dovette sorgere già
prima del X secolo, probabilmente dopo le devastanti
incursioni ungare dell' anno 899, insisteva su un'area
strategicamente vitale per il presidio della città. Qui
infatti il fiume Bacchiglione, al suo ingresso in città, si
biforcava dando vita ad una naturale cintura d'acque che
assicurava la prima e fondamentale forma di difesa.
Nell'ambito del sistema di ancora fragili munizioni fatto di
terrapieni e palizzate, svettava qui già intorno al 1000
un'alta torre in muratura, detta per le sue eccezionali
dimensioni Torionga. Nel 1242 Ezzelino da Romano il tiranno,
il celebre alleato di Federico II, realizzò qui un complesso
incastellato di ben più ampie dimensioni e robustezza, che
ebbe tra l'altro triste fama per le sottostanti carceri, dove
venivano calati con una fune e lasciati morire gli oppositori
politici. Ma fu con Francesco da Carrara, signore di Padova,
che il castello assunse una più compiuta e definitiva
sistemazione con l'inglobamento delle torri in un più ampio
sistema fortificato, divenuto per antonomasia "il castello di
Padova". Esso fu raccordato, cioè, con un lungo camminamento
murario pensile, il famoso "traghetto", che lo interconnetteva
alla reggia carrarese e si espandeva verso sud in un ulteriore
ridotto fortificato conosciuto come la "cittadella". In
sostanza si strutturava cosi una sorta di cuore o sancta
sanctorum dell'articolato sistema murario urbano. Nella
compagine urbanistica questa poderosa fortezza diventava
l'occhio vigile del principe sulla città. Il progetto
dell'architetto Nicolò della Bellanda, fu portato a compimento
in quattro anni, nel 1378, e presentava accanto al sistema
murario il grande cortile interno, una vera e propria piazza
irregolare. La caduta della signoria dei Carraresi, nel 1405,
e l'incorporazione dei suoi possedimenti nei territori della
dominante, la Serenissima, segnavano un momento di soluzione
di continuità rispetto alle funzioni squisitamente militari e
di rappresentanza che il castello veniva ad espletare, anche
perché l'apparire sulla scena dell'artiglieria ne comportava
una rifunzionalizzazione tecnico-strategica. Pur tuttavia, a
giudizio dei contemporanei, ancora verso la metà del '400, per
forza e bellezza il complesso non aveva eguali fra i castelli
urbani di tutta l'Italia settentrionale, eccezion fatta,
forse, per quelli Visconteo di Pavia. Del resto, ancora agli
inizi del '500, il Sanmicheli reputava Padova la più
imprendibile delle fortezze d'Italia e probabilmente della
cristianità.
Nel Settecento l'istituzione all'interno della struttura
delle scuole di astronomia e architettura comportava un sicuro
intervento invasivo sulla vecchia Torlonga, che da allora
diventerà per i Padovani la familiare Specola. I secoli
dell'ancien régime corrisposero dunque per il nostro
castello a una fase di riconversione ma non di totale
abbandono. Anzi la sua destinazione a osservatorio astronomico
nel quale, come è noto, operò Galileo, gli assicurò una
continuità di prestigio e di immagine nell'immaginario
collettivo locale. Se l'antica torre nelle sue forme
essenziali verrà tutelata dal degrado, situazione e destino
molto meno favorevoli ebbe invece il castello nel suo insieme.
Nel corso dell'Ottocento, infatti, sarà trasformato dal
Danieletti in carcere e sottoposto negli anni - anche più
recenti, ahimè - ad interventi devastanti e lesivi della sua
stessa conformazione.
Qui è evidente il dato politico e culturale. Il castello
non era più e non poteva più configurarsi come simbolo della
potenza, della sovranità, dell'autonomia politica della città.
Si è assistito, quindi, per anni ad una sorta di inerziale
damnatio memoriae: così come Venezia procedette a
cancellare dagli statuti padovani trecenteschi ogni
riferimento alla famiglia carrarese, analogamente il castello
ha conosciuto un processo di rimozione del suo ruolo di
cardine e di emblema dell'universo urbano di Padova. Venuto
meno una decina danni fa l'uso a carcere della struttura, il
castello ha conosciuto un processo di degrado dei tetti e
della struttura. La necessaria tutela di esso, la messa in
cantiere di un suo restauro conservativo non va però disgiunta
dal nodo della gestione e della valorizzazione della
struttura. La costituzione di una fondazione sul modello di
quella realizzata a Ravenna, ad esempio, per il porto di
Classe dove far convergere il ministero, il comune di Padova,
l'università patavina, la fondazione Cassa di risparmio,
realtà non-profit come la Banca etica, è una soluzione
che ci vede concordi. Pensiamo che lo spazio dovrà essere, sì,
musealizzato, ma non come caveau, come un tempio chiuso,
ma come eco museo aperto, fruibile dalla collettività tutta,
proprio per l'articolazione complessiva dell'offerta culturale
di cui dovrà essere contenitore: dagli spazi per le grandi
esposizioni, al caffè libreria, dai laboratori universitari ed
artigiani, legati al restauro, al grande museo della ceramica
padovana e veneta nel quale far rifluire sia l'immenso
patrimonio, ancora oggi custodito nelle casse e nei
sotterranei delle sovrintendenze, sia le diverse realtà
laboratoriali e didattico-scientifiche di ateneo, come quelle
di palazzo Maldura. Si tratta di un progetto, così come
delineato anni fa da qualificati operatori del settore in
Memorabilia, che sappia ricucire un'antica ferita ancora
aperta, saldare una frattura, sanare quella che è sentita
dalla città tutta come un'amputazione. Pur nel mutare dei
contesti politici, infatti, non è mai venuto meno il legame
dei Padovani con il castello che - ripetiamo - a dispetto
delle alterazioni e delle superfetazioni intervenute nel corso
della sua più che millenaria storia, rimane un'icona della
complessa vicenda storica di una illustre città universitaria
come Padova nel sua duplice dimensione di "città di pietra" e
comunità vivente. A fronte di quanto esposto, si presenta la
proposta di legge istitutiva del Museo Carrarese che consta di
quattro articoli. In particolare, l'articolo 1 disciplina la
denominazione e i compiti del Museo, l'articolo 2 le sue
finalità, l'articolo 3 la struttura organizzativa, l'articolo
4 le modalità tecniche di realizzazione e la copertura
finanziaria.