XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 3378
Onorevoli Colleghi! - Con la presente proposta di legge
mi preme prima di tutto ricordare a noi stessi e ai nostri
giovani che lo Stato italiano ha inflitto a milioni di persone
in Africa un trattamento disumano attraverso deportazioni,
prigionia, sfruttamento fino all'annientamento, distruzioni e
in palese violazione di quei diritti umani e di quella
giustizia internazionale che noi oggi diamo, forse in maniera
troppo scontata, per affermata.
La presente proposta di legge trae spunto anche dalla
recente normativa introdotta in Germania che riconosce, dopo
più di 50 anni, indennizzi e riparazioni ai deportati e ai
lavoratori impiegati coattivamente in Germania durante il
regime hitleriano. Molti di loro erano e sono cittadini
italiani che un altro Stato, entrando nelle loro case e
occupando le loro città, aveva privato della libertà e in
alcuni casi della vita, sacrificandoli sull'altare del grande
e folle impero nazista.
E' stato un gesto forte, politicamente e culturalmente,
quello dei nostri colleghi tedeschi che all'unanimità hanno
lanciato un messaggio di pace e di fratellanza, messaggio che
parla alle coscienze di tutta Europa e in particolare a noi,
che in Africa siamo stati mossi dagli stessi sentimenti di
egoismo, odio e razzismo.
Con la presente proposta di legge elaborata anche grazie
ai consigli del professore Del Boca e al sostegno della
presidenza dell'ARCI, non si propone, infatti, solo di
riconoscere un indennizzo - il valore è di fatto simbolico - a
quei cittadini libici che hanno conosciuto dell'Italia
giolittiana e soprattutto fascista il volto più crudele e
truce. Si propone e si offre al Paese e alle sue istituzioni
uno strumento per non dimenticare, per promuovere - in un
momento in cui da più parti si invoca la guerra permanente
contro il mondo arabo e africano - un'azione di pace, di
concreta solidarietà e responsabilità.
In un momento in cui si invoca da più parti l'odio verso
il diverso, come unico strumento di sopravvivenza del nostro
stile di vita e si vuole raffigurare l'Europa e l'Occidente
come l'unica terra di pace senza responsabilità alcuna verso
le gravi crisi internazionali di ieri e di oggi, noi
avvertiamo il bisogno di dire che un altro sistema di
relazioni, un altro rapporto è possibile tra Nord e Sud del
mondo, tra noi e la sponda meridionale del Mediterraneo; e che
perché ciò si realizzi è necessario anche accrescere la
consapevolezza che il nostro Paese, come tutte le nazioni, è
stato ed è parte di un sistema di relazioni, di azioni fatte e
subite, in cui solo la giustizia, l'uguaglianza reale, il
riconoscimento dei diritti inalienabili possono rappresentare
il collante, la base su cui costruire un'epoca di pace e di
rispetto reciproco.
Per questo è importante saper guardare al nostro futuro
senza nascondere il nostro passato, senza evitare di assumerci
quelle responsabilità che, ancor prima che politiche e
storiche, sono morali.
Con la proposta di legge si vuole quindi contribuire ad un
sistema internazionale animato da princìpi e da valori
universali che facciano del nostro Paese uno dei più attivi
nella ricerca della pace, della giustizia e della solidarietà
internazionali, prima di tutto verso quei popoli verso i quali
nutriamo un debito politico e umano, perché ne abbiamo
distrutto le case, decimato i capi famiglia, rubato il
futuro.
Occorre dare il buon esempio e compiere anche noi un atto
politico forte come quello compiuto dal Parlamento tedesco.
Consapevoli che molti sono i pregiudizi e molta l'ignoranza,
la voglia quasi di non ricordare, presenti anche fra noi e i
nostri concittadini. Inutile negarcelo: in Italia vi è stata
una rimozione dalla memoria collettiva di ciò che è stata la
nostra avventura coloniale, i nostri errori e i nostri
crimini. E se un ruolo positivo ha sicuramente svolto la
nostra storia recente di "amici del popolo libico" non
possiamo che dirci preoccupati della scarsità di informazioni,
di saperi, di pubblicazioni in merito all'argomento.
Informazioni che non sono giunte ai nostri giovani, che
faticano ad animare uno studio critico e sereno nelle nostre
aule scolastiche, che rischiano di non far maturare nella
coscienza dei più giovani un senso esatto di ciò che è stato e
di ciò che non deve più ripetersi, magari in forme nuove, ma
non per questo meno tragiche.
