XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 2985
Onorevoli Colleghi! - Quarantaquattro anni fa entrava
in vigore la legge 20 febbraio 1958, n. 75, detta "legge
Merlin". Le conseguenze provocate da mezzo secolo di regime
"proibizionista" sulla prostituzione sono sotto gli occhi di
tutti: la legge Merlin non solo non ha chiuso le case, ma ha
aperto le strade; non solo non ha abolito lo sfruttamento, ma
ha consegnato l'affare in regime di monopolio nelle mani delle
organizzazioni criminali, che attraverso la violenza, la
minaccia o l'inganno reclutano, gestiscono l'attività,
recepiscono i profitti delle persone che si prostituiscono,
oltre ad impedire l'abbandono della prostituzione alle persone
che lo vogliano.
Sebbene la legge Merlin abbia sancito il principio
fondamentale di non criminalizzare le persone che si dedicano
alla prostituzione, su queste sono ricadute le conseguenze
della criminalizzazione di tutte le attività collegate a tale
attività: la ricerca dei clienti, la pubblicità, il mutuo
aiuto tra le persone che praticano la prostituzione, perfino
l'affittare una casa a - o svolgere lavori di servizio per -
una persona dedita alla prostituzione.
Dal combinato disposto delle leggi restrittive
sull'immigrazione e della proibizione sostanziale della
prostituzione è nato e si è sviluppato il racket del
traffico delle persone ai fini di sfruttamento sessuale e oggi
la maggioranza delle persone coinvolte nella prostituzione
sono straniere illegalmente presenti sul territorio italiano,
e per questo ancora più vulnerabili e ricattabili dagli
sfruttatori.
Anche nel caso di prostituzione volontaria - situazione
che riguarda soprattutto le persone di cittadinanza italiana -
sussistono numerose situazioni di discriminazione o di
emarginazione: le persone che vi si dedicano non hanno infatti
diritto a nessun tipo di copertura previdenziale o non hanno
garanzie sull'ottenimento del compenso pattuito con il
cliente.
In alcuni Stati europei, ed in particolare nei Paesi
Bassi, anche su pressione delle stesse organizzazioni dei
cosiddetti "sex worker" (lavoratori sessuali), si è
deciso di procedere alla legalizzazione della prostituzione e
alla trasformazione di questa attività in una normale
professione, sotto forma di lavoro dipendente, indipendente o
cooperativo, con i diritti e i doveri che conseguono, di
assicurazione previdenziale e di tassazione compresi. Questa
misura ha innanzitutto permesso di separare la prostituzione
volontaria da quella coatta: la prima è "emersa" e ha trovato
forme legali di svolgimento, minimizzando i costi che ricadono
sulla società e sulle persone che svolgono l'attività.
L'apparato repressivo si è potuto così concentrare in modo più
efficace ed efficiente sulla lotta alla prostituzione coatta
ed allo sfruttamento, compreso quello dei minori, delle
persone minorate o tossicodipendenti. La proposta di legge che
presentiamo si ispira ai princìpi delle normative più avanzate
e delle migliori prassi adottate all'estero, nella convinzione
che governare i fenomeni sociali sia più efficace che
proibirli ciecamente, nell'interesse delle persone che si
dedicano alla prostituzione o che fruiscono della
prostituzione altrui, nonché della società intera.
La proposta di legge fa parte del gruppo di venticinque
proposte di legge di iniziativa popolare predisposto dai
"Radicali italiani", per ciascuna delle quali sono state
raccolte le firme di decine di migliaia di cittadini elettori,
malgrado sia stato negato agli italiani il diritto di
conoscerle, come riconosciuto da 196 parlamentari di ogni
schieramento politico che si sono impegnati a depositarle -
pur non condividendole tutte nel merito - dopo ventotto giorni
di sciopero della fame attuato da Daniele Capezzone,
segretario dei "Radicali italiani".