XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 2976
Onorevoli Colleghi! - L'Italia, in modo più marcato
rispetto agli altri Paesi industrializzati, si trova a dover
far fronte ai problemi che derivano dall'invecchiamento della
popolazione (frutto della flessione della natalità e
dell'allungamento della vita media, passata tra il 1960 e il
1997 da circa 67 a 75 anni di età per gli uomini e da 73 a 81
anni di età per le donne e destinata ad accrescersi
ulteriormente di circa cinque anni nei prossimi
cinquant'anni). Questa situazione rende urgente riformare il
sistema previdenziale pubblico al fine di assicurarne la
sostenibilità finanziaria e di ripartirne il costo in modo
equo tra le generazioni. La nostra idea di fondo è che si
debba avviare il passaggio ad un sistema previdenziale a
capitalizzazione, l'unico in grado di assicurare l'equità tra
le generazioni e di mettere l'ingente risparmio previdenziale
al servizio dello sviluppo economico, ma nell'immediato vi
sono alcuni nodi cruciali da risolvere per evitare il collasso
dell'attuale sistema.
Il peso della spesa pubblica per pensioni in rapporto al
prodotto interno lordo, attualmente pari al 14,2 per cento, è
destinato, a sistema invariato, a raggiungere nel 2030 il
valore del 15,9 per cento, stabilizzandosi poi nel decennio
successivo su tale livello. L'entità della spesa per il
finanziamento dei sistemi pensionistici pubblici è tale da
assorbire i due terzi della spesa sociale, lasciando così,
contrariamente a quanto accade in quasi tutti gli altri Paesi
europei, ben poche risorse per interventi sulla famiglia,
sulla disoccupazione, sulla formazione, sulla casa e così
via.
Il sistema pensionistico italiano genera ogni anno un
disavanzo di circa 51 milioni di euro (ogni anno si pagano
circa 150 milioni di euro di pensioni a fronte di circa 100
milioni di euro di contributi sociali).
Questo accade nonostante i lavoratori italiani siano
gravati da un elevatissimo tasso di contribuzione del 32,7 per
cento (calcolato al netto dei contributi destinati al
trattamento di fine rapporto, pari ad un ulteriore 7,7 per
cento, mentre la media dell'Unione europea è del 17,9 per
cento), che è, inoltre, ben al di sotto di quella che sarebbe
l'aliquota contributiva di equilibrio, che è pari, secondo
dati della Ragioneria generale dello Stato, al 45 per cento e
che è destinata a raggiungere tra il 2025 e il 2030 il picco
di circa il 49 per cento.
Un maggiore equilibrio finanziario ed una maggiore equità
potrebbero essere conseguiti rafforzando il pilastro della
previdenza integrativa, obiettivo che tuttavia,
ragionevolmente, non potrà essere raggiunto fintanto che i
livelli della contribuzione obbligatoria resteranno così
incredibilmente elevati.
Occorre dunque agire con urgenza per modificare i
parametri del sistema pubblico. Le principali modifiche
proposte della proposta di legge sono le seguenti:
1) l'eliminazione delle cosiddette "pensioni di
anzianità", quelle che ancor oggi consentono il pensionamento
a lavoratori di età inferiore a 55 anni: a decorrere dal 2003
sarà possibile il pensionamento per quei lavoratori che
abbiano raggiunto un'età contributiva e un'età anagrafica che
sommate diano la cifra di 95; a decorrere dal 1^ luglio 2005
tale cifra sarà elevata a 100;
2) l'età minima per la pensione di vecchiaia, fissata
dalla legge Dini (legge n. 335 del 1995) a 57 anni di età,
viene elevata a 60 anni;
3) le misure precedenti configurano risparmi di spesa
tali da poter assicurare la copertura di un'altra misura
doverosa ma altrimenti insostenibile: l'innalzamento a 516
euro delle pensioni minime, contenuto all'articolo 5 della
proposta di legge. Ovviamente la cifra di 516 euro si intende
cumulativa di tutti i trattamenti previdenziali ed
assistenziali, fatte salve le prestazioni corrisposte a fronte
di handicap o di invalidità;
4) infine, all'articolo 8 si prevede l'equiparazione tra
fondi pensione "chiusi" e "aperti", in modo tale da assicurare
al lavoratore una piena libertà di scelta nella previdenza
integrativa.
La proposta di legge fa parte del gruppo di venticinque
proposte di legge di iniziativa popolare predisposto dai
"Radicali italiani" per ciascuna delle quali sono state
raccolte le firme di decine di migliaia di cittadini elettori,
malgrado sia stato negato agli italiani il diritto di
conoscerle, come riconosciuto da 196 parlamentari di ogni
schieramento politico che si sono impegnati a depositarle -
pur non condividendole tutte nel merito - dopo ventotto giorni
di sciopero della fame attuato da Daniele Capezzone,
segretario dei "Radicali italiani".