XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 3151
Onorevoli Colleghi! - Un provvedimento di indulto è
necessario, urgente e ragionevole. Abbiamo di fronte a noi una
realtà inquietante ed esplosiva.
Da molto tempo nelle carceri va crescendo la
preoccupazione e il timore di eventi che sfuggano di mano. Un
allarme che viene non solo dai detenuti, ma da tutto il mondo
penitenziario e dal sistema della giustizia. Cresce l'urgenza
di fare, di cambiare direzione. Si chiedono condizioni di
dignità per chi nel carcere è recluso, per le loro famiglie e
rispetto per quanti vi lavorano e operano. Condizioni di
dignità e rispetto che sono, infine, garanzia di sicurezza per
i cittadini liberi.
Un carcere che umilia e incattivisce sia i reclusi che gli
operatori è un pessimo investimento per la società intera: un
carcere dissennato, fatto di spregio di vite e spreco di
risorse economiche. Negli ultimi trenta anni solo per
l'edilizia penitenziaria sono stati stanziati 2.896 milioni di
euro. L'ultimo finanziamento è stato di 417 milioni di euro
(finanziaria del 2001) per la realizzazione di 22 nuovi
istituti di pena che dovrebbero fornire 5.000 nuovi posti
letto sostituendo le strutture già esistenti che attualmente
hanno una capienza di 1.800 posti letto. Dei 22 istituti,
tuttavia, solo 8 risultano finanziati in base all'ultimo
stanziamento. Per gli altri 14 vanno trovati i soldi. Quindi
2.896 milioni di euro per avere comunque quasi 15 mila
detenuti in più di quanti le carceri possano contenerne; per
avere reclusi ammucchiati uno sull'altro; per far dormire
taluni in terra e condannare tutti all'inattività. In tali
condizioni avvilenti, avvilente diviene il lavoro di agenti,
educatori, magistrati e operatori del volontariato.
Se c'è una cosa su cui tutti, ma proprio tutti, concordano
è che l'attuale situazione di sovraffollamento rende
ingestibili le strutture ed è concausa prima di rischio.
2.896 milioni di euro. E solo nel 2001, vi sono stati
6.353 episodi di autolesionismo, 878 tentati suicidi, 70
suicidi. Per non dire della generalizzata riduzione di risorse
economiche a favore dell'intervento educativo e
dell'investimento in professionalità e specialisti del
trattamento. A queste somme si aggiungono le altre cifre
sociali del malessere e della disperazione dei privi di
libertà, del disagio degli operatori e del degrado delle
strutture.
Si debbono propone soluzioni e rimedi, adesso. Soluzioni
che uniscano gli uomini e le donne di buona volontà; rimedi
che sappiano garantire, allo stesso tempo, umanità e
giustizia, concretezza e speranza, progettualità per il futuro
e buon senso per l'immediato e per l'attuale emergenza. Questo
non è impossibile, di questo noi crediamo sia capace il Paese,
se correttamente informato.
La proposta è semplice: la prima cura è ridurre la
virulenza dell'infiammazione proprio come farebbe ogni medico
di buon senso. Nel corso del 2001 i centri di servizio sociale
del Ministero della giustizia hanno seguito 44.607 casi di
misure alternative alla detenzione: 26.352 detenuti in
affidamento in prova, 3.597 in semilibertà, 11.506 in
detenzione domiciliare, 1.936 in libertà vigilata e 1.216
hanno avuto sanzioni sostitutive. A fronte di decine di
migliaia di persone che scontano la pena fuori dal carcere,
altre 56.000 sono in carcere. E di queste, 33.174 sono i
condannati definitivi (2002). Dei 33.174 condannati definitivi
al 1^ luglio 2001, 9.853 dovevano scontare una pena da uno a
tre anni, mentre 9.601 avevano un residuo di pena fino ad un
anno.