L'Italia non ha mai fatto un'opera di autocoscienza per
comprendere e condannare le azioni politiche e militari in
territorio extra europeo. La dimenticanza collettiva non ha
lasciato spazio ad alcuna riflessione critica e "l'Impero" è
divenuto paradossalmente un esempio citato più volte dai
post-fascisti per assolvere parzialmente il regime
mussoliniano.
La coscienza degli italiani è stata prima offuscata dalla
propaganda giolittiana e fascista che nascondeva i reali
interessi allora in gioco; poi vi è stata quasi un'operazione
sistematica di repressione delle testimonianze, di copertura
delle diverse fonti storiche e archivistiche, il tutto
mistificato dall'idea di un esercito italiano più buono e meno
crudele di altri, di una funzione di "civilizzazione"
economica, sociale, industriale che i nostri amministratori,
civili e militari, hanno svolto. Questi sono ancora i luoghi
comuni con cui ci scontriamo quotidianamente.
Eppure, passando in rassegna le documentazioni e gli studi
sul colonialismo ci si accorge immediatamente - per citare lo
storico Matto Dominioni - che il grosso del materiale è quello
coevo e che la maggior parte del materiale pubblicato
appartiene alla memorialistica dei reduci e dei gerarchi
fascisti oppure a pubblicazioni periodiche di associazioni di
reduci intrisi da revanche.
E se è vero che negli ultimi anni si va affermando un
nuovo interesse in materia di colonialismo, che ha rotto con
il passato anche grazie al contributo straordinario del
professore Angelo Del Boca e della sua prima opera "Gli
italiani in Africa Orientale", ancora troppo poco è stato
fatto, come testimonia il fatto che le più importanti
ricostruzioni storico-politiche in merito sono di autori
stranieri.
Ancor prima quindi che mettere in risalto la proposta
centrale di riconoscere un indennizzo ai cittadini libici o ai
loro eredi, vittime dell'imperialismo italiano, preme
evidenziare quanto la proposta di legge punti anche a
contribuire ad una discussione e ad una ricostruzione storica
di quei tragici fatti per permettere alle giovani generazioni
di non ripetere gli sbagli fatti e di essere consapevoli che
il nostro Paese non è stato esente da crimini e da misfatti
che hanno caratterizzato l'Occidente e l'Europa durante la
prima metà del novecento.
La promozione stessa di scambi culturali di una maggiore
collaborazione proprio tra giovani cittadini italiani e
giovani cittadini libici si inserisce all'interno di questa
riflessione e proposta.
Come detto in precedenza la proposta di riconoscere un
indennizzo ai cittadini libici è un atto dovuto ed essenziale
per dimostrare che un diverso sistema di relazioni
internazionali è possibile, oltre l'idea che solo la forza
possa regolarle.
Anche qui occorre compiere un atto di coraggio e
ricordare, numeri e fatti alla mano, cosa è stata la politica
italiana in Libia e nell'Africa orientale.
Dal 1911 al 1943 la Libia ha conosciuto, a seguito
dell'invasione italiana, circa centomila morti, su una
popolazione complessiva di ottocentomila abitanti. Una vera e
propria decapitazione del popolo libico, della sua generazione
più importante (quella la cui età era compresa principalmente
tra i 20 e i 30 anni) passata attraverso due fasi.
La prima, successiva alla conquista nel 1911-1912, con in
realtà un numero relativamente esiguo di vittime (circa 8
mila) e con circa 5 mila deportati, di cui qualche migliaio
nella zona industriale di Milano, come lavoratori coatti.
La seconda, tragica, durante il ventennio fascista e
principalmente durante la "normalizzazione" della Tripolitania
e la repressione delle rivolte capeggiate da Omar al-Mukhtar,
con più di centomila vittime e decine di migliaia di deportati
presso campi di concentramento e di lavoro presenti sia in
altre zone della Libia che in altre colonie dell'Africa
Orientale Italiana e nel nostro Paese.
In particolare, migliaia furono i cittadini libici
deportati dalla Cirenaica e dalla Tripolitania, in particolare
dal Gebel, in campi di concentramento e di lavoro in altre
zone libiche, in Etiopia e nel nostro Mezzogiorno.
