XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 3132
Onorevoli Colleghi! - E' ormai necessario avviare, in
Parlamento e nel Paese, un serio confronto, privo di
pregiudizi ideologici, su un tema tanto delicato, quale è
quello relativo all'affermazione del diritto ad una morte
dignitosa, del diritto cioè di ciascun individuo di scegliere
le modalità dell'interruzione della propria sopravvivenza, nel
caso di patologie non curabili e pervenute alla fase
terminale.
La necessità di un confronto, nel rispetto reciproco di
posizioni diverse, sul ruolo che deve avere lo Stato, e la sua
legislazione, rispetto alle decisioni individuali, anche
quelle che riguardano la propria vita, o la possibilità di una
"dolce morte" - chiaramente in situazioni in cui vi siano
precise condizioni tali da far consapevolmente scegliere una
morte non dolorosa rispetto a una "sopravvivenza"
caratterizzata da sofferenze non più sopportabili, da una "non
vita" in quanto ormai priva di dignità a causa di malattie che
non danno speranza di prognosi positive - ha trovato spesso
conferma, oltre che nelle riflessioni di malati terminali con
sofferenze insopportabili, anche in quelle di alcuni medici:
"Assisto ormai da anni molti pazienti malati di cancro (...).
Nei loro occhi, negli ultimi giorni della loro vita, ho letto
la voglia di farla finita. Qualcuno mi ha chiesto di
espressamente di aiutarlo in questo senso. La mia coscienza,
l'etica, la fede, il senso di umanità, la cultura hanno
vacillato. E oggi mi chiedo se questo mostro quasi
impronunciabile, l'eutanasia, sia da giudicare assolutamente
impraticabile" (estratto di una lettera pubblicata da La
Repubblica in data 5 novembre 2002).
Questa, come altre testimonianze, non possono non fare
riflettere sul fatto che il "diritto alla vita" non può essere
inteso come una coercizione a "vivere", indipendentemente
dalle condizioni concrete di una simile "sopravvivenza".
Certo, non può essere il legislatore a dare una risposta a
dilemmi etici e filosofici, ma il Parlamento - di fronte ad un
problema così rilevante e che riguarda migliaia di persone -
non può limitarsi a rimuoverlo, ma ha il dovere di affrontarlo
dando una risposta che deve tenere conto della realtà.
Significativo, a tale proposito, è il risultato di una
recente indagine curata dai ricercatori dell'università
Cattolica di Milano, allo scopo di conoscere le risposte che
quotidianamente molti medici danno - seguendo la propria
coscienza e sulla base della delle proprie conoscenze
scientifiche - di fronte a situazioni concrete, rispetto ad un
problema che è sempre più spesso spunto di riflessioni
bioetiche.
L'indagine, svolta nei venti centri di terapia intensiva
milanesi tramite questionari a risposta anonima, e che verte
sul comportamento dei medici rianimatori chiamati ad assistere
persone in condizioni estremamente critiche, ha portato ai
seguenti risultati: circa il 4 per cento dei rianimatori
praticherebbe la cosiddetta "eutanasia attiva", somministrando
farmaci letali ai pazienti terminali che dipendono solo da un
respiratore, mentre l'80 per cento avrebbe ammesso di aver
attuato almeno una volta quella passiva, cioè di aver
"staccato la spina del respiratore", spesso senza consultare i
pazienti (notizia riportata da Il Corriere della Sera
del 12 novembre 2002).
I ricercatori hanno quindi rilevato che, pur se
l'eutanasia, in ogni sua forma, non è attualmente ammessa dal
codice deontologico, molti medici decidono, in scienza e
coscienza, quando la vita del paziente volge al termine.
Anche alla luce di quanto accade nella realtà, nel caso di
un individuo affetto da patologie non curabili e pervenute
alla fase terminale, non appare insensato, ma anzi diventa un
dovere giuridico e morale, accordare (al singolo) la facoltà
di scegliere la modalità della propria esistenza, definendo
con chiarezza una normativa che impedisca abusi e tenga conto
della effettiva volontà della persona malata.
In qualsiasi campo, e quindi anche quando si parla di vita
o di morte e, in particolare, del diritto a una vita dignitosa
e alla scelta di una morte che faccia cessare sofferenze e
dolori non sopportabili, il concetto di "dignità" deve essere
valutato tenendo conto della situazione soggettiva (ciò che
può essere considerato "indegno" per qualcuno, per altri può
essere espressione del massimo di "dignità"); analoga
relatività deve, quindi, riconoscersi anche al concetto di
vita dignitosa e di morte dignitosa.
