XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 3695




        Onorevoli Colleghi! - Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.30 una enorme massa di 250 milioni di metri cubi di terra e roccia, si staccò dal monte Toc e precipitò di colpo nell'invaso artificiale creato dalla diga del Vajont. L'onda provocata dalla frana spazzò via numerose frazioni di Erto, scavalcò la diga, e si abbattè su Longarone ed altri paesi lungo il corso del Piave. Oltre duemila i morti.
        La catastrofe, che in precedenza era stata "annunciata" dagli articoli di denuncia della giornalista bellunese Tina Merlin, provocò una vasta emozione in Italia e nel mondo. Il disastro del Vajont resta oggi, a quarant'anni di distanza, un esempio tragico di come uno sfruttamento indiscriminato delle risorse del territorio, la ricerca del profitto ad ogni costo, una falsa concezione del "progresso", la confusione dei ruoli e la sovrapposizione dei poteri, l'abdicazione da parte dello Stato e degli organi di controllo, la compenetrazione tra scienza, tecnica e impresa portino a gravi rischi per le popolazioni e per il territorio. Una vicenda, quella del Vajont, che non si è tragicamente conclusa il 9 ottobre di 40 anni fa, ma che può ripetersi, in varie parti del mondo, ancor oggi: basti pensare alla contestata diga di Itoiz nei Paesi Baschi, o a quella delle Tre Gole in Cina dove gli stessi meccanismi, le stesse logiche e gli stessi pericoli del Vajont si stanno riproponendo.
        Il Vajont, da allora, è un luogo fisico ma anche simbolico. Per questo il recupero di una memoria civile, e non solo quella, doverosa, delle vittime, è un compito che si impone. Lo dimostra la vasta eco che hanno avuto, negli ultimi anni, i lavori artistici, pur tra loro molto diversi, di Marco Paolini, Renzo Martinelli e Mauro Corona. Ma il recupero della memoria è un compito che ha bisogno di adeguate strutture e finanziamenti. Oggi la valle del Vajont, che porta ancora i segni intatti della tragedia, con la frana e la grande diga, resta un luogo della memoria. E, di per se stesso, un "parco della memoria", un "museo diffuso" che parla da solo, dove sono perfettamente leggibili i segni di quanto è avvenuto.
        Dove, se non qui, nel teatro della tragedia di 40 anni fa, di anno in anno meta di un sempre crescente "pellegrinaggio civile", potrebbe trovare collocazione più idonea la ricerca scientifica, non solo sulla terra e sull'acqua (geologia, idrodinamica, ingegneria e quant'altro), ma anche sul "vivere" in questo territorio, sulla fatica della montagna sempre avara di facili opportunità, sul dissesto idrogeologico, sullo sfruttamento idroelettrico? Di qui, da questa terra che diventò scenario di morte travolgendo ogni falso mito di "progresso" e la presunzione che ad esso andasse subordinato ogni costo umano e ambientale, può passare un futuro diverso per la montagna, non più tanto territorio da sfruttare o da trasformare in una Disneyland del turismo "mordi e fuggi", ma luogo permanente di studio e di ricerca, rispettoso delle vite e delle pietre, dei centri storici con le loro tipologie costruttive, delle comunità con le loro ricche tradizioni e diversità culturali.
        Non, dunque, un "museo tradizionale", come luogo semplicemente espositivo, non quattro stanze dove appendere fotografie e oggetti, ma un "museo aperto" un luogo della memoria nel quale leggere i segni della storia. Basterà soltanto renderli visibili senza interventi invasivi: una linea lì, dove arrivò l'onda assassina, qui un oggetto salvato dalla furia dell'acqua e della dissennatezza dell'uomo, la montagna caduta, la linea di stacco della frana.
        L'"Anno internazionale dell'acqua" in questi luoghi può lasciare un segno duraturo. Qui può nascere un museo per vivere, per imparare a vivere diversamente. Per salvare la memoria di ciò che è stato e per contribuire a fare in modo che non avvenga più in nessuna parte del monto.
        Il Vajont come crocevia, dunque, non solo perché è al confine tra due regioni (il Friuli Venezia-Giulia e il Veneto), ma anche perché in questo luogo sono radicate le molte contraddizioni che segnano tutt'ora l'intervento dell'uomo: il rapporto tra uomo e ambiente, tra scienza e impresa, tra risorse e sfruttamento, tra democrazia e potere.
        La presente proposta di legge si pone due ambiziosi obiettivi. Il primo: promuovere la "memoria civile" del Vajont non solo dal punto di vista della conoscenza storica di quanto è avvenuto, ma anche promuovendo la ricerca e il confronto sui temi della sicurezza e della compatibilità ambientale in particolare dei grandi interventi sul territorio; il secondo: dare a quei luoghi un'opportunità di sviluppo, anche legato alla presenza stabile sul territorio di centri di ricerca, corsi universitari, strutture e servizi, recuperando, nel contempo, i centri storici e coinvolgendo nella gestione comunità locali nelle loro articolazioni istituzionali.
        Coerentemente con quanto previsto dal nuovo articolo 117, terzo comma, della Costituzione, che attribuisce alla competenza concorrente di Stato e regioni il compito della valorizzazione dei beni culturali e ambientali, nonché la promozione e l'organizzazione di attività culturali, l'articolo 1 della proposta di legge prevede l'istituzione del "Museo diffuso" del Vajont, allo scopo di ricordare e onorare le vittime di tale tragedia, anche attraverso la promozione e organizzazione di manifestazioni a carattere nazionale e internazionale relative ai temi della sicurezza e della compatibilità eco-ambientale.
        L'articolo 2, per la realizzazione delle finalità di cui all'articolo 1, prevede che le regioni Veneto e Friuli Venezia-Giulia, d'intesa con le province di Belluno e Pordenone e i comuni interessati, promuovano un comitato di gestione di cui faranno parte oltre ad esponenti degli enti territoriali, anche esponenti del mondo associativo dell'università e della ricerca; le regioni, con proprio provvedimento, ne disciplineranno il funzionamento. Lo stesso articolo individua la sede del Museo nel comune di Erto e Casso e attribuisce un ruolo primario ai comuni nel progettare il "Museo diffuso".
        L'articolo 3 demanda alle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, d'intesa con le province e i comuni interessati, il compito di individuare le aree su cui insisteranno le iniziative del Museo diffuso.
        L'articolo 4 prevede la copertura finanziaria per la realizzazione del Museo e per gli oneri derivanti dalla sua gestione.




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