XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 2526




        Onorevoli Colleghi! - L'eccezionalità degli eventi che promossero l'avvento del sistema maggioritario nel nostro ordinamento, nella versione atipica rappresentata dalla legge elettorale del 1993, ne condizionarono fortemente anche la fattura e la coerenza logica con l'intero impianto ordinamentale.
        Come, infatti, dimenticare la drammatica sequenza degli episodi che presto imparammo a legare al nome di "Tangentopoli" che un decennio or sono fecero da sfondo e da motivazione al referendum antiproporzionalista, padre della riforma maggioritaria?
        In quella tornata di mesi si consumò un clamoroso misunderstanding, provocato dal salto logico compiuto sull'onda emotiva dell'esecrazione popolare nei confronti dei partiti colpevoli dei reati di Tangentopoli: il referendum antiproporzionalista si tramutò in un plebiscito antipartitico sulla base del rozzo e indimostrato assioma: proporzionale = malaffare.
        In quel clima non fu difficile affermare come nuovo dogma la residuale e altrettanto indimostrata affermazione, largamente suffragata da tutto il sistema mediatico nazionale e dal fronte dei partiti in rotta e alla ricerca di nuove legittimazioni presso l'elettorato, dal valore salvifico del sistema maggioritario. Un sistema maggioritario, andrebbe aggiunto, purchessia, poiché l'esito finale di quella specie di Termidoro che fu il biennio della XII legislatura, risultò essere una pessima legge elettorale, figlia del lavorìo abrasivo del referendum abrogativo che procedette sull'impianto normativo "per cancellazione" e dunque non in una dimensione di coerenza con il contesto ordinamentale.
        Una legge elettorale che conservava i peggiori difetti del sistema proporzionale aggiungendovi i fortissimi vulnus alla democrazia partecipativa di un maggioritario a base uninominalista consegnato nelle mani della nomenclatura dei partiti. A distanza di quasi un decennio da quegli avvenimenti e di otto anni dalla celebrazioni delle prime elezioni politiche con il nuovo sistema, non v'è chi non veda la considerevole mole di incongruenze che il "Mattarellum" - com'è stato definito da Sartori il nuovo ibrido sistema - ha portato con sé, a cominciare dalla pericolosa estraneità del principio maggioritario all'intero esprit dell'ordinamento statuale divisato dalla Costituzione, di impianto esplicitamente proporzionalista e, perciò stesso, garantito da un sistema di equilibri che il maggioritario ha pericolosamente vulnerato introducendo, ad esempio, la prassi dello spoil system, estranea al nostro ordinamento. Ma l'elenco delle incongruenze non finisce qui: basterebbe pensare, restringendo l'analisi al mero ambito delle tecniche proposte dalla legge elettorale per la Camera, alla pericolosa illogicità dei meccanismi che presiedono alla quota proporzionale, con gli esiti negativi tuttora pendenti presso il "tribunale interno" della giunta per le elezioni.
        O, per stare all'effetto politico prodotto dallo scardinamento del sistema dei partiti e dal pericoloso deficit di democrazia partecipativa che ne deriva, basti pensare alla devoluzione nelle mani di pochi capi, attraverso il meccanismo della designazione nei collegi uninominali e dell'inserimento delle candidature nelle liste bloccate della quota proporzionale. Le oscure e nascoste procedure allestite dai capi per la scelta delle candidature sono, infatti una vera e propria espropriazione del diritto del corpo elettorale di partecipazione alla selezione della classe parlamentare, espropriazione che rappresenta il tradimento di uno degli argomenti più celebrati dai maggioritaristi al tempo dei referendum, quello della ricomposizione del rapporto tra elettore e candidato.
