XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 2602




        Onorevoli Colleghi! - Il legame tra occupazione e flessibilità ha posto e pone questioni concrete al legislatore in termini di solidarietà, di compatibilità di esigenze e diritti, di partecipazione democratica. Ma tale nesso ripropone anche la contraddizione tra una riduzione della durata dell'orario misurata secondo i canoni convenzionali e l'attuale frantumazione e articolazione del lavoro, tipica dell'era postfordista. Il superamento del lavoro astratto nei confronti del lavoro concreto, che rende impossibile la rivendicazione generalizzata e solo quantitativa di riduzione del tempo di lavoro, apre scenari nuovi che investono la pienezza della giornata lavorativa sociale e, dunque, investono il tempo di vita nella sua interezza. D'altra parte, la crisi che attraversa l'economia globalizzata evoca, in Europa come nel mondo, lo spettro di quella recessione che ha già drammaticamente colpito molti Paesi in America latina e in Estremo oriente e i nuovi tagli occupazionali annunciati anche nel nostro Paese - primi fra tutti quelli derivanti dalla gravissima crisi del settore dell'auto - dimostrano che i margini per un intervento pubblico di supporto, fatto di ammortizzatori sociali e di cassa integrazione, sono sempre più ridotti. Più in generale, gli esiti catastrofici dei dogmi neoliberisti propugnati dal Fondo monetario internazionale testimoniano che il ricorso selvaggio alla flessibilità non è in grado di governare un mercato del lavoro sempre più deterritorializzato e dalle prospettive di sviluppo estremamente incerte. Le società economicamente mature hanno raggiunto infatti un grado di crescita al di là del quale la possibilità di creare ulteriore sviluppo attraverso l'espansione del lavoro pare definitivamente preclusa, tanto che le possibilità di sopravvivenza dei "sistemi Paese" sviluppati paiono sempre più legate alla liberazione e alla migliore collocazione delle risorse e delle intelligenze umane. La riduzione dell'orario di lavoro, in tale contesto, si presenta come un prerequisito necessario - anche se non probabilmente sufficiente - per rivitalizzare la società e l'economia, che dovrebbero essere sempre più orientate al miglioramento della qualità della vita. Ridistribuire il lavoro, dunque, attraverso la riduzione della porzione di tempo ad esso sacrificata e nella prospettiva del suo superamento. Un ampio schieramento culturale e politico, tuttavia, oppone forti resistenze alla riduzione dell'orario, non sappiamo se per rifiuto istintivo dell'innovazione o se per convinzioni ideologiche. Fatto è che la riduzione del tempo di lavoro è un processo operante da tempo in Europa e che ha accompagnato la prima e la seconda rivoluzione industriale: dalle 3.200 ore annue degli inizi del XIX secolo si è passati infatti alle 2.000 dei primi decenni del secolo scorso fino alle 1.600 degli anni settanta. Gli storici dell'economia del lavoro ricordano soprattutto due date di questo lungo processo: il Bill del Parlamento inglese che riduce da dodici a dieci ore la giornata lavorativa e la decisione di Henry Ford, nel 1914, di portare la giornata lavorativa da dieci a otto ore. Il processo di riduzione ha avuto sostanzialmente tempi sincroni in tutti i Paesi industrializzati: in Italia nel periodo 1891-1991 il prodotto interno lordo (PIL) è aumentato 13 volte e la produttività oraria 16 volte. Poiché dall'avvento dell'industria la produttività oraria è sempre cresciuta più della produzione - almeno nei Paesi industrializzati - solo la riduzione dell'orario ha consentito di creare nuovi spazi occupazionali fino a sfiorare, verso la metà degli anni settanta, la piena occupazione (disoccupazione al 4 per cento in Italia e in Europa). Tale processo si è però arrestato nel 1974 e nel 1979 - in concomitanza con il primo e il secondo shock petrolifero - per poi invertirsi dagli anni ottanta in poi, soprattutto negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna, lasciando il posto a un aumento esponenziale dei tassi di disoccupazione, definitivamente esplosi negli anni novanta con l'avvento della terza rivoluzione industriale, quella informatica. Qui c'è uno dei punti di rottura di questo processo secolare: grazie all'innovazione tecnologica, e dunque al sempre minore fabbisogno dell'elemento umano, il