XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 2689
Onorevoli Colleghi! - Soprattutto in questi ultimi
anni, la grande e media impresa italiana, in particolare nel
settore tessile, dell'abbigliamento, delle cravatte e delle
calzature, ha spostato all'estero la propria produzione o
parte di essa.
Questo trasferimento è di carattere temporaneo in quanto
il prodotto ritorna in Italia per essere assemblato o
semplicemente per prendere il marchio "made in
Italy".
Il prodotto viene, quindi, messo sul mercato come se fosse
stato fabbricato in Italia.
Tale processo di delocalizzazione in altri Paesi produce
un danno grave soprattutto nei confronti dei "contoterzisti",
cioè coloro che effettuano in Italia questo tipo di
lavorazioni in via principale, ed un danno altrettanto grave e
rilevante subiscono gli imprenditori che non operano la scelta
di recarsi all'estero, ma producono, dall'inizio alla fine del
processo produttivo, i capi in Italia, immettendo sul mercato
beni aventi un costo di lavorazione più alto di coloro che,
trasferitisi ad esempio in Romania, Ungheria o addirittura in
Cina ed in India, possono risparmiare sul costo della
manodopera.
Naturalmente non ha senso, e sarebbe anacronistico,
pensare di proporre controlli o barriere ai confini del nostro
Paese, laddove l'appartenenza all'Unione europea impone la
libera circolazione delle merci.
Non ci sembra, al contrario, insensato il suggerimento
avanzato da più parti, sia dai produttori che dal sindacato,
concernente la creazione di un brevetto "made in
Italy".
Esso non impedisce a chi ritiene più conveniente per la
sua produzione e alle proprie necessità industriali di
spostarsi all'estero utilizzando altri tipi di prodotto e di
lavorazione, ma salvaguarda chi fa una scelta diversa, di
qualità, dove sono soprattutto valorizzate le abilità e la
professionalità delle maestranze italiane.
Il sistema di tutela che questa proposta di legge
individua si concretizza attraverso la creazione di un vero
marchio "made in Italy", applicabile al settore tessile,
dell'abbigliamento, delle cravatte e calzaturiero,
garantendone la salvaguardia proprio in virtù del carattere
istituzionale della certificazione.
Sembra questo un modo efficace per raggiungere un duplice
obiettivo innanzi tutto quello di tutelare le migliaia di
piccole e medie aziende del mezzogiorno che lavorano à
facon per le grandi firme della moda italiana che
sempre più esternalizzano le proprie produzioni; tale processo
delocalizzativo - è questa la verità - di fatto scarica sulle
aziende "faconiste" costi insopportabili che le
costringono molte volte ad una pratica di bassi salari pur in
presenza di una elevata capacità professionale dei lavoratori
e delle lavoratrici. In questi anni, molte di queste aziende
nel mezzogiorno hanno utilizzato i contratti di gradualità.
Raggiunto, però, il pieno riallineamento retributivo, le
stesse non sono in grado di sostenere retribuzioni più alte e
rischiano, come sta avvenendo nel Salento, di chiudere o di
ricorrere ad artifici quali la chiusura e la successiva
riapertura con diversa ragione sociale (usufruendo in questo
modo delle agevolazioni per i nuovi assunti) oppure tornando
all'applicazione delle cosiddette "paghe di fatto", cioè
quelle che l'impresa si può permettere.
E' evidente che se vogliamo tutelare questo comparto
produttivo dobbiamo incidere su quella che è una vera e
propria concorrenza sleale da parte di Paesi nei quali il
costo del lavoro è infinitamente più basso rispetto al
nostro.
Per fare ciò occorre valorizzare le produzioni in Italia
(full made in Italy) e rendere l'etichettatura di
origine obbligatoria, allineando così la legislazione italiana
(ed anche quella europea) alle norme americane e giapponesi
dove è obbligatorio, per legge, etichettare il capo con il
made in (...).
Oltre a ciò con la presente proposta di legge si intende
dare ai consumatori la garanzia che il marchio made in
Italy significa che l'intero processo produttivo è avvenuto
nel nostro Paese.