Deportazioni, ma anche distruzioni di interi villaggi, con
espropri e saccheggi operati soprattutto dove maggiormente
erano concentrate le zavie sennusite, centri spirituali e
assistenziali tipici delle popolazioni libiche (quasi 500
furono le zavie distrutte e quasi 70 mila ettari della
migliore terra della Cirenaica furono rese incoltivabili per
le popolazioni locali, costrette a veri e propri esodi
forzati, con tanto di scorte militari, solo nell'anno
1930).
Tra i provvedimenti di maggior rilievo presi
dall'amministrazione italiana se ne ricordano solo alcuni più
esemplificativi: il raggruppamento coatto delle popolazioni
indigene nelle vicinanze dei presìdi italiani, con l'utilizzo
di lavoro forzato per la sistemazione delle principali linee
viarie limitrofe, nonché il contemporaneo razionamento dei
viveri per un numero stimato di almeno 10 mila persone solo
nella zona della piana di Barce, Tolmeta, el Mechili);
l'esproprio dei beni immobili e mobili di tutte le zavie della
Cirenaica; il trasferimento coatto di decine di capi religiosi
presso il campo di concentramento di Ustica; la deportazione
completa delle popolazioni nomadi in aree particolarmente
aride presso la costa e sotto controllo militare; la
detenzione di circa 90 mila libici in campi di concentramento
nel sud bengasino e nella Sirtica (una delle zone "tra le più
aspre, senza una mica d'ombra, adatta per dare a tutti la
sensazione del castigo" dirà il giornalista Felici presente
alla deportazione, che aggiungerà "chi, durante il viaggio
verso i campi di lavoro indugiava o rallentava la colonna
veniva immediatamente passato per le armi"); le deportazioni
di almeno 6.500 Abeidat e Marmarici nel campo di Ain el
Gazala, nelle vicinanze di Tobruk; la deportazione di
centinaia di giovani libici in Etiopia e Eritrea; le
deportazioni di alcune migliaia di persone presso campi di
lavoro in Abruzzo, di detenzione in Puglia e Sicilia; decine
di bombardamenti su città e complessi civili (tra cui il
bombardamento della città di Cufra) con centinaia di donne e
di bambini barbaramente uccisi.
Si aggiunga a ciò che circa 5 mila furono i libici nella
sola zona del Gebel, i quali, venendo loro negati ogni sorta
di mezzi di produzione (si ricorda, tra l'altro, che il
Governo italiano eliminò circa il 90 per cento del bestiame di
proprietà indigena nei due anni 1930-31), furono utilizzati
forzatamente ("inseriti" come recitano le circolari
amministrative italiane) in lavori di natura edile con salari
- quando riconosciuti (mediamente una volta su quattro) - tre
volte inferiori a quelli italiani.
Il tutto era fatto con precisa e lucida volontà di
fiaccare ogni possibile resistenza nel popolo libico, di cui
vanno "gradualmente annullati i tratti culturali più tipici e
contrari al regime fascista e allo spirito italico" (per
citare le parole dei telegrammi di Badoglio e Graziani, più
volte approvate dallo stesso Mussolini).
In totale, furono deportati all'interno delle colonie e in
Italia, se prendiamo per buono il censimento turco del 1911,
la metà intera degli abitanti della sola Cirenaica e di questi
quasi il 20 per cento morì all'interno dei campi di
concentramento e lavoro sotto amministrazione italiana (un
"universo concentrazionario" fu definito da Marie De Bonneuil)
per fame, stento, mancanza di igiene e di presìdi sanitari
(nei campi di detenzione vi era una media di due medici ogni
60 mila detenuti).
Tutto questo avveniva mentre in Italia poco si sapeva (e
ancora si sa) e quel poco era misera propaganda all'insegna
del compiacimento e della convinzione di star svolgendo una
funzione per cui "i libici dovranno a noi eterna gratitudine",
almeno a leggere le parole scritte da Giuseppe Bedendo,
biografo ufficiale del gerarca fascista Graziani.
La reclusione nei campi durerà mediamente (per tutta la
Libia, Tripolitania e Cirenaica quindi) dai tre a cinque anni
nelle colonie, più di 15 anni per i deportati in Italia. I
lavoratori detenuti e impiegati in mansioni diverse furono
circa 12 mila (di cui almeno quattromila in campi di
detenzione e lavoro italiani). Anche sui numeri però vi è
assoluta incertezza - occorre dirlo senza infingimenti - e di
fatto gli unici archivi, ancora da verificare da un punto di
vista storico, sono quelli contenuti presso la ex Casa dei
mutilati a Tripoli.