        E' questa, probabilmente, la dimensione più eclatante in termini di deficit di democrazia dell'attuale sistema, anche se non la sola: tra gli "effetti collaterali" recati dal maggioritario su base uninominalista vi è, senza dubbio, quello relativo alla trasformazione della forma-partito, passata dal classico modello di organizzazione democratica poggiato sul principio della militanza di base e sull'accoglimento del pluralismo interno, ad una sorta di deriva plebiscitaria, consacrata dal "cesarismo" dei capi, in cui appaiono sempre più neglette le regole della democrazia interna, il cittadino-iscritto si scopre sempre meno garantito dalle prevaricazioni dei capi, si afferma il principio dell'abolizione delle voci di opposizione, privilegiando, invece, il rapporto mediatico tra il capo e la pubblica opinione. Ciò che, tuttavia, rappresenta un inquietante interrogativo cui non è ancora fornita alcuna plausibile risposta, è la ragione per cui si stenti a riconoscere il fallimento del "Mattarellum" in termini di garanzia di governabilità.
        Quella della "governabilità garantita", infatti, rappresentò un argomento forte dei sostenitori dell'attuale sistema che, esibendo i dati relativi alla durata dei Governi espressi dal sistema proporzionale, sollecitavano l'adozione della nuova formula al fine di rafforzare l'autonomia, l'autorevolezza e la durata dell'Esecutivo.
        Pur non potendo negare il vulnus in termini di rappresentatività democratica del maggioritario rispetto al sistema proporzionale previgente, i sostenitori del nuovo meccanismo elettorale ritenevano che quel vulnus potesse rappresentare un equo prezzo se confrontato ai benefici che sarebbero derivati dalla sicura governabilità. La realtà si è incaricata di smentire clamorosamente quel falso assunto, ponendoci di fronte ad una sequenza non certo edificante di legislature cadute dopo soli due anni (1994-1996), cambiamenti di campo di parlamentari quali mai si erano verificati nel corso della storia repubblicana né in Italia né in nessun altro Paese democratico (oltre duecento nella XIII legislatura), cadute repentine di Governi suffragati con il voto popolare e sostituzione di essi con altri, talvolta di segno politico compatibile (D'Alema I che succede a Prodi, Amato III che succede a D'Alema II), talaltro addirittura di segno politico opposto (il governo Dini del 1995 che succede al Berlusconi I).
        Ma c'è un elemento, che ha anche implicazioni "semantiche", che rivela la distanza dall'attuale sistema dall'esprit maggioritario: siamo di fronte a Governi di "coalizione", con gradi di coesione diseguali a sinistra e a destra, ma espressi da una logica proporzionalistica. Perché, infatti, "maggioritario" evoca "partito unico": e in entrambi gli emisferi cui è artificiosamente oggi divisa la politica italiana, non solo non si intravede alcun serio intento di addivenire ad una redutio ad unum, ma, anzi, si registrano segnali di conflittualità, talvolta anche acuta, tali da lasciar intendere che le aggregazioni tra partiti, lungi dal rappresentare un processo intermedio verso la realizzazione di due principali contenitori politici garantiti dell'alternanza nella logica maggioritaristica, siano soltanto degli espedienti elettorali, del tutto provvisori, destinati a frantumarsi un volta esaurito il compito.
        Ma ancora due considerazioni sono da svolgere intorno all'incongruenza dell'attuale sistema elettorale: la prima riguarda l'eccentricità del principio nell'ambito degli ordinamenti elettorali vigenti. A ben vedere il collegio uninominale collegato ad un impianto prevalentemente maggioritario è presente solo per le elezioni della Camera e, con un temperamento apprezzabile degli effetti distorsivi proposti dalla lista bloccata, anche al Senato e nelle elezioni provinciali. Tutto il resto, a cominciare dalle elezioni europee, per finire alle comunali e alle regionali, si basa sul principio proporzionalistico (corretto con un premio di maggioranza nei comuni e nelle regioni) e sul voto di preferenza.
        La prima spontanea domanda è: perché nei comuni e nelle regioni (i cui sistemi elettorali, peraltro, vengono spesso celebrati come modelli di funzionalità democratica) viene accettato ciò che, invece, alla Camera viene esecrato?