rapporto tra orario di lavoro e tasso di occupazione entra in crisi. L'ulteriore contrazione del tempo di lavoro diviene dunque un imperativo inderogabile per riequilibrare e calmierare il crescente tasso di disoccupazione. L'esperimento francese delle 35 ore avviato dal governo Jospin andava appunto in tale direzione ma sfortunatamente non ha potuto avere la continuità necessaria per dare i frutti promessi. Tuttavia l'adozione delle 35 ore ha comunque determinato in Francia una "rivoluzione". Un primo, suggestivo, elemento di riflessione che emerge dalla esperienza francese è il livello alto di coinvolgimento e di partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici interessati o coinvolti nella esperienza delle 35 ore, al di là della stessa diffusione dei negoziati a livello aziendale. Secondo un sondaggio dell'Osservatorio del mondo del lavoro (dicembre 1999), è cresciuta la fiducia nel lavoro, tanto che il 68 per cento di chi lo ha dà un giudizio positivo sulle modifiche in corso, mentre scende a meno del 20 per cento chi ha comunque paura di perdere il posto. Così come - secondo lo stesso sondaggio - sono cambiate le priorità di chi lavora, tanto che al primo posto delle proprie esigenze/preoccupazioni c'è oggi il tempo di lavoro, seguito dall'occupazione e quindi dal salario, anche se il tempo di lavoro è visto proprio nei nessi (e nei rischi di impatto negativo) con il carico del lavoro e con il salario. Dati che andrebbero meglio esaminati secondo le disaggregazioni per età, genere, categorie professionali, presenza o meno di un accordo aziendale sulle 35 ore. Un limite delle tante ricerche e sondaggi che analizzano in Francia questo passaggio nel mondo del lavoro, intenso per dimensione e tematiche, è la insufficiente attenzione alla variante di genere: eppure sono proprio le donne, nella loro partecipazione al lavoro e insieme alle attività di riproduzione sociale che possono qualificare e "finalizzare" la riduzione del tempo di lavoro verso nuove relazioni interpersonali e diversi assetti familiari e sociali. Esaminando il sondaggio Safrés (novembre 1999), commissionato dal Ministero del lavoro, sull'utilizzo del tempo "liberato", l'articolazione delle risposte per genere può sollecitare qualche riflessione. Infatti, se il 77 per cento degli uomini afferma di avere più tempo per la famiglia, solo il 29 per cento dichiara di dedicarsi di più alle attività quotidiane; per le donne le percentuali sono quasi coincidenti, del 66 per cento e del 62 per cento, indicando così un uso del tempo in famiglia "operoso". Nello stesso sondaggio cresce per gli uomini il tempo dedicato allo sport, agli hobbie, alle attività culturali, per le donne il tempo per il recupero e il riposo. Non cambia cioè la distribuzione delle attività di cura, né vengono rimessi in causa i ruoli sessuali in famiglia. Per questi obiettivi la riduzione del tempo di lavoro può rappresentare uno strumento efficace, nel medio periodo, soprattutto se assunta consapevolmente come occasione per rimodellare relazioni e assetti sociali. Ma l'introduzione delle 35 ore ha avuto anche innegabili effetti benefici sull'economia francese: il tasso di disoccupazione è sceso, a fine 2001, al 9 per cento, mentre aveva toccato il 12,6 per cento nel giugno 1997, la peggiore cifra mai registrata. Il Paese, in sostanza, è tornato al livello del 1983. Sempre alla fine del 2001 i disoccupati erano 2.119.700, 44.500 in meno rispetto a dicembre 2000. Tutte le categorie di disoccupati hanno beneficiato del miglioramento della situazione, anche quelli di lungo periodo. La crescita dell'economia francese è stata eccezionale in Europa: più 3,2 per cento nel dicembre 2000. Questo forte tasso di crescita ha contribuito alla creazione di 420 mila posti di lavoro. Il 2000 è stato anche un anno "storico" per i profitti delle imprese: Elf-TotalFina ha battuto ogni record sfiorando i 50 miliardi di franchi di utili. I dodici più grandi gruppi per fatturato hanno totalizzato nel 2000 126,7 miliardi di franchi di utili, contro 121 nel 1999 per i trenta principali gruppi. Tale tendenza, proseguita fino a metà del 2001, si è poi interrotta nei mesi successivi, subendo sicuramente anche gli effetti devastanti che l'attentato alle Twin Towers ha impresso all'economia mondiale, trasformandola, per molti versi, in "economia di guerra".
