XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 3070
Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge
intende conferire piena attuazione agli articoli 3, 31 e 38
della Costituzione, i quali sanciscono rispettivamente che è
compito della Repubblica "rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale che (...) impediscono il pieno sviluppo
della persona umana"; agevolare "(...) con misure economiche
(...) l'adempimento dei compiti (...) (della famiglia)";
garantire ad "ogni cittadino inabile al lavoro (...) (il)
diritto (...) all'assistenza sociale".
Nello specifico la proposta di legge, pur intervenendo in
ambito prettamente fiscale, rafforza le possibilità di
realizzazione del diritto già espresso dall'articolo 1, comma
1, lettera c), della legge 5 febbraio 1992, n. 104,
recante "Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale
e i diritti delle persone handicappate", la quale afferma che
la Repubblica "persegue il recupero funzionale e sociale della
persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali
e assicura i servizi e le prestazioni per la prevenzione, la
cura e la riabilitazione delle minorazioni".
L'articolo 7 della legge citata prevede che la cura e la
riabilitazione della persona portatrice di handicap si
realizzino con programmi che prevedano prestazioni sanitarie e
sociali integrate tra loro, che agiscano sulla globalità della
situazione di handicap, coinvolgendo la famiglia.
Dall'indagine multiscopo dell'Istituto nazionale di
statistica (ISTAT) sulle condizioni di salute emerge che nel
1999 i disabili erano il 5 per cento della popolazione di età
maggiore di sei anni, oltre 2,6 milioni di persone. Il dato si
riferisce alla popolazione che vive in famiglia e non tiene
conto delle persone residenti permanentemente in istituto. Le
persone con disabilità sono prevalentemente concentrate tra
gli anziani (73,2 per cento, per un totale di 1,9 milioni di
persone), per i quali il rischio di malattie, in particolare
di quelle invalidanti, aumenta esponenzialmente con il passare
degli anni. Tra le persone di sessantacinque-settantaquattro
anni, i disabili sono il 9,3 per cento, passano al 20,7 per
cento tra settantacinque e settantanove anni, per arrivare al
47,5 per cento tra le persone con più di ottanta anni. Vanno
comunque considerati i disabili non anziani: 87 mila minori,
127 mila persone tra diciotto e trentaquattro anni e 505 mila
persone tra trentacinque e sessantaquattro anni. Considerando
i diversi livelli di disabilità, quello più grave è
rappresentato dal confinamento che implica la permanente
costrizione a letto o su una sedia con livelli di autonomia
pressoché nulli, nonché il confinamento in casa per
impedimento fisico o psichico. Risulta confinato il 2,2 per
cento delle persone di età maggiore di sei anni (tra le
persone di più di ottanta anni il tasso raggiunge il 24 per
cento). Complessivamente, possono essere considerati disabili
gravi 1,5 milioni di persone (2,8 per cento); sono stati
considerati tra i confinati a letto o su una sedia, le persone
con molti problemi (cioè coloro che presentano almeno due
tipologie di problemi tra difficoltà nelle funzioni, nel
movimento, nella vista, nell'udito o nella parola) e i
confinati a casa che non sono autonomi nella gestione dei
soldi, nell'uso del telefono, dei mezzi di trasporto e
nell'assunzione delle medicine. La centralità della famiglia
nella cura della malattia e nella tutela della salute è un
dato consolidato. Le famiglie con almeno un disabile sono 2
milioni e 396 mila, l'11,2 per cento del totale; in 246 mila
famiglie vive più di un disabile. Le famiglie con almeno un
disabile grave sono 1 milione e 403 mila, il 6,6 per cento
della famiglie italiane. Il problema delle barriere
architettoniche all'interno del proprio edificio risulta
particolarmente grave per i disabili. Il 48,2 per cento dei
disabili è confinato o ha difficoltà di movimento e abita in
piani superiori al piano terra senza avere l'ascensore. Sono 2
milioni e 673 mila le persone maggiori di 14 anni che vivono
con disabili, il 5,4 per cento della popolazione, quasi quanto
i disabili. Esiste anche un altro settore di persone che pur
non vivendo con persone disabili (o non autonome) se ne
prendono cura nell'ambito della rete informale: 1,5 milioni di
persone tra i trentacinque e i sessantanove anni di età hanno
almeno un genitore non convivente con problemi di
autonomia.
