XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 2986
Onorevoli Colleghi! - In una questione così difficile,
così drammaticamente coinvolgente la coscienza della donna (e
di tutti) come quella dell'aborto, è ammissibile che dominino
ipocrisia e inganno? Noi riteniamo di no. Per questo
presentiamo una proposta di legge che rappresenta in primo
luogo un'operazione di pulizia e di chiarezza.
La sostanza della proposta di legge sta nell'abolizione
della figura del cosiddetto "aborto di Stato" e nella
previsione di misure che possano facilitare le donne
nell'accesso alle tecniche contraccettive e abortive, in modo
che possa essere evitata o resa meno traumatica una scelta,
già di per sé drammatica, come quella di interrompere una
gravidanza.
Con la proposta di legge si prevede la possibilità per la
donna di interrompere la propria gravidanza senza dover
dimostrare a un medico l'esistenza di problemi personali, e
inoltre si prevede la possibilità di praticare l'aborto anche
nelle strutture sanitarie private oltre che in quelle
pubbliche.
Infine, si è disciplinata la possibilità di interrompere
la gravidanza utilizzando le tecniche di aborto farmacologico,
(con la pillola RU486, già ampiamente diffusa in altri Paesi
europei) e si facilita l'accesso alle tecniche contraccettive,
quali ad esempio la cosiddetta "pillola del giorno dopo".
La presentazione della proposta di legge si è resa
necessaria in quanto la legge n. 194 del 1978, e le
applicazioni che ne sono state fatte hanno determinato una
serie di difficoltà e di non più tollerabili contraddizioni.
L'articolo 1 della legge n. 194 del 1978 stabilisce che lo
Stato "tutela la vita umana dal suo inizio".
Negli articoli successivi sono indicate le ipotesi nelle
quali lo Stato ritiene di poter comunque autorizzare l'aborto.
In particolare, esso è consentito entro i primi novanta giorni
di gravidanza, purché la donna dichiari per iscritto, e un
medico accerti, che la maternità potrebbe comportare un "serio
pericolo per la sua salute fisica o psichica", oppure che
potrebbe determinare altri gravi disagi legati "alle sue
condizioni economiche, o sociali o familiari". Insomma, lo
Stato non osa riconoscere che solo la donna può scegliere se
diventare madre o no. Tuttavia "ammicca" alla donna, e le
spiega che può comunque abortire, a condizione che dichiari,
non la propria verità quale che sia, ma ciò che nella
maggioranza dei casi è un falso, e cioè l'esistenza di
problemi di salute, magari psichica, o l'esistenza di
difficoltà economiche. Il medico, in questo contesto, è
chiamato ad essere testimone-complice della falsa
dichiarazione.
Una seconda grave incongruenza della legge n. 194 del 1978
è quella che deriva dal fatto che, pur essendo l'aborto
consentito nel nostro ordinamento, ne viene impedita la
pratica nelle strutture sanitarie private a differenza di
quanto accade per ogni altro intervento sanitario.
Tale questione acquista un rilievo e una valenza ulteriori
nelle zone in cui vi è una forte presenza di medici obiettori
nelle strutture pubbliche, che determina difficoltà e ritardi
nella predisposizione degli interventi sanitari più opportuni
a tutela della possibilità di scelta e della salute della
donna.
All'obiezione per la quale si sostiene che la legge n. 194
del 1978 nei fatti comunque funzioni, rispondiamo che ciò è
vero solo in parte e, quasi sempre, solo grazie ad ipocrisie e
menzogne che sono richieste e imposte dalla stessa legge.
L'approvazione della proposta di legge, che rimanda alla
responsabilità e alla coscienza della donna le decisioni
relative all'interruzione della gravidanza, è a nostro avviso
l'unica strada seria da percorrere per evitare che si arrivi
all'imposizione di ulteriori limiti alla possibilità di scelta
della donna e quindi all'aumento degli aborti praticati in
modo clandestino, con drammatiche conseguenze per la salute di
centinaia di migliaia di donne.
La proposta di legge fa parte del gruppo di venticinque
proposte di legge di iniziativa popolare predisposto dai
"Radicali italiani", per ciascuna delle quali sono state
raccolte le firme di decine di migliaia di cittadini elettori,
malgrado sia stato negato agli italiani il diritto di
conoscerle, come riconosciuto da 196 parlamentari di ogni
schieramento politico che si sono impegnati a depositarle -
pur non condividendole tutte nel merito - dopo ventotto giorni
di sciopero della fame attuato da Daniele Capezzone,
segretario dei "Radicali italiani".