XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 3259
Onorevoli Colleghi! - Oggi, come Forum dei
parlamentari delle opposizioni per un'innovazione democratica
e solidale, proponiamo una legge che può efficacemente e
seriamente aiutare ad affrontare il grande tema
dell'esclusione digitale. Un tema spesso dimenticato, ma che
rappresenta invece uno dei più importanti oggetti di
riflessione e di azione per la costruzione di un mondo
migliore.
Accesso alle nuove tecnologie oggi vuol dire - e domani
vorrà dire ancora di più - democrazia e sviluppo economico,
inclusione sociale, nuovo motore per una democrazia mondiale
dei popoli, in sintesi uguaglianza e sviluppo sostenibile.
Meno dell'1 per cento della popolazione africana e
asiatica (Giappone escluso) ha accesso alla rete telematica.
Nella sola New York ci sono più accessi che in tutta l'Africa.
Il 15 per cento della popolazione mondiale, quella dei Paesi
ricchi, utilizza oltre la metà delle linee telefoniche fisse
ed il 70 per cento di quelle mobili. Il 60 per cento della
popolazione mondiale, quella dei Paesi in via di sviluppo,
utilizza solo il 5 per cento delle connessioni INTERNET
mondiali. Ancora nell'ottobre del 2000 dei 94 milioni di
provider INTERNET esistenti al mondo, il 95,6 per cento
era ubicato nei Paesi ricchi, del 4,4 per cento rimanente la
maggior parte erano installati a Singapore, Hong Kong e
Israele.
Eppure ormai molti sono consapevoli che nell'era della
cosiddetta "rivoluzione digitale" - citiamo un documento
scritto dalle maggiori organizzazioni non governative (ONG)
italiane (tra cui Alisei, Cies, Movimondo, Asal, Africa e
Mediterraneo eccetera) - il gap tra chi ha e non ha, tra
chi sa e chi non sa sarà sempre più l'ago della bilancia per
lo sviluppo. Chi oggi, uomo, donna, lavoratore, popolo non può
avere accesso alla rete e alle nuove tecnologie è condannato
alla dipendenza, allo sfruttamento, alla tirannia dei saperi e
delle informazioni. E' condannato ad avere un non futuro.
Dovrebbe essere allora interesse generale, tanto del
nostro Paese che della comunità internazionale, avviare una
politica sistematica, realmente efficace per ridurre e
superare il digital divide, quella frattura utile solo
ad un sistema politico ed economico instabile, con un nord
ricco, sempre più ricco, e un sud povero, sempre più
povero.
Per noi tutto ciò non è tollerabile, perché la
solidarietà, la vita, l'uguaglianza, la democrazia non sono
variabili dipendenti, non sono una delle tante merci di una
globalizzazione che, innervandosi proprio sulle mille reti che
avvolgono il pianeta, è oggi sempre più globalizzazione della
finanza e dell'economia e non dei diritti.
Una globalizzazione della sola economia che ha già dato
una sua risposta alla frattura tecnologica: maggiore
dipendenza, maggiore sfruttamento simbolico e dei patrimoni
culturali locali o, se va bene, un po' di carità, qualche
computer in più in un contesto assai più complicato e
articolato. Una carità poi assai curiosa, che trasforma al
massimo i Paesi in via di sviluppo in tanti piccoli mercati,
dove piazzare magari quelle tecnologie che in occidente sono
già superate. Non può essere allora la sola logica del mercato
e del profitto, spesso anche più attenta all'immediato che non
al futuro, a dettare le regole del gioco.
Proprio questo principio, questa logica, inutile negarlo,
insieme ad una scarsità di risorse, è stata finora la politica
portata avanti (o se vogliamo non portata affatto) dai Paesi
ricchi.