E' fondamentale, pertanto, attivare strategie a più
livelli che permettano il mantenimento delle persone disabili
all'interno del proprio nucleo familiare. Disattendere il
principio della valorizzazione e del supporto del nucleo
familiare, a cui il cittadino disabile appartiene, significa
ostacolare il processo di integrazione sociale.
E', a nostro avviso, un dovere fondamentale del
legislatore in questa ottica strutturare interventi che
allentino le tensioni cui è sottoposta la famiglia in presenza
di componenti bisognosi di assistenza e di cure per compiere
gli atti quotidiani della vita. Riveste, indubbiamente,
notevole interesse in tal senso lo studio di opportune
agevolazioni fiscali per i nuclei familiari dei soggetti di
cui all'articolo 3, comma 3, della legge n. 104 del 1992, in
modo da metterli nelle condizioni di espletare al meglio il
loro difficile e gravoso compito di cura.
Una ricerca del CENSIS, presentata nell'ottobre 2001 ed
intitolata "La vitalità dei nuovi anziani. Adattarsi
all'età che avanza", afferma che "Solo una cultura
stereotipata ci impedisce di utilizzare e mobilitare a pieno
le risorse degli anziani (...)" e specifica che essi
andrebbero valorizzati soprattutto come attivi interlocutori
per i servizi che gli enti locali e le imprese non indirizzano
efficacemente alle esigenze della "società anziana".
Sottolineando che è auspicabile un cambiamento di mentalità
nei confronti della condizione anziana, l'indagine ricorda che
gli ultrasessantenni in Italia sono pari a 14 milioni di
persone e che ben il 17 per cento di essi non è
autosufficiente e vive in una situazione di marginalità
forzata.
L'istituzione familiare costituisce il perno fondamentale
di riferimento per le persone portatrici di handicap; il
74 per cento degli aiuti ricevuti da tutte le persone
portatrici di handicap è, infatti, fornito da un parente
più o meno prossimo e di questi il 41 per cento è un congiunto
di sesso femminile.
E' noto però che l'evoluzione del modello familiare in
senso mononucleare, il crescente, e in moltissimi casi
necessario, inserimento delle donne nel mercato del lavoro,
anche ai fini della sussistenza della famiglia, hanno
determinato, come immediata conseguenza, un'inevitabile
riduzione del tempo che i componenti del nucleo familiare
possono dedicare alla cura e all'assistenza dei soggetti
deboli.
Da ciò discende la necessità, per un sempre maggior numero
di questi nuclei familiari, di avvalersi di una tipologia di
lavoratori e di lavoratrici che rivestano il ruolo di
collaboratori della famiglia nell'assistenza non specifica, a
titolo fisso o per un certo numero di ore giornaliere, che
generalmente si esplica in servizi di aiuto domestico e
personale. Altra questione di scottante attualità è il
reperimento sul mercato del lavoro di questa tipologia di
collaboratori; per contribuire ad ovviare a tale difficoltà si
è addirittura dedicato l'articolo 33 della legge recante
modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo
recentemente approvata dal Parlamento.
Vale la pena di soffermarci anche brevemente sulla
scottante problematica del costo di tali servizi. Il "Rapporto
Annuale 2000" dell'ISTAT, dedica un intero paragrafo,
intitolato "Il ricorso a servizi di supporto alla famiglia:
colf, baby-sitter, assistenza agli anziani e
disabili", alla questione.
Vi si legge che le spese per "(...) i servizi di supporto
alla famiglia pesano in misura considerevole sul bilancio dei
nuclei familiari italiani e, in proporzione, risultano più
onerose per quelle di status sociale più basso
(...)".
Nel 2000, le famiglie che hanno utilizzato un servizio di
assistenza per anziani erano pari a 317.000, per lo più
costituite da nuclei uni-personali o mono-genitoriali; quasi
tutti questi nuclei familiari hanno dovuto avvalersi del
servizio per più di venti ore settimanali.
Vale la pena di sottolineare, però, che molti rapporti di
lavoro di questo tipo sono ancora "in nero" e una norma che
riconosca la deducibilità delle spese sostenute dalle famiglie
per mantenere al loro interno i soggetti non autosufficienti
favorirebbe senza dubbio alcuno l'emersione di questi rapporti
di lavoro e delle relative posizioni contributive.
