XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 3266
Onorevoli Colleghe e Colleghi! - Se - come afferma
Hannah Arendt - la politica è il senso della libertà, se ne
può sicuramente dedurre che alla politica si arriva per
desiderio e per passione.
Inoltre la politica è l'essenza della cittadinanza, almeno
per due ragioni. In primo luogo perché nelle tradizioni
culturali che hanno fatto da madri alla civiltà occidentale,
politica e cittadinanza hanno la stessa etimologia, quella di
città. Città non come cittadella-fortezza, né come spazio
architettonico (agorà), ma come essenza del potere e
dell'esercizio del governo.
In secondo luogo, politica e cittadinanza sono
strettamente legate in quanto l'esercizio della cittadinanza
non può darsi senza la politica, sia come agire politico che
come pratica.
Partecipare è quello che banalmente e - spesso - solo
formalisticamente si richiede al "cittadino": l'invito a
votare fin alla richiesta, più democratica, di associarsi, di
"premere dal basso", eccetera. Ma questa partecipazione non è
il superamento della sudditanza, anzi - nella società
spettacolo americanizzata - può accompagnare, sancire,
legittimare il potere monocratico od oligarchico.
Partecipare è costruire la possibilità di un giudizio
critico, intanto, ma non solo. Partecipare è costruirsi gli
strumenti della decisione e della trasformazione.
Se sono veri questi assunti, possiamo tranquillamente
affermare che per le donne, sia come individui che come
soggetti collettivi, il desiderio di libertà e la politica
sono stati due binari, paralleli ma concordi, su cui si è
costruita la soggettività autonoma femminile.
Intellettuali, signore borghesi, operaie, contadine, in
ogni parte del mondo hanno discusso, scritto, lottato per
conquistarsi spazi nella società politica e nelle istituzioni,
insomma "diritti" civili e politici.
Ma la politica costa, e senza le "cinquecento ghinee" la
libertà femminile rischia di diventare un fiore di serra,
importante certo, ma non sufficiente, e soprattutto non
efficace a cambiare il mondo. Certo, si potrebbe seguire la
strada degli sponsor, ma le promotrici della proposta di
legge non intendono seguirla.
Le donne sono le più grandi volontarie, in ogni senso e in
ogni luogo, dalla famiglia ai luoghi di cura, ai bambini, agli
anziani, ai disabili, persino in guerra come crocerossine o
nei campi profughi; come assistenti sociali e tuttofare. Come
maestre e come bidelle.
In questo campo non hanno nulla da imparare.
Ma oggi chiediamo che sia data alle donne e alle loro
associazioni la possibilità concreta di comunicare e di far
conoscere le loro idee, i loro messaggi culturali e politici,
le loro pratiche. La loro parola.
Nella scorsa legislatura fu stabilito con una norma
confusa e discutibile che il 5 per cento delle somme che lo
Stato destinava ai partiti fosse destinato alla "promozione"
(gran brutta parola) della politica delle donne. In questo
modo, però, sono escluse le tante donne che decidono di non
stare nei partiti (anche per i difetti dei partiti) e si
associano su progetti, valori, ideali.
Alle associazioni di donne proponiamo che ogni
contribuente, uomo o donna, possa decidere di destinare una
quota di quanto deve all'erario pubblico, per scelta.
Si tratta appunto di una "scelta" e, pertanto, di una
contribuzione che nasce dal desiderio che la politica sia
attraversata dalle proposte delle donne. Non si tratta di
erogazioni statali "a pioggia", ma di costituire un "Albo
delle associazioni e organizzazioni delle donne" con
determinati requisiti, che sono contenuti nella presente
proposta di legge (articolo 2), con meccanismi rigorosi di
trasparenza e di controllo pubblico.
In conseguenza delle motivazioni esposte, la proposta
tende a modificare la legge 20 maggio 1985, n. 222; suggerisce
di elevare l'otto al dieci per mille (articolo 47, secondo
comma, della legge n. 222 del 1985) e di aggiungere ai
soggetti destinatari dell'otto per mille (ora dieci) "l'Albo
delle associazioni e organizzazioni delle donne" (articolo 50,
quarto comma, della stessa legge n. 222 del 1985).
Si tratta cioè di estendere il ventaglio delle scelte
delle e dei contribuenti a soggetti sociali (le associazioni e
organizzazioni di donne) che, al di là delle opinioni
politiche e religiose, si adoperano per la crescita e la
diffusione della cultura e della politica delle donne e
lavorano in vari settori della società civile con un'ottica di
genere.
Crediamo sinceramente che un Parlamento, come quello
italiano, che è tra i più maschili d'Europa, debba
"automoderarsi" come genere e approvare la proposta di
legge.