XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 2965




        Onorevoli Colleghi! - Il rapporto fra bambini e televisione è una delle problematiche riguardanti i minori di cui maggiormente si discute negli ultimi anni, non solo in Italia. Un atteggiamento luddistico nei confronti della televisione sarebbe sbagliato. Essa ha infatti proprietà educative, non è dannosa in sé, ma dipende dall'uso che ne fanno gli spettatori e gli addetti.
        La televisione, d'altronde, ha svolto un grande ruolo modernizzatore in questo secolo, contribuendo a modificare in maniera profonda gli stili di vita della società. E' all'inizio degli anni '80, con la nascita delle televisioni commerciali, che al ruolo informativo, educativo e di intrattenimento si è sovrapposto, divenendo preminente, il ruolo commerciale. Anche il rapporto che i bambini avevano con il teleschermo si è andato modificando con conseguenze che i pedagogisti ritengono a volte preoccupanti.
        Due sono i problemi principali quando si parla di effetti della televisione sui bambini: il tempo di esposizione al teleschermo e i contenuti dei programmi. Su entrambe le questioni è utile intervenire per apportare correzioni e fissare regole.
        Le opportunità offerte dal mezzo televisivo al processo evolutivo sono elevate se si assume un giusto atteggiamento critico e selettivo, ma purtroppo quella più consueta è una condotta inerte che porta all'aumento del tempo trascorso davanti al video, a scapito di altre attività fondamentali per la crescita (fisiche, sociali, intellettive, creative, eccetera). Il problema si aggrava quando il bambino viene lasciato solo a decifrare i messaggi televisivi. Dall'ultima indagine ISTAT su Bambini e televisione, del 30 agosto 1996, era emerso che in Italia il tempo di fruizione medio era ancora piuttosto contenuto e che buona parte delle famiglie era vicina al bambino nella visione dei programmi e tale situazione è rimasta sostanzialmente identica. Emergeva, comunque, e tuttora si evidenzia una realtà differenziata tra nord e sud, che ripropone differenti stili di vita tra le famiglie. I dati ISTAT, infatti, indicavano che:

            l'87,8 per cento, dei bambini tra i 3 e i 10 anni guardava la televisione tutti i giorni. La situazione era differenziata territorialmente: nel sud e nelle isole la percentuale, era del 92 per cento, al centro dell'89 per cento, e al nord dell'80 per cento;

            i bambini che guardavano la televisione sempre da soli erano il 12,6 per cento (15,6 per cento tra i 3 e i 5 anni; 10,7 per cento tra i 6 e i 10). Anche qui c'era una differenza tra regioni: i bambini che non guardavano mai la televisione da soli erano più al nord: 60,8 per cento nel nord-est, 56,6 per cento nel nord-ovest, 50,3 per cento al centro, 46,9 per cento al sud, 44,7 per cento nelle isole;

            la frequenza della fruizione del mezzo televisivo da parte dei bambini durante la giornata era maggiore al sud: le percentuali erano del 34 per cento al sud, del 27,9 per cento nelle isole, del 13,8 per cento nel nord-est, del 12,9 per cento nel nord-ovest, del 27,7 per cento al centro;

            i bambini che seguivano la televisione per quattro ore e più al giorno erano il 25,9 per cento al sud, il 24,4 per cento nelle isole, il 23 per cento al centro, l'11,3 per cento nel nord-est, il 13,6 per cento nel nord-ovest.

        Ad occasione di eventuali modificazioni delle percentuali, la realtà fotografata nel 1996, può essere assimilata alla situazione attuale.
        Tra gli effetti negativi dovuti alla lunga permanenza davanti al teleschermo vi è un deficit di sviluppo fisico e psicomotorio, aggravato dal fatto che un'occupazione così sedentaria e passiva è spesso accompagnata dall'assunzione di cibo, stimolata dalla continua pubblicità di alimenti destinati ai bambini, che spesso intervallano cartoni animati e film.