        La seconda importante considerazione attiene, invece, agli inviti più volte rivolti dal Presidente della Repubblica al mondo della politica ad abbassare i toni del conflitto: il maggioritario si nutre di conflitti, talvolta anche artificiosi, volti a fornire alla distratta platea politica, ragioni di legittimazione. Perché la sede della disputa per il sistema maggioritario, non è il Parlamento, non è il Paese ma il sistema mediatico. Se le considerazioni che abbiamo succintamente richiamato rispondono al vero e se il sentimento popolare che promosse e sostenne il maggioritario col referendum del 1993, in un clima emotivamente alterato, si è mutato a tal punto da decretare l'insuccesso del nuovo referendum maggioritarista di due anni or sono, se, infine, la prova fornita dal nuovo sistema in questi otto anni di vigenza è stata così poco convincente, è giunto il momento di operare una modifica al sistema elettorale capace di ricondurre a combaciamento i due fattori che danno sostanza alla democrazia rappresentativa: la rappresentanza e il consenso, oggi irreparabilmente scissi.
        La proposta di legge si fa carico di dare risposte ai problemi irrisolti dell'attuale sistema offrendo innanzitutto garanzie al principio democratico fondamentale della "scelta dal basso" delle candidature, garantito dal voto di preferenza unico. Al tempo stesso offre una risposta definitiva al problema della alternanza democratica collegata ad una "governabilità" garantita da un accettabile premio di maggioranza, prendendo a modello lo schema già adottato nelle elezioni regionali.
        Il nostro modello elettorale punta, infatti, a incentivare la formazione delle coalizioni elettorali che si propongono come coalizioni di governo, ma senza annullare le identità e le specificità dei singoli partiti e delle singole formazioni politiche. La garanzia dalla frammentazione è offerta dal mantenimento della medesima soglia di ingresso, il 4 per cento, oggi indicata per la quota proporzionale alla Camera.
        Al tempo stesso, attraverso il premio di maggioranza assegnato alla coalizione di partiti che ottenga il più ampio consenso attorno al nome del candidato presidente, viene ad essere premiata la capacità coesiva, progettuale e programmatica della coalizione, incoraggiando un confronto con l'elettorato in cui risultino chiari orientamenti ed intenzioni dei raggruppamenti impegnati nella contesa.
        Si è compiuta la scelta di non prevedere l'elezione diretta del premier bensì la sua chiara designazione da parte delle coalizioni, in analogia a quanto era previsto nella legge elettorale per le elezioni regionali prima dell'ultima novella. L'intento che ha sostenuto la scelta è chiaro: non si intende modificare l'assetto costituzionale che assegna al nostro ordinamento il carattere di repubblica parlamentare, ma al tempo stesso, si è inteso apprezzare come positiva l'esperienza delle ultime campagne elettorali che hanno proposto a momento di identificazione per le coalizioni i candidati alla Presidenza del Consiglio scelti dai raggruppamenti in contesa.
        Innovativo è apparso anche il meccanismo che presiede alla scelta degli eletti costituenti il premio maggioranza. Tale premio, infatti, sarà rappresentato dai settantacinque che risultino nell'ambito della coalizione i migliori eletti nelle liste circoscrizionali. La ragione è intuitiva: si vuole impedire che i capi-partito esercitino un ruolo egemone nella designazione delle candidature, espropriando il corpo elettorale dal diritto di scelta. Nel caso di vittoria della coalizione l'elezione dei candidati più suffragati nelle liste collegate farà scattare i primi dei non eletti nelle liste circoscrizionali, suffragati, come i rimanenti 555 deputati, con il voto di preferenza.
        Anche l'ampiezza delle circoscrizioni è stata rivisitata rispetto all'impianto della legge elettorale proporzionale del 1957, scegliendo di dimensionarla a livello di provincia, in analogia al riparto predisposto delle elezioni regionali. Si è ritenuto che, in questo modo, si potesse garantire una rappresentanza geograficamente più equilibrata, rappresentativa del territorio e, soprattutto, in ragione del voto di preferenza, selezionata dal basso, dal corpo elettorale e non dai capi di partito.




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