Questo è il principale motivo per il quale deve essere
riconosciuta al singolo la facoltà di auto-determinazione in
scelte fondamentali quali quelle che riguardano la sua vita e
la sua morte. Soprattutto in presenza di una malattia
terminale e di dolori insopportabili: situazione che può ben
assumere la connotazione di "non-vita", oppure di vita
"meramente apparente", caratterizzata cioè da un massimo di
sofferenza e da un minimo di "condizione umana dignitosa". In
altre parole, in tale situazione ognuno, fino al momento in
cui è pienamente consapevole, deve essere messo in condizione
di poter esercitare una scelta di prosecuzione ovvero di
interruzione della vita.
Il primo firmatario della presente proposta di legge, che
già in data 6 luglio 2001 ha presentato una proposta di legge
recante "Disposizioni in materia di interruzione volontaria
della sopravvivenza" (Atto Camera n. 1242) - e che ha anche
sottoscritto, quale primo firmatario, un'analoga proposta di
iniziativa popolare predisposta dai Radicali italiani in tema
di "Disposizioni in materia di legalizzazione dell'eutanasia"
(Atto Camera n. 2974) - ritiene opportuno, quindi, porre
all'attenzione del Parlamento una ulteriore proposta di legge
che nasce dallo studio della legge recentemente approvata dal
Parlamento belga (16 maggio 2002) e che, sotto condizioni
rigorose, autorizza l'eutanasia.
L'ottica nella quale si pone la presente proposta di legge
è quella del riconoscimento della possibilità di scegliere la
modalità della fine della propria esistenza, nel caso di
patologie non curabili e in fase terminale, quale aspetto del
diritto a non essere sottoposti a trattamenti sanitari senza
il proprio consenso, sancito dall'articolo 32 della
Costituzione, dal codice di deontologia medica e dalla
Convenzione europea per la protezione dei diritti dell'uomo e
della dignità dell'essere umano riguardo all'applicazione
della biologia e della medicina, fatta a Oviedo il 4 aprile
1997, resa esecutiva ai sensi della legge 28 marzo 2001, n.
145. Tale Convenzione prevede il diritto di ciascun individuo
di scegliere di interrompere la propria sopravvivenza nel caso
di malattie con prognosi infausta e in fase terminale,
mediante un'apposita dichiarazione di volontà, revocabile e
modificabile in qualunque momento. Ne consegue che il medico
che pratica l'eutanasia non è punibile se rispetta le
condizioni e le procedure indicate dalla presente proposta di
legge e, in particolare, se ha preventivamente accertato
che:
a) il paziente è maggiorenne, capace di intendere
e di volere al momento della richiesta;
b) la richiesta di eutanasia è stata formulata
volontariamente, è stata ben ponderata e ripetuta, e non è il
risultato di una pressione esterna;
c) il paziente è affetto da una malattia con
prognosi infausta e in fase terminale, senza alcuna
prospettiva di sopravvivenza, e le sue sofferenze fisiche o
psichiche sono costanti e insopportabili e tali da non poter
essere eliminate con trattamenti farmacologici, a causa di
lesioni psicofisiche o di una malattia grave e incurabile.
L'eutanasia può essere anche praticata nei confronti di
persone affette da patologia grave ed incurabile e che non
sono più in grado di intendere e di volere (e non potrebbero
quindi effettuare una valida richiesta di eutanasia), qualora
queste abbiano sottoscritto la cosiddetta "dichiarazione
anticipata", entro i cinque anni immediatamente precedenti la
situazione che rende impossibile la manifestazione cosciente
della propria volontà.
E' inoltre prevista l'istituzione di una Commissione
nazionale che verifica se l'eutanasia sia stata effettuata
secondo le condizioni e le procedure previste.
La presente proposta di legge, è opportuno ripeterlo, ha
lo scopo di aprire un dibattito in Parlamento che possa, nel
rispetto delle opinioni di tutti, portare una risposta il più
possibile condivisa non solo rispetto a scelte, di certo non
facili, che molti - medici, malati e loro familiari - si
trovano quotidianamente a dover fare, ma anche rispetto a un
tema su cui il dibattito, e il confronto, nel Paese è sempre
più attuale.