Il legislatore è intervenuto con la legge 21 novembre
2000, n. 342, recante "Misure in materia fiscale", e
specificatamente con l'articolo 30 (Deducibilità degli oneri
contributivi relativi ai servizi domestici), a modificare il
comma 2 dell'articolo 10 (Oneri deducibili) del testo unico
delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente
della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917. La norma citata
sancisce che dal reddito complessivo si deducono, se non sono
deducibili nella determinazione dei singoli redditi che
concorrono a formarlo "(...) le spese mediche e quelle di
assistenza specifica necessarie nei casi di grave e
permanente invalidità o menomazione, sostenute dai soggetti
indicati nell'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104
(...)" "anche se sono state sostenute per le persone indicate
nell'articolo 433 del codice civile. (...). Sono altresì
deducibili, fino all'importo di lire 3.000.000, i medesimi
oneri versati per gli addetti ai servizi domestici e
all'assistenza personale o familiare". E' proprio dalla
dicitura "assistenza specifica" che sono nate innumerevoli
controversie come se questa, per essere deducibile, dovesse
essere stata prestata da chissà quale professionista! Come è
unanimamente risaputo, le famiglie si avvalgono di personale
di tipo generico per la cura, l'accompagnamento e il sostegno
delle persone non autosufficienti. Inoltre, formano tale
personale nell'attività quotidiana, con difficoltà di
reperimento del personale stesso, sostenendo frequenti
avvicendamenti e dovendosi pressoché totalmente rivolgere a
lavoratori extracomunitari con le immaginabili difficoltà
linguistiche, culturali e di apprendimento delle mansioni.
Recentemente inoltre il decreto del Presidente del Consiglio
dei ministri 14 febbraio 2001, pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale n. 129 del 6 giugno 2001, ha riconosciuto come
prestazioni socio-sanitarie "(...) gli interventi di sostegno
e di aiuto domestico familiare finalizzati a favorire
l'autonomia e la permanenza nel proprio domicilio di persone
non autosufficienti", <articolo 3, comma 2, lettera c)>.
Gli estensori della presente proposta di legge intendono
estendere il beneficio fiscale previsto dal citato comma 2
dell'articolo 10 del testo unico di cui al decreto del
Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, e successive
modificazioni, all'intera gamma delle spese sostenute da parte
del disabile grave, o da parte dei soggetti che lo hanno
fiscalmente in carico, finalizzate a dotarsi di un aiuto
personale o domestico, così come stabilito dal citato decreto
del Presidente del Consiglio dei ministri 14 febbraio 2001.
E' fondamentale intervenire sostenendo le centinaia di
migliaia di famiglie che con coraggio hanno scelto di non
affidare ad istituti i loro congiunti in stato di disabilità
grave. Una scelta opposta infatti, oltre agli altissimi oneri
che comporta per la spesa pubblica, sradica persone già
sofferenti dal loro contesto affettivo, relazionale e
ambientale con pesanti ripercussioni sul piano psicologico,
emotivo e clinico in senso lato. Per questo si ritiene che le
risorse che le famiglie sottraggono al proprio reddito, spesso
con enormi difficoltà e rinunce, al fine di assistere le
persone non autosufficienti nella propria casa non possano
oltre modo essere sottoposte ad imposizione fiscale come se
queste fossero destinate a spese voluttuarie. Lo stesso
Ministro del lavoro e delle politiche sociali, onorevole
Roberto Maroni, nella sua audizione alla XII Commissione
affari sociali della Camera dei deputati nella seduta di
martedì 17 luglio 2001 ha affermato: "Le politiche governative
fin qui seguite non hanno sostenuto la famiglia, ma l'hanno
spesso ignorata o addirittura ostacolata, rendendo difficile
il suo impatto con i nuovi ritmi del lavoro, con il sistema
assistenziale ed educativo, con i servizi pubblici. (...) Il
ruolo fondamentale della famiglia nel sostegno ai componenti
non completamente autosufficienti, siano essi giovani o molto
anziani o disabili, è accompagnato da una penalizzazione
fiscale anomala sulla scena europea, ingiusta nei confronti
delle famiglie con figli e soprattutto poco comprensibile in
un Paese in cui le principali tradizioni culturali e politiche
hanno sempre riconosciuto l'indiscussa centralità della
famiglia".
Onorevoli colleghi, la presente proposta di legge è tesa a
favorire e a rendere possibile l'assunzione diretta di
personale addetto all'aiuto delle persone non autosufficienti
da parte delle loro famiglie: la sua urgente discussione e
approvazione è, pertanto, un atto di civiltà e di coscienza di
questo Parlamento.