XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 2760




        Onorevoli Colleghi! - Secondo il "Population Aging 2000", il rapporto presentato all'ONU nel corso della seconda Assemblea sull'invecchiamento mondiale, svoltasi recentemente a Madrid (8-12 aprile 2002), l'Italia vanta la percentuale più alta di persone sopra i 60 anni, pari al 25 per cento, seguita da Giappone, Germania e Grecia con il 24 per cento. Accanto alla percentuale più alta di persone con oltre 65 anni (18,1 per cento) il nostro Paese vanta, altresì, il triste primato della più bassa percentuale di minori di 15 anni (14,1 per cento). In tema di cifre, mentre oggi su cento lavoratori attivi ci sono 30 anziani, si calcola che nel 2050 i pensionati saranno il 65 per cento della popolazione. Le cause di questo invecchiamento sono due: l'innalzamento della vita media e la diminuzione del tasso di natalità.
        Né ci dovrebbe ingannare il rapporto presentato dall'ISTAT, che ha evidenziato, nel bilancio demografico provvisorio del 2001, un pareggio tra nascite e morti dopo otto anni in cui si è registrato un eccesso di morti sulle nascite.
        L'immagine del nostro Paese è, infatti, quella di un Paese che invecchia. Il numero medio di figli per donna è pari a 1,25 e potrebbe sembrare soddisfacente, mentre la realtà dei fatti ci dimostra che di fronte ad una speranza alla vita che si avvicina agli 80 anni, un tasso di natalità che sfiori i due figli per donna è solo sufficiente a contrastare il declino e l'invecchiamento della popolazione, se associato a flussi migratori contenuti.
        Quindi le 544 mila nascite del 2001, se raffrontate a quelle della Francia e dell'Inghilterra (circa 200 mila in più) che hanno una popolazione totale simile alla nostra, confermano un preoccupante squilibrio.
        Il Presidente della Repubblica ha espresso chiaramente tale preoccupazione quando ha affermato che: "Una società che fa pochi figli è una società che non ha fiducia nel futuro. Dovremo dare ai giovani una maggiore fiducia e cresceranno anche le nascite".
        Per invertire tale processo occorrerebbe un ritorno ad un ciclo di vita meno tardivo delle aspettative di riproduzione (oggi a ridosso dei 30 anni) per realizzare l'obiettivo dei due figli per coppia.
        Secondo il sociologo francesce, Henry Mendras, dell'osservatorio francese delle congiunture politiche, il vero ostacolo ad una natalità sostenibile nel nostro Paese è costituito dalla struttura della famiglia, in cui la qualità del servizio domestico offerto dalle donne è tale da impedire ai figli l'uscita dalle mura domestiche, dal divario della natalità tra zone geografiche unitamente ad una scarsa diffusione della scelta di fare figli al di fuori del matrimonio. Esaminando il caso francese, notiamo come lo Stato abbia favorito il consolidarsi di una tendenza che, nel corso degli anni, ha portato le donne francesi alla scelta dei due figli, attraverso interventi mirati nel settore degli asili nido e degli alloggi a favore delle coppie giovani. Rendere omogeneo il Paese tra Nord e Sud, modificare la struttura della famiglia liberando le mamme da tutte le incombenze quotidiane, favorire il lavoro part-time, creare infrastrutture efficienti in grado di accogliere i figli delle giovani coppie già dal primo anno di vita. In altri termini, bisognerebbe permettere alle mamme italiane di disporre di maggior autonomia e tempo per consentire loro di mettere al mondo più figli.
        Il tema della mancanza di una politica demografica nel nostro Paese emerge dunque, alla luce di questi dati incontrovertibili, oggi più che mai, anche se occorre dire che il declino della natalità iniziò già nel periodo fascista, nonostante le campagne attuate dal quel regime. L'insuccesso di quella politica demografica fu dovuto al carattere coercitivo e alla mancanza di strutture, servizi e condizioni economiche della popolazione, nonché alla mancata condivisione dell'obiettivo da parte di quest'ultima.
        Nel periodo post-bellico, invece, nonostante la consapevolezza del problema si ritenne di lasciare che il miglioramento delle condizioni economiche e sociali innescassero automaticamente una crescita demografica, fatto che si verificò nel corso del cosiddetto "baby-boom" intorno agli anni sessanta. Anche in questo caso, però, l'assenza di una politica demografica organica circoscrisse il fenomeno in un arco temporale ben limitato. Anzi le forti migrazioni e lo spopolamento delle campagne, unitamente ad una maggiore presenza delle donne nel mondo del lavoro, l'alto costo del mantenimento dei figli e l'assenza di servizi adeguati comportarono una costante caduta del tasso di natalità. Alcuni importanti interventi nel campo legislativo (istituzione del divorzio, nuovo diritto di famiglia) e mutamenti culturali e politici intorno agli anni settanta diedero il colpo finale.