        Un'altra delle conseguenze riscontrate è l'assenza dell'inclinazione alla lettura che, per svilupparsi, necessita di una familiarizzazione con i libri e le immagini stampate nei primi anni. Inoltre i ritmi assidui del televisore, la brevità delle sequenze, le rapide rappresentazioni degli eventi, i ritmi veloci della pubblicità e dell'ultima cinematografia, incidono non solo sui gusti dei piccoli spettatori, ma anche sui ritmi di vita quotidiani e psicobiologici. L'effetto è la maggiore prontezza e rapidità delle ultime generazioni, ma perché sia un effetto positivo deve accompagnare, e non sostituire, la capacità di attenzione ai tempi più lunghi o più lenti, quelli cioè propri della lettura, della creatività e delle attività scolastiche in genere.
        La televisione può essere utilizzata anche come strumento per il miglioramento delle capacità lessicali, ma perché lo sia effettivamente deve essere affiancato da tutti gli altri strumenti. Ha scritto in proposito A. Oliviero Ferraris in "TV per un Figlio", edito da Laterza nel 1995: "Certo, si apprende anche guardando la televisione, ma dipende dal modo in cui la si guarda, dall'interesse che si ha per l'argomento del programma, e purché ciò che si vede sia integrato con altre esperienze e conoscenze". La televisione, infatti, offre un ampio repertorio di vocaboli ed espressioni linguistiche, ma la capacità di sostenere un dialogo argomentato dipende, oltre che dalle nozioni acquisite, anche dal coraggio di parlare e dalla consuetudine a farlo. I bambini hanno bisogno di relazioni dirette, di essere ascoltati e di essere sollecitati per riuscire ad esprimersi correttamente. La capacità di articolare il pensiero dipende molto dal possesso dell'espressione verbale. Un bambino che fruisce delle informazioni televisive e ascolta il linguaggio senza però socializzazione, cioè senza esercizio nel formulare il proprio pensiero e nel farsi capire, può rimanere indietro rispetto agli altri. La socializzazione e la sperimentazione sono dunque prioritarie: per crescere, i bambini hanno bisogno di venire in contatto con oggetti e materiali, di muoversi ed entrare in relazione con gli altri. E in questo la televisione è inadeguata. Particolare importanza assume la problematica che riguarda i contenuti dei programmi, i modelli proposti e i valori. Il primo problema è certamente quello delle immagini di violenza che passano sugli schermi della televisione ma anche del cinema, a cui i bambini sono inevitabilmente esposti. Non si tratta soltanto di filmati realistici dei telegiornali, ma anche di programmi di fantasia e purtroppo anche di cartoni animati spesso di produzione giapponese.
        Su questo argomento si è discusso più volte nel corso degli ultimi anni e le opinioni sono discordanti. Siamo convinti che la visione di tanta violenza abbia un effetto potenzialmente molto pericoloso e condividiamo la preoccupazione espressa dallo scomparso filosofo Karl Popper: "La televisione produce violenza e la porta in case dove altrimenti violenza non ci sarebbe" (J. Condry, "Cattiva maestra televisione", edizioni Donze, 1994, pagina 20). A queste sue parole bisogna aggiungere che purtroppo la violenza in famiglia è una triste e drammatica realtà ancora troppo diffusa anche in Italia, in molti nuclei familiari nei quali la violenza televisiva può avere un effetto amplificatore e giustificatore non trascurabile.
        Molti studi a decorrere dagli anni '70 hanno evidenziato un aumento delle scene violente in televisione. Gli adulti guardano la televisione per divertimento, i bambini per capire il mondo. Può facilmente accadere, quindi, che i bambini, le cui conoscenze della realtà sono ancora limitate e le cui capacità di riflettere e di attribuire il giusto significato a ciò che si vede non sono ancora mature, possono concludere che per ottenere una cosa bisogna avere più potere e forza degli altri, o che il più forte è inevitabilmente colui che vince ed ha sempre ragione. Nella complessa realtà della fiction spesso non si fa accenno alle conseguenze della violenza (dolore per alcune persone, mutilazioni, morte, pene comminate dalla legge), così i piccoli spettatori non le apprendono. Allo stesso modo, raramente si contestualizzano gli episodi di violenza anche dal punto di vista storico, in modo che il bambino percepisca l'episodio violento nella giusta collocazione. Questo permetterebbe anche di utilizzare il mezzo televisivo come strumento didattico, anche nei momenti dedicati allo svago.
