XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 2275
Onorevoli Colleghi! - Quello che riguarda i parchi è un
tema assai delicato, in cui una concezione ottocentesca di
sterile protezione si collega a malintese idealità di
conservazione, alla necessità da parte delle associazioni
ambientalistiche di costruirsi spazi di manovra e di potere
insieme al desiderio di sottrarre territorio alla caccia. Ne è
risultata in questi ultimi tempi, da un iniziale e deprecabile
6 per cento di superfici protette, la proliferazione su tutto
il territorio nazionale di parchi e parchetti "a pelle di
leopardo" spesso creati dove non c'era nulla da proteggere
(tranne le mire di politicanti cinici e di ambientalisti
avidi). E intanto, altri parchi di importanza planetaria sono
abbandonati a loro stessi, languono nelle mani di una
oligarchia dispotica che decide anche della vita quotidiana e
dello sviluppo economico, non solo di quelli che vivono e
lavorano, ma anche di coloro che hanno la sfortuna di abitare
nelle zone contigue.
Occorre una inversione di tendenza perché i parchi, e le
zone protette in genere, servano sì a preservare ambienti e
fauna, ma anche culture, tradizioni, abitudini di vita di chi
ci abita, in vista di uno sviluppo armonico delle attività
compatibili. Agricoltura, allevamenti, pesca, tagli del bosco,
un certo tipo di esercizio venatorio di selezione possono,
caso per caso e zona per zona, essere non solo accettabili, ma
addirittura migliorare i risultati di una gestione moderna e
senza complessi. Ad esempio, la starna convive con la coltura
cerealicola, la lepre con la produzione di foraggi pregiati,
il capriolo prospera sugli erbai delle piste di sci e nei
cedui e la caccia di selezione sostituisce egregiamente i
predatori scomparsi. Il concetto di parco, dove nulla si
tocca, dove la natura è ingessata e dove le attività umane
vengono sospese appartiene a regole che la nostra cultura ha
ormai condannato. L'idea stessa del parco come luogo
fisicamente isolato dagli agenti atmosferici,
dall'inquinamento, dalle epidemie delle piante e degli animali
selvatici, appartiene ai sogni degli ambientalisti della
domenica. In realtà si è visto, e i recenti congressi che si
sono tenuti sull'argomento e approfonditi studi l'hanno
dimostrato, che nei parchi dove è consentita la caccia di
selezione (tanto per fare un esempio che ci sta a cuore) la
fauna protetta gode ottima salute. In più, il denaro che se ne
ricava viene usato ai fini della migliore gestione del parco.
Invece, dove è stato proibito questo tipo di prelievo, sono
esplose epidemie gravissime che hanno distrutto una vera e
propria ricchezza.
E' necessario pertanto intervenire perché la legge 6
dicembre 1991, n. 394, venga modificata almeno per quanto
riguarda i punti seguenti:
1) in molti parchi regionali è consentita la caccia di
selezione. Questo principio va sancito in maniera definitiva e
con estrema chiarezza e, di fronte a dimostrate necessità
sanitarie, esteso, con altrettanta chiarezza, anche ai parchi
nazionali;
2) va introdotto nella legge n. 394 del 1991 il disposto
dell'articolo 10 della legge 11 febbraio 1992, n. 157, sulla
percentuale massima (30 per cento) da destinare alle zone
protette;
3) bisogna altresì riequilibrare i poteri degli enti di
gestione, trasformandone l'attuale carattere oligarchico in un
nuovo modello che sia maggiormente rappresentativo del
territorio.