XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 2698
Onorevoli Colleghi! - In conformità con la riforma
avviata nel 1997 di riduzione della pressione fiscale sulle
imprese e nel rispetto degli impegni europei, con la presente
proposta di legge proponiamo il ripristino ed il rafforzamento
delle misure caratterizzate dall'attenzione verso lo sviluppo.
Gli interventi proposti si basano sul ripristino del
funzionamento della tassazione del reddito d'impresa (DIT) ed
il suo potenziamento in modo da consentire la sua applicazione
a tutto il patrimonio dell'impresa. I dati più recenti sugli
effetti della DIT per le imprese e di comparazione
internazionale sul carico fiscale dimostrano che, grazie alla
ridotta tassazione marginale sugli investimenti, in relazione
agli aumenti di capitale, il nostro Paese ha raggiunto una
posizione molto competitiva.
La DIT, infatti, grazie alla sua flessibilità, consente
all'imprenditore di diminuire il suo prelievo fiscale in
maniera autonoma, fino ad arrivare ad un'aliquota del 19 per
cento. Già oggi il prelievo medio sulle imprese è, grazie alla
DIT ed ai suoi effetti potenziati, intorno al 30-32 per cento,
con numerose imprese vicine al 19 per cento. La scelta del
Governo di eliminare questo strumento rischia quindi di
provocare seri danni alle imprese che potrebbero vedere
aumentare il loro prelievo in maniera consistente, anche di
quasi 15 punti percentuali, senza nessuna ragione se non
quella di "cambiare per cambiare".
Il Governo, inoltre, consapevole della inferiorità della
cosiddetta "legge Tremonti-bis" (legge n. 383 del 2001)
in confronto agli strumenti già esistenti, è stato costretto a
cambiare le regole della DIT e delle altre incentivazioni per
evitare il totale fallimento delle novità introdotte. Il
Governo, infatti, oltre a bloccare la DIT, è stato anche
costretto a bloccare l'incentivo sugli investimenti a fronte
di aumenti di capitale (cosiddetta "legge Visco", legge n. 133
del 1999) ed anche a prevedere la non cumulabilità del nuovo
incentivo con il credito d'imposta per le aree depresse, che
rischia di compromettere il positivo avvio della ripresa in
particolare nel sud. I primi dati dimostrano che il credito
d'imposta sta funzionando in maniera veramente efficace (oltre
95.000 utilizzi) e che il Governo, eliminando il vantaggio
relativo per gli investimenti in quelle aree, sta
volontariamente e coscientemente distruggendo quello che di
buono si era riusciti a realizzare con le nuove iniziative.
Sempre con questa logica assurdamente punitiva, il Governo
cambia le regole anche per le imprese che non hanno nessun
interesse alle nuove leggi: l'abrogazione del credito
d'imposta "virtuale", che consente di trasferire anche ai soci
il beneficio concesso alle società (che la legge
Tremonti-bis non prevede), ha l'unico scopo di rendere
meno conveniente lo strumento della DIT e della legge Visco,
danneggiando gravemente le imprese che avevano correttamente
programmato investimenti e finanziamenti contando su di un
patto con lo Stato. La gravità del cambiamento delle regole
"in corsa" e la malafede del Governo sono palesi perché è
scritto nella stessa norma che l'abrogazione della stessa è
"in deroga allo Statuto del contribuente", strumento di
civiltà fortemente voluto dal centro-sinistra, che il Ministro
Tremonti nel suo primo atto di governo ha voluto disattendere.
Nella relazione alla delega per la riforma fiscale (atto
Senato n. 1396) si legge che le norme fiscali non devono
essere mai retroattive neanche di fatto e anche con
riferimento ai periodi d'imposta in corso (Tremonti prima fa e
poi critica se stesso).
I nostri interventi sono quindi indirizzati a consentire
alle imprese di scegliere: per questo proponiamo la DIT,
potenziata fino al 50 per cento; il ripristino della legge
Visco di incentivazione degli investimenti; la cumulabilità
della legge Tremonti-bis con il credito d'imposta per le
aree depresse e il mantenimento del credito d'imposta
"virtuale".
Particolare attenzione è dedicata alle imprese che operano
nelle aree vantaggiate del Paese (Campania, Basilicata,
Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna): per queste, infatti, la
proposta di legge prevede di aumentare di almeno due punti
percentuali il coefficiente di rendimento ordinario su cui si
basa l'applicazione della DIT. Infatti, per la determinazione
della quota agevolabile ai fini dell'applicazione
dell'aliquota del 19 per cento, occorre moltiplicare il "nuovo
capitale" per un rendimento fissato per legge, tenendo conto
dei tassi di mercato più un "premio" per il rischio d'impresa.
Considerate le differenti condizioni strutturali per
l'esercizio d'impresa nelle citate aree, per tenere conto
della maggiore situazione di rischio per lo svolgimento
dell'attività, si propone di incrementare questo tasso
(fissato in via generale per tutte le imprese) di almeno due
punti percentuali. Questo aumento del tasso, che determina una
maggiore riduzione delle imposte sul reddito, essendo basato
sulla dimostrazione della differente condizione strutturale
nell'esercizio d'impresa nelle aree svantaggiate e, quindi,
sulla sua maggiore rischiosità, dovrebbe consentire, se
adeguatamente supportato con indagini e dati specifici (ad
esempio con indicatori economici oggettivi come il maggiore
costo del denaro, le carenze infrastrutturali, l'incidenza dei
fallimenti e così via) la non censura da parte della
Commissione europea quale aiuto di Stato.
La nostra attenzione è poi dedicata alle piccole e medie
imprese che costituiscono il tessuto della economia del nostro
Paese. Per loro proponiamo di continuare nella riduzione del
prelievo attraverso interventi sull'imposta regionale sulle
attività produttive (IRAP), in linea con l'intervento già
previsto dalla legge finanziaria per il 2001, legge n. 388 del
2000. Attraverso la riduzione della base imponibile dell'IRAP
di 5.165 euro, altri 900.000 soggetti godranno della riduzione
che già aveva interessato più di 3 milioni di loro e
consentito a circa 800.000 contribuenti di non dovere più
l'imposta. Con questo strumento di semplice ed immediata
applicazione si vuole garantire una riduzione del prelievo
specifica per le piccole e medie imprese così come previsto
nel programma de L'Ulivo.
L'adeguamento della politica fiscale alle innovazioni ed
alle nuove sfide richiede poi efficaci scelte ed interventi
mirati. In particolare, proponiamo di ampliare il credito
d'imposta per le spese di ricerca, di sviluppo e di
innovazione, consentendone un più ampio utilizzo. Lo
strumento, già introdotto con la citata legge n. 388 del 2000,
deve essere infatti potenziato e semplificato per consentire
alle imprese di aumentare gli investimenti in questo settore.
La nostra scelta è in aperta controtendenza con le scelte del
Governo, anche in questo caso inspiegabili perché dirette a
danneggiare le imprese senza nessuna logica, poiché vuole
rendere inutilizzabile lo strumento limitandolo ad alcune aree
del Paese (obiettivo 1 di cui al regolamento (CE) n. 1260/1990
del Consiglio, del 21 giugno 1999). In questo modo infatti il
credito, non applicandosi più a tutte le imprese, diventerebbe
soggetto ad autorizzazione comunitaria (con che tempi?) ed ai
limiti di intensità di aiuto, che riducono in maniera
consistente il beneficio. Anche in questo caso il Governo
vuole distruggere quello che funziona e mistifica il messaggio
sostenendo di avere introdotto un nuovo strumento.