        In molti paesi dell'Unione europea sono state avviate consistenti politiche pubbliche di sostegno alle famiglie e ai bambini. Le percentuali di spesa sociale a favore di questi soggetti variano da Paese a Paese: Lussemburgo (14,1 per cento), Danimarca (13 per cento), Finlandia (12,8 per cento), Irlanda (12,7 per cento), Svezia (10,8 per cento) Germania (10,1 per cento), e Francia (9,8 per cento) sono i Paesi che (secondo i dati del 1998) destinano quote rilevanti della spesa sociale a favore delle famiglie e dei bambini; Italia (3,6 per cento) e Spagna (2,1 per cento) quelli con l'incidenza più bassa.
        Di fronte a questi dati l'atteggiamento dei Governi è oscillato tra la necessità di una promozione di politiche di welfare in favore della famiglia e l'inconsistenza delle misure adottate, quasi a confermare la marginalità della famiglia quale soggetto sociale. Si è assistito, cioè, al varo di misure che non avevano carattere di organicità: erano riferite a questo o a quel soggetto, a questo o a quel bisogno sociale, ma senza rientrare nel contesto familiare.
        Le conseguenze di una caduta della natalità sono sotto gli occhi di tutti, ma vorremmo rilevare due aspetti in particolare: quello previdenziale e quello sanitario. Il sistema pensionistico statale, diffuso in tutta l'Unione europea, si basa su una sorta di contratto tra generazioni, in base al quale i contributi di coloro che lavorano oggi pagano le pensioni di quelli che sono andati a riposo ieri. Con l'abbassamento della natalità viene ad incrinarsi tale rapporto tra pensionati e lavoratori ed il rischio è quello di avere in Italia la classica situazione della piramide rovesciata, contraddistinta da una vasta popolazione di anziani che grava su una ristretta popolazione di giovani, con effetti economici disastrosi.
        Ciò detto vale anche per il sistema sanitario nazionale, i cui costi di funzionamento aumenteranno inevitabilmente, se si pensa che un paziente di 85 anni ha un costo di 11 volte superiore a quello di un soggetto in età compresa tra i 5 e i 15 anni.
        La preoccupazione delle ripercussioni di questi cambiamenti in campo previdenziale, sanitario e soprattutto del lavoro erano già presenti nella relazione demografica della Direzione generale V (Occupazione, relazioni industriali e affari sociali) pubblicata dalla Commissione europea nel 1995. Il Governo avrebbe dovuto tener conto di quei nuovi scenari prefigurati. Nella relazione si dava, infatti, conto dei mutamenti che sarebbero intervenuti nella struttura delle famiglie, delle imprese e dei sistemi di protezione sociale.
        Oggi spetta al legislatore porvi rimedio, con gradualità e senza strappi socio-economici per le popolazioni.
        Con la presente proposta di legge si intende, infatti, fornire alla famiglia un nuovo sistema di prestazioni e benefìci volto ad un potenziamento dell'istituzione familiare e diretto a favorire un incremento del tasso di natalità, in linea con il principio di sussidiarietà, fondato su sostegno e integrazione, ma non sostituzione della famiglia nello svolgimento della sua funzione sociale.
        La presente proposta di legge prevede la corresponsione di un assegno alla nascita di 516,46 euro per ogni figlio a tutti i capifamiglia con cittadinanza italiana.
        La scelta di fare un figlio oggi è diventata anche una scelta di uno stile di vita; fare un figlio comporta costi e penalizzare chi mette al mondo un figlio non è giusto rispetto agli altri cittadini. Ecco perché si interviene con l'erogazione di un assegno di 516,46 euro annui fino al compimento del terzo anno. La proposta di legge prevede altresì (articolo 3) facilitazioni per l'acquisto della prima casa per le giovani coppie, consistenti in maggiori detrazioni fiscali per i mutui accesi.
        In Italia le donne con figli piccoli sono il 49 per cento, ma gli asili nido, oltre ad essere pochi (5 per cento dei bambini), comportano una spesa aggiuntiva. Le legge finanziaria ha disposto varie misure per incentivare la creazione di nuovi asili nido, ma è carente nella parte in cui prevede la deduzione delle spese di partecipazione alle gestione dei nidi e dei micro-nidi nei luoghi di lavoro. Con l'articolo 4 si intende, invece, estendere tale possibilità alle spese sostenute per l'assistenza e la vigilanza dei bambini in qualsiasi struttura sia essa pubblica o privata e quelle sostenute per l'assistenza a domicilio (baby-sitter).




Frontespizio Testo articoli