Noi crediamo occorra fare di più, prima di tutto
stabilendo un principio generale di solidarietà e di
redistribuzione in grado di destinare parte della ricchezza
che la stessa digital economy genera, proprio per
diffonderla in termini più giusti, più democratici in tutto il
mondo. Per questo proponiamo che una quota fissa dei guadagni
delle imprese delle telecomunicazioni vada automaticamente
destinata alla specifica lotta contro il digital divide.
Una sorta di nuova Tobin tax se vogliamo, ma diversa
concettualmente per origine delle risorse e soprattutto per
specificità di intervento. Preferiamo chiamarla "Digital
income", reddito digitale; un reddito non per noi, non
direttamente, ma per gli altri. Una tassazione che, non
casualmente, o comunque non per amore verso un appesantimento
delle pratiche burocratiche, abbiamo voluto assumesse la
forma, se vogliamo, di "donazione obbligatoria" ovvero di
contro partita, comunque (almeno transitoriamente) non troppo
sconveniente per le stesse imprese delle telecomunicazioni,
che operano in Italia tramite comunque concessioni, licenze o
riconoscimenti pubblici.
Ma significativo, crediamo, è anche lo strumento che
abbiamo pensato, nel merito e nel metodo.
Nel merito perché riteniamo il digital divide
superabile, anche nel senso di non dipendenza dei Paesi in
via di sviluppo da altri Paesi o da multinazionali
occidentali, attraverso interventi specifici legati tanto alla
diffusione degli accessi alla rete per tutti, quanto alla
creazione di un sistema integrato con le diverse realtà
tradizionali locali in grado di garantire la valorizzazione
delle diverse culture, nonché lo sviluppo di filiere
industriali locali (ovviamente in maniera graduale) ad alto
valore qualitativo, in grado, anche attraverso sostegni ad
hoc alla ricerca e alla diffusione di free software e
di open source, di generare circuiti virtuosi e autonomi
(pensiamo per esempio al computer Simpa lanciato in
India, poco costoso e utilizzabile anche da analfabeti) che
evitino anche forme di obsolescenza tecnologica e quindi di
nuova dipendenza (pensiamo per esempio all'evoluzione
dell'industria dei microchip che ogni due-tre anni tende
a rivoluzionarsi).
Interventi che puntano a garantire tutte le potenzialità
non solo economiche, ma anche e soprattutto sociali e di
democrazia, non solo diffondendo gli accessi, ma anche e
soprattutto i saperi, i linguaggi, le conoscenze critiche
essenziali per sviluppare protagonismo e partecipazione. E'
importante infatti garantire che la diffusione
dell'information and comunication tecnology - ICT non
comporti la creazione di nuove esclusioni e che tenga conto
delle modalità e dei tempi per lo sviluppo locale e
culturale.
Non meno importante è il ruolo che la proposta di legge
assegna alle realtà dell'associazionismo e della cooperazione.
E qui siamo al metodo. Questo non solo per la convinzione che
le diverse ONG sono impegnate da anni sul campo, attraverso i
loro progetti e lavorando a stretto contatto con la
popolazione e con le autorità locali, ma anche alla luce di un
lavoro, a dire il vero poco conosciuto ma assai meritorio, che
ha visto già avviati programmi di alfabetizzazione tra le
diverse popolazioni. Per noi le diverse organizzazioni non
sono quindi partner come altri e, anzi, la proposta di
legge punta proprio a ridurre espressamente le asimmetrie di
potere che spesso vedono le organizzazioni soccombere di
fronte agli interessi di qualche impresa intenzionata a
svuotare solamente i propri magazzini, e talmente miope da non
vedere, nello stesso sviluppo di una società dell'informazione
africana o asiatica o sud americana, nuove e più importanti
occasioni anche di sviluppo economico e produttivo. La
creazione di una cabina di regia dove prevalente sia la
presenza di realtà associative è quindi tutt'uno con l'idea di
riduzione del digital divide e un esempio che spero il
nostro Paese e, come suo organo rappresentativo, il
Parlamento, approvando la proposta di legge, può dare al resto
della comunità internazionale, in termini di maggiore
democrazia e di maggiore solidarietà.