        L'altra faccia della medaglia di questi dati è che è aumentato in modo considerevole (più 18 per cento) il lavoro in affitto, precario o interinale. Molte aziende, infatti, di fronte all'impossibilità per lo Stato di finanziare gli sgravi di contributi concessi ai datori di lavoro in cambio della riduzione di orario hanno preferito ricorrere a forme iperflessibili di lavoro, spesso poco regolamentate e comunque molto più "leggere" sotto il profilo contributivo. E' una contraddizione, quest'ultima, che sicuramente riguarda anche il mercato del lavoro italiano, sempre più terreno di conquista delle agenzie di collocamento private, e che potrebbe essere calmierata da un intervento legislativo, come quello delle 35 ore settimanali, teso a ridistribuire in maniera più omogenea il lavoro disponibile e, nel contempo, in grado di offrire una maggiore tutela ai lavoratori.
        Quanto, in termini di unità lavorative collocate, una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro potrà garantire è difficile ipotizzare. Sappiamo che l'esperienza francese ha dimostrato che in un solo anno, il 2000, riducendo l'orario settimanale a 35 ore, è stato possibile collocare al lavoro 205.000 nuove unità e che in caso di congiunture particolarmente drammatiche - come quella attraversata in Italia dalla Fiat auto - diminuendo le ore lavorate sarebbe possibile evitare che migliaia di persone perdano il posto, esperimento felicemente riuscito in Germania alla Wolkswagen negli anni ottanta. In ogni caso, per il futuro l'aumento reale dell'occupazione dipenderà dai modi in cui si realizzerà la riduzione dell'orario (giornaliera, settimana corta, part-time, eccetera), da come si supereranno gli ostacoli di mobilità geografica e professionale (disoccupati al sud e fabbriche al nord), dalle resistenze delle imprese e, soprattutto, dalla parte di risorse pubbliche, oggi impegnate passivamente come ammortizzatori sociali, che si riuscirà a dirottare verso politiche attive per l'occupazione.
        Quanto detto non si deve necessariamente tradurre in un'operazione uniforme su tutto il territorio nazionale attuata con modalità rigide e categoriche; il motore dell'intera strategia di riduzione dell'orario deve al contrario consistere in un'iniziativa concordata tra le parti sociali avente come fase transitoria una fase di modulazione dei contributi sociali a carico delle imprese, per fasce orarie, unitamente a un contributo supplementare a favore di quelle imprese che riusciranno a ridurre effettivamente l'orario e, conseguentemente, a creare nuova occupazione.
        Si è profondamente convinti, in definitiva, che cambiare l'uso del tempo nel lavoro e nella vita serva a dare dignità alle condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie, che possa contribuire ad aumentare le opportunità di crescita dei lavoratori sotto il profilo della formazione e dell'aggiornamento professionali e possa, soprattutto, inaugurare una forma di flessibilità del lavoro fornita delle garanzie e delle tutele di base previste dallo statuto dei lavoratori.




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