        In proposito si è ben espresso il "Rapporto sulla violenza in TV" del Centro di strategia della comunicazione della University of California di Los Angeles del 1995 (Donzelli, Roma 1996): "La questione non riguarda la violenza in sé, quanto piuttosto la natura di questa violenza e il contesto in cui si presenta. Il contesto è la chiave per comprendere se l'uso della violenza è appropriato o meno". Tuttavia è innegabile che un'esposizione continuata a immagini brutali può assecondare o amplificare ragioni preesistenti e che immagini cariche di alta emotività possiedono un'enorme forza di suggestione e possono condizionare inconsapevolmente il comportamento. Nell'"Appello contro la violenza nei media" redatto dagli psichiatri di Berna e promosso in Italia dal Consiglio direttivo della Società italiana di psichiatria si legge: "Immagini di violenza e orrore consumate per divertimento, e che quindi vengono associate al senso del piacere, causano non sempre solo paura e disgusto ma possono diventare inconsapevolmente modelli ideali. Particolarmente pericolosa è l'associazione della violenza con il piacere e la sessualità, cosa che oggi sta dilagando in video e nel teleschermo". La maggior parte dei film, telefilm e cartoni animati violenti non è prodotta nel nostro Paese, ma è di provenienza statunitense e giapponese. Questo introduce un altro problema: quello della scarsa produzione italiana ed europea di programmi per ragazzi, su cui occorre intervenire urgentemente a livello di Unione europea.
        Un altro aspetto che, a nostro avviso, merita particolare attenzione è la stereotipizzazione dei ruoli sessuali. Troppo spesso i programmi tendono a riaffermare la supremazia maschile ed un modello di uomo arcaico. Mentre la figura maschile rimane predominante, ricoprendo molto spesso il ruolo del personaggio principale, la donna viene frequentemente relegata a ruolo di oggetto nella produzione sia di fiction e film, che di spettacoli di intrattenimento e di pubblicità. Valori e modelli per i bambini passano anche attraverso la pubblicità. I bambini sono coinvolti a diversi livelli: con la pubblicità riguardante prodotti a loro direttamente rivolti, con quella che li individua come soggetti influenzanti i consumi familiari con richieste che i genitori esaudiscono nel timore che possano sentirsi inferiori ai propri coetanei, con quella che li individua come futuri consumatori.
        Ai bambini, di fatto, piace la pubblicità per motivi diversi. Ed i tempi, molto brevi, sono facili da memorizzare, adattandosi ai tempi dell'attenzione infantile; gli spot sono inoltre ripetitivi, rituali e per i bambini ciò significa continuità e rassicurazione come per le favole che essi amano riascoltare molte volte, con le stesse parole, gli stessi gesti, la stessa mimica. I pubblicitari conoscono bene i particolari che hanno un enorme potere seduttivo sul bambino, ridotto unicamente a puer economicus. E che dire delle strategie pubblicitarie dell'impero economico dell'industria di giocattoli? Per molti cartoni animati, lungometraggio o in serie, il vero fine è l'acquisto del giocattolo riproducente il protagonista della storia e dei suoi accessori. Marina D'Amato, a proposito della pubblicità di giocattoli, ha scritto che essa "(...) innanzitutto induce a credere non solo che il superfluo sia necessario, ma che sia facilmente e immediatamente accessibile a tutti. La spinta al consumo non si limita al desiderio di qualche cosa, ma all'illusione che si possa avere tutto quello che si desidera e subito. In secondo luogo, presenta il prodotto non per quello che è realmente, ma valorizzandolo oltre modo. Il piccolo consumatore si sente incompleto, diverso dagli altri, senza quell'"invidiabile" giocattolo. In terzo luogo, questi spot non solo spingono all'acquisto, ma inducono in via subordinata a pensare che senza il tale gioco non si possa far parte del gruppo, della comunità". (M. D'Amato: "Lo schermo incantato" Editori Riuniti, Roma, 1993, pagina 24). Per ridurre la presenza della pubblicità nella vita dei bambini occorre introdurre una limpida regolamentazione che innanzitutto impedisca l'impiego di minori di anni quattordici - come già avviene in altri Paesi europei - in qualsiasi tipo di spot commerciale.