Per questo, alla luce di una responsabilità oggettiva
dell'Italia, si propone di riconoscere un indennizzo ai
cittadini libici detenuti in campi di concentramento italiani,
situati in alcune parti del Paese e delle nostre colonie, dove
venivano utilizzati come lavoratori coatti, anche allo scopo
di avere consapevolezza sulle reali dimensioni di questa
immane tragedia.
Sono infine ben consapevole che persiste tuttora un'annosa
questione che riguarda anche i cittadini italiani, in
particolare coloro che furono espulsi e subirono espropri a
seguito del mutamento di regime in Libia nel 1969.
E' mia intenzione presentare prossimamente al Parlamento
una proposta di legge che riconosca a questi nostri
concittadini un vero e proprio risarcimento, commisurato tanto
al danno economico quanto morale subito. Per me le due
proposte di legge, infatti, non sono in alternativa, ma anzi
rappresentano i due volti di una stessa questione, mai
realmente affrontata con serietà e con senso della misura da
parte di tutti i governi passati.
Sono comunque profondamente convinto che le buone ragioni
degli italiani possano trovare risoluzione se per prima di
tutto l'Italia, al di là del risarcimento grazioso avvenuto
nel 1957, dimostri di cercare e di superare davvero il proprio
passato, riconoscendo i crimini e i misfatti del regime
fascista e dell'Italia durante il periodo coloniale. A quel
punto ogni tentennamento anche del Governo libico penso possa
venire rapidamente superato.
Princìpi di riparazione e di giusto riconoscimento, in un
senso e in un altro, del resto più volte richiamati anche
ultimamente nel comunicato congiunto italiano-libico del
luglio 1998 in cui si conviene insieme al Governo libico che,
"perché la Libia superi il passato e l'Italia non lo ripeta,
occorra sviluppare relazioni fondamentalmente improntate alla
collaborazione e al senso di giustizia". E giustizia vuole,
onorevoli colleghi, che noi si approvi la proposta di legge
che punta a riparare errori tragici e ad insegnare alle
giovani generazioni che non vi è futuro senza pace,
solidarietà, responsabilità e uguaglianza tra cittadini e tra
i popoli.
Con la presente proposta di legge, si propone, quindi,
all'articolo 1, di riconoscere e ribadire che lo Stato
italiano ha inflitto negli anni tra il 1911 e il 1943 a
lavoratori e cittadini libici, spesso ridotti in stato simile
alla schiavitù, deportati e detenuti, sfruttati fino
all'annientamento, innumerevoli violenze e pesanti
ingiustizie. Al fine di contribuire al superamento di questo
passato e alla costruzione di un rapporto migliore basato
anche sulla conoscenza reciproca, è istituito il programma
nazionale denominato "Memoria, responsabilità e futuro". Lo
scopo principale del programma sarà quello sia di concedere
indennizzi (3 mila euro ad ognuno) agli ex lavoratori e
cittadini libici o ai loro eredi, forzati, deportati o colpiti
da altre ingiustizie nel periodo comprensivo tra il 1911 e il
1943, con particolare attenzione per i deportati colpiti dalla
repressione del Governo fascista (articolo 2) sia di favorire
la promozione di scambi culturali tra i giovani italiani e i
giovani libici, la promozione di campagne di sensibilizzazione
sulla natura e le caratteristiche del regime coloniale
italiano, rivolte in special modo ai cittadini italiani più
giovani, la promozione di strumenti editoriali comuni, la
promozione di ricerche e pubblicazioni storiche relative
all'occupazione italiana della Libia negli anni compresi tra
il 1911 e il 1943 (articolo 3).
L'articolo 4 disciplina la misura dell'indennizzo e le
condizioni in cui devono trovarsi i cittadini libici (o
eventuali eredi legittimi e diretti in base al diritto libico)
per averne diritto; in particolare l'indennizzo spetta ai
lavoratori coatti quanto ai deportati ed è esteso anche a chi
è stato mantenuto in uno stato di detenzione (o comunque di
privazione di libertà e di accesso alle normali fonti di
approvvigionamento) per un periodo superiore ai diciotto mesi,
presso campi di concentramento o ghetti o tendopoli recintate
e sorvegliate da militari italiani.
Gli articoli 5 e 6 individuano i tempi e le modalità di
presentazione della domanda di indennizzo.
L'articolo 7 prevede la deducibilità, a fini fiscali,
delle erogazioni liberali in favore del programma "Memoria,
responsabilità e futuro".
L'articolo 8 provvede, infine, alla copertura finanziaria
del provvedimento.