Un indulto servirebbe a fare uscire quella fascia di
persone che, comunque, sarebbe destinata a uscire entro poco
tempo. Anticiparne l'uscita servirebbe intanto a mitigare la
situazione nelle carceri dove hanno fatto ingresso, secondo
l'indagine del Ministero della giustizia al 31 dicembre 2001,
15.442 tossicodipendenti, altri 8.368 non tossicodipendenti ma
arrestati per reati di droga ai sensi dell'articolo 73 del
testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica
309 del 1990; 1.421 sieropositivi all'HIV (ma, a questo
proposito, occorre tenere presente che solo il 38 per cento
dei detenuti accetta di sottoporsi al test dell'HIV); 169
detenuti in AIDS conclamato; 16.892 stranieri. Al 1^ luglio
2001, 4.863 dei 31.347 detenuti scontava un residuo di pena da
tre fino a cinque anni. Queste cifre dimostrano come la gran
parte dei condannati sconti per intero le condanne, a dispetto
delle ricorrenti polemiche sulla presunta ineffettività delle
pene. In questa situazione, l'indulto non sarebbe resa o
fallimento della giustizia, ma, all'opposto, precondizione
necessaria per poter curare questo sistema, oggi così
gravemente malato. Questo atto consentirebbe gli spazi di
manovra per porre mano a nuove e più efficaci strategie di
prevenzione dal crimine per il futuro.
L'indulto viene subito revocato nel caso di recidiva: alla
nuova pena si sommerebbe l'antica: ecco un deterrente certo e
a costo zero.
Con tale provvedimento, si consentirebbe alle recenti
riforme e razionalizzazioni del sistema giudiziario di potere
decollare. E, di conseguenza, ben altra efficacia e nuove
certezze nella difesa dai reati. Non agendo, è invece facile
prevedere che tali riforme non potranno funzionare, e
finiranno per dimostrare l'ingovernabilità del sistema e
incentivare sfiducia e insicurezza dei cittadini.
Di fronte all'ipertrofia del sistema penale (agli oltre
56.000 reclusi vanno sommate le decine di migliaia di persone
in esecuzione penale esterna), risulta ancora più difficile
ricordare che il carcere è un'istituzione relativamente
recente. E, se non facilmente superabile, almeno è certamente
ridimensionabile. Purché si abbia un po' di coraggio, politico
e culturale, recuperando un pensiero critico e radicale: come
ha suggerito il Cardinale Martini nell'anno del Giubileo:
"invece di interrogarci soltanto sulle pene alternative al
carcere, ricerchiamo un'alternativa alla pena".
Bisogna, pur tuttavia, riconoscere la fondata
ragionevolezza delle posizioni dubbiose, espresse anche da
autorevolissimi uffici della procura della Repubblica, circa i
limiti di un provvedimento clemenziale che, di per sé,
certamente non risolve alla radice i problemi. Perfettamente
d'accordo con queste preoccupazioni.
Allo stesso tempo, però, lasciare le cose come stanno, non
fare nulla perché astrattamente occorrerebbe fare di più e
meglio, sarebbe sbagliato e pericoloso. Attendere sarebbe il
peggiore dei mali.
In conclusione non pare, oggi più di ieri, che ci sia
alternativa ad un provvedimento generale che possa, con
equilibrio e pragmatismo, sanare, o almeno sgravare, una
situazione penitenziaria decisamente insostenibile.
Per loro e con loro rivolgiamo questo appello agli uomini
e alla politica per un provvedimento di indulto. Assieme, e
necessariamente, per una diversa e più generale attenzione ai
temi del carcere e della pena; un'attenzione capace di
produrre, con tempi ovviamente diversi, sul territorio una
rete di opportunità di integrazione sociale, abitativa,
lavorativa. Solo questa rete, infatti, può costruire una
risposta vera e di ampio respiro ai problemi della recidiva e
della microcriminalità.
In questo senso, il provvedimento di indulto di cui
auspichiamo l'approvazione, è la premessa, non la conclusione,
di un discorso: per un carcere più umano e per pene
diverse.