        I bambini guardano la televisione perché le alternative ad essa sono poco attraenti o del tutto inesistenti. Occorre allora prima di tutto ripensare le città, con più parchi, più ludoteche, più biblioteche. E' necessario riformare la scuola con la persuasione che è lì che deve avvenire l'acquisizione degli strumenti per una visione critica ed intelligente della televisione. Infine occorrono tempi di vita diversi per gli adulti, tentando di armonizzare il lavoro con le esigenze dei bambini. Solo recentemente la normativa si è occupata di tali problematiche, con l'istituzione della "Città sostenibile delle bambine e dei bambini" (di cui ad decreto del Ministro dell'ambiente 30 agosto 1988, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 213 del 12 settembre 1998) e con la legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali (legge 8 novembre 2000, n. 328) nonché con altre disposizioni in materia di tutela dei diritti dei minori. E' all'interno di questo ampio progetto di ripensamento dei bisogni dell'infanzia e dell'adolescenza e dei modi per soddisfarli che va contestualizzata la questione del rapporto tra i bambini e la televisione.
        Inoltre è necessario introdurre alcune regole. La televisione può essere uno strumento efficace per l'apprendimento didattico e la conoscenza della vita reale, ma attualmente l'insufficienza normativa ne fa soprattutto un ottimo strumento commerciale. Sulle importanti e delicate tematiche qui esposte non esiste infatti alcun tipo di normativa, non solo in Italia ma anche in altri Paesi. Esistono soltanto codici di autoregolamentazione: il "Codice di regolamentazione convenzionale dei princìpi, delle norme e delle regole cui si attengono le televisioni commerciali ai fini di assicurare il rispetto dei diritti e delle esigenze di un armonioso sviluppo dei telespettatori in età evolutiva", firmato a Roma il 19 maggio 1993 tra la Federazione radio televisioni (le reti Mediaset e 150 delle principali televisioni locali) e 18 associazioni delle famiglie, della scuola e dei consumatori; il "Codice di autodisciplina pubblicitaria italiana" in vigore dal 15 marzo 1995; la "Carta dell'informazione e della programmazione a garanzia degli utenti e degli operatori del servizio pubblico" del dicembre 1995; per quanto riguarda il giornalismo, la "Carta di Treviso" del 4-5 ottobre 1990 e la "Carta dei doveri del giornalista" dell'8 luglio 1993.
        La presente proposta di legge consta di sedici articoli, ed ha la finalità di promuovere i diritti dei minori di anni quattordici nella produzione, distribuzione ed utilizzo del mezzo televisivo tenendo conto degli indirizzi previsti dall'articolo 1 della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176.
        Il capo II della presente proposta di legge introduce la Carta dei diritti dei minori, comprensiva di fasce orarie, e il Codice di autoregolamentazione, che i soggetti titolari di concessioni radiotelevisive sono tenuti ad adottare. La Carta prevede, tra l'altro, nelle sue finalità generali, che i programmi destinati ai bambini - intesi come minori di anni quattordici - abbiano lo scopo evidente di arricchire culturalmente ed umanamente i minori stessi.
        Si introducono, quindi, una "fascia oraria di protezione dei minori" ed un'altra denominata "fascia oraria per i programmi specificatamente destinati ai minori". La prima comprende un periodo di almeno dodici ore da modulare tra le ore 7 e le ore 22.30, durante il quale sono vietate le rappresentazioni di fatti in cui la violenza appaia come una forma ordinaria e normale nei rapporti tra le persone e possa indurre ad un atteggiamento imitativo o provocare traumi nel bambino.
