XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 3163
Onorevoli Colleghi! - Il Corpo di polizia
penitenziaria, nella sua regolamentazione attuale, nasce con
la legge 15 dicembre 1990, n. 395 dalle ceneri del Corpo degli
agenti di custodia e di quello delle vigilatrici
penitenziarie. Con questa legge il Corpo viene chiamato a fare
parte delle Forze di polizia ed assume nuovi compiti, quali
quelli delle traduzioni dei detenuti e internati e del
servizio di piantonamento dei detenuti e degli internati
ricoverati in luoghi esterni di cura, rendendosi in questo
modo operativo anche all'esterno degli istituti
penitenziari.
La presente proposta di legge prende spunto dallo stato di
emergenza - ormai strutturale - in cui versa il Corpo di
polizia penitenziaria e tutto il personale penitenziario e
mira ad apportare miglioramenti - questi sì da rendere
strutturali e permanenti - a quanto disposto nella legge n.
395 del 1990.
Il punto è che nei confronti del personale penitenziario
si è sempre seguita una politica sbagliata ed insufficiente,
tanto da avere l'impressione all'esterno che di tutto ci si
occupasse tranne che dell'efficienza della macchina
burocratica.
A cominciare dalla consistenza numerica dell'organico in
servizio e dalla disponibilità delle strutture: di fronte
all'aumento dei detenuti, l'incremento delle strutture e del
personale di custodia non è stato adeguato, tenuto conto anche
delle nuove esigenze che richiedono ai nuovi assunti maggiore
professionalità, la resa di servizi sempre più numerosi e
sofisticati (si pensi ad esempio la sorveglianza dei detenuti
a domicilio). A ciò si aggiunga una sperequata distribuzione
del personale tra i vari istituti legata, da un lato, alla
particolare qualità di alcuni detenuti che richiedono una
custodia rafforzata, dall'altra, ad una persistente e marcata
non propensione dei residenti nel nord dell'Italia a chiedere
di non entrare nei ruoli del personale penitenziario, il che
comporta il trasferimento di personale che giustamente
aspirerebbe a rimanere nelle regioni di residenza. Non si
dimentichi, a questo proposito, che il lavoro svolto nei
penitenziari - poco riconosciuto all'esterno e poco
gratificante - è sempre in bilico tra le esigenze confliggenti
della custodia e quelle del trattamento rieducativo e lo
svolgimento di queste mansioni è ancora più pesante se chi è
chiamato a farlo si sente un "emigrante forzato" che - per di
più - non trova nell'espletamento dei suoi compiti neppure un
supporto morale e materiale. A tale proposito, la presente
proposta di legge prevede che da parte dell'Amministrazione
penitenziaria si pongano in atto iniziative ai fini di
agevolare la residenza del personale fuori sede, anche
attraverso la ristrutturazione delle caserme degli agenti e la
loro trasformazione in alloggi dignitosi.
Ad aggravare il quadro complessivo della situazione, si
aggiunga la mancanza di personale amministrativo (operatori e
collaboratori), nonché la mancata previsione per il Corpo di
polizia penitenziaria dei cosiddetti "ruoli tecnici", peraltro
presenti negli altri corpi appartenenti alle Forze di polizia;
all'interno delle carceri non vi sono elettricisti, idraulici,
tecnici degli impianti di sicurezza, operatori informatici, né
tantomeno medici di polizia penitenziaria, vi è un numero
esiguo di infermieri di ruolo, non vi sono psichiatri e
psicologi di ruolo il cui intervento tempestivo può evitare
che una situazione di tensione si tramuti in crisi o, peggio
ancora, in tragedia.
Questo spiega il perché della previsione dei ruoli
tecnici, fatto salvo il diritto a rimanere nel ruolo di
appartenenza, seppure in esaurimento, per coloro che non
intendessero transitare nelle suddette nuove figure
professionali.
Deve essere chiaro che la presente proposta di legge non
vuole favorire nessuno, anzi mira a sanare una situazione di
evidente disparità e di malessere ormai dilagante fra il
personale dell'Amministrazione penitenziaria, il quale si
sente soggetto passivo di una continua, affannosa, perdente
rincorsa sotto tutti gli aspetti che abbiamo evidenziato; è,
ormai, necessario affrontare il problema non nell'ottica
dell'emergenza bensì della stabilità al fine di creare
all'interno dei penitenziari un clima disteso e di
collaborazione tra chi custodisce e chi è custodito.