        Nella fascia oraria compresa tra le ore 14.30 e le ore 20, invece, la presente proposta di legge prevede che oltre a programmi destinati ad un'utenza indifferenziata, siano trasmessi anche programmi specificatamente destinati ai bambini (articolo 2).
        L'articolo 3 regolamenta la presenza di minori nei programmi radiotelevisivi che, nei casi previsti, non deve creare dei danni al processo di crescita e all'assolvimento dell'obbligo scolastico. E' vietato, infine, l'impiego di bambini in programmi che possano turbare la loro sensibilità o in casi in cui possano essere strumentalizzati a fini economici.
        La tutela dei diritti dei bambini in tutta l'informazione - sia radiotelevisiva che della carta stampata - è regolata invece dall'articolo 4 il quale prevede che la corresponsione dei benefìci economici a favore del settore dell'editoria e della radiodiffusione sia condizionata dall'adozione di un Codice di autoregolamentazione, che garantisca i diritti dei minori in questo campo. Il Codice introdotto dalla presente proposta di legge prevede che sia evitata qualsiasi forma di interferenza nella vita del minore e che gli episodi narrati della vita dei bambini non siano oggetto di momenti di intrattenimento e di spettacolarizzazione, evitando anche di pubblicizzare dati personali dei minori coinvolti.
        Altro tema disciplinato dalla presente proposta di legge è quello della pubblicità: gli articoli 5 e 6 regolano, infatti, i messaggi pubblicitari che, oltre a non dover abusare della fiducia e della credulità del minore, non devono indurlo a violare le leggi, compiere azioni dannose per sé e per gli altri, esporre se stesso o altri ad azioni pericolose, né, infine, premiare comportamenti violenti. I divieti relativi alla pubblicità rivolta ai bambini sono definiti più specificatamente nell'articolo 7, in cui è previsto il divieto di interrompere qualsiasi programma a loro destinato con messaggi pubblicitari. Nella fascia oraria di programmi specificatamente destinati ai minori, invece, questi devono essere trasmessi con almeno sessanta minuti di intervallo l'uno dall'altro e limitando, nella stessa fascia oraria, la pubblicità di alimenti ad una quantità non superiore ad un quarto del totale della pubblicità complessiva diffusa in tale fascia. E' vietata, inoltre, la sponsorizzazione di programmi radiotelevisivi specificatamente destinati ai minori. L'articolo 8 individua nell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, istituita dall'articolo 10 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, l'autorità di tutela dei diritti dei minori in materia di messaggi pubblicitari radiotelevisivi, sentito il Collegio per la protezione dei diritti dei minori la cui istituzione è definita nell'articolo 9. Tale Collegio è costituito da personalità competenti nel campo della psicologia, pedagogia e tutela dei minori, estranee alla produzione cinematografica e televisiva.
        I compiti e le finalità del Collegio sono definiti all'articolo 10, che individua tra questi il potere di controllo sull'attuazione della legge e la promozione di iniziative di ricerca, documentazione ed informazione sul rapporto tra minori e sistema di comunicazione radiotelevisiva, anche d'intesa con il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, ed altri Ministeri interessati.
        Di particolare rilevanza l'istituzione del certificato di qualità, denominato "Peter Pan", assegnato annualmente alle emittenti radiotelevisive e agli organi d'informazione che non siano incorsi in violazione delle disposizioni contenute nella presente proposta di legge, o che abbiano intrapreso iniziative per la promozione e la tutela dei diritti dei bambini nelle telecomunicazioni e nell'informazione (articolo 11).
        Gli articoli 12 e 13 concernono i provvedimenti urgenti e le sanzioni di competenza del Collegio di cui all'articolo 9. L'articolo 14, invece, determina le modalità per i ricorsi avverso i provvedimenti urgenti di cui all'articolo 12 e l'articolo 15 individua facilitazioni fiscali per l'acquisto di dispositivi tecnici di filtraggio dei programmi.
        Le disposizioni di carattere finanziario sono contenute nell'articolo 16.




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