XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 2210
Onorevoli Colleghi! - Nel 1992 l'allora Segretario
generale delle Nazioni Unite Boutros Ghali, del documento
denominato "Un'agenda per la Pace" osservava che, dopo il
crollo del muro di Berlino, siamo entrati in un'epoca
caratterizzata da tendenze contraddittorie.
Da un lato si assiste a livello planetario ad un continuo
progresso civile in molteplici campi quali la
democratizzazione, la collaborazione sovranazionale, il
rispetto dei diritti umani, il progresso economico e sociale,
dall'altro si susseguono brutali conflitti etnici, religiosi,
sociali e culturali.
Dal 1990 alla fine del 1999 ci sono stati 118 conflitti
armati a livello mondiale che hanno coinvolto 80 Stati e che
hanno causato la morte di circa 6 milioni di persone (Smith
D.: "Trends and causes of armed conflicts" in AA.VV.
"The Berghof Handbook for Conflict Transformation" Berghof
Research Center for Constructive Conflict Management).
E di fronte alla brutalità della guerra Boutros Ghali
concludeva che "il più auspicabile ed efficace impegno della
diplomazia è quello volto ad attenuare le tensioni prima che
sfocino in un conflitto o, se scoppia il conflitto, l'agire
rapidamente per contenerlo e per risolvere le cause che ne
sono alla base" (Rapporto del Segretario generale: "Un'agenda
per la Pace" A/47/277 - S/24111, del 1992).
Il ruolo fondamentale della prevenzione è stato ribadito
anche dall'attuale Segretario generale delle Nazioni Unite
Kofi Annan il quale rileva che "la più dispendiosa delle
politiche di prevenzione è comunque più economica, in termini
di vite e risorse, del meno costoso degli interventi"
sottolineando che i conflitti avvenuti negli anni novanta sono
costati alla comunità internazionale 230 miliardi di dollari e
migliaia di vite umane (Kofi Annan: "Elogio della Prevenzione"
The Economist, traduzione in "Internazionale" n. 316-7
del 13 gennaio 2000).
Una politica di prevenzione richiede però "una conoscenza
tempestiva e accurata dei fatti".
E' dunque essenziale la costituzione di "un sistema di
preallarme fondato sulla raccolta di informazioni e su
richieste informali o formali" (Boutros Ghali: "Un'agenda per
la Pace").
Anche quando le crisi sfociano in conflitti aperti
esistono mezzi e strumenti di carattere giuridico, politico,
economico e di intervento civile e militare che possono
condurre ad una soluzione pacifica del conflitto.
L'individuazione e il dispiegamento di tali risorse
richiede tuttavia del tempo, e il tempo è proprio il fattore
che manca in tali situazioni. Più infatti gli interventi sono
tardivi e meno sono efficaci.
Di qui l'importanza di avere a disposizione, in tali
circostanze, analisi sulle aree di conflitto e proposte di
intervento che, tenuto conto dei possibili scenari, permettano
di bloccare l'escalation del conflitto e di
risolverlo.
Il "cessate il fuoco" non produce automaticamente
situazioni di pace. Sono necessarie molteplici misure volte a
ristabilire la fiducia, il dialogo e a permettere la
ricostruzione del tessuto economico e sociale per evitare la
riproposizione delle dispute (cosiddetta: "Prevenzione
post-conflitto").
Prescindendo dalla forma più eclatante di violenza, ossia
il conflitto armato, va riconosciuto che esistono forme di
violenza strutturale che violano i diritti fondamentali delle
persone e la stabilità delle comunità umane.
Risulta pertanto necessario lo studio delle precondizioni
per la pace, vale a dire tutti quei processi e quelle
politiche che favoriscono l'instaurazione di sistemi e modelli
politici, sociali ed economici più giusti e pacifici.
Diversi governi sia nazionali che locali hanno creato già
da alcuni decenni istituti di ricerca per la pace, finanziati
dallo Stato direttamente o indirettamente, per indagare in
modo scientifico e con continuità le complesse problematiche
in precedenza menzionate.
L'attività di tali istituti ha consentito di ampliare
notevolmente, sotto vari aspetti, la conoscenza dei meccanismi
e dei fattori che permettono la costruzione di ordini di
pace.
Dan Smith, direttore dell'Istituto di ricerca per la pace
di Oslo, uno dei più autorevoli istituti fondato nel 1959,
esprimendo le proprie valutazioni sull'attività svolta da tali
istituti afferma: "Credo che ora si abbia una migliore
comprensione di come i conflitti evolvono, di come le loro
diverse cause interagiscono l'una con l'altra, dei rapporti
tra ingiustizia e conflitto violento (...) delle dinamiche
della corsa agli armamenti e del funzionamento del complesso
industriale militare. Ritengo che le ricerche per la pace
abbiano reso anche notevoli contributi alla comprensione degli
accordi che seguono ad un conflitto" (AA.VV. "Gli istituti e i
centri internazionali di ricerca per la pace" MIR - Beati i
costruttori di pace - Padova 1999).
E' dunque giunto il momento che anche l'Italia colmi il
ritardo che in questo campo sconta rispetto a molti Paesi
europei. La costituzione di un Istituto internazionale di
ricerca per la pace consentirà di fornire, attraverso i
risultati dell'attività di ricerca, importanti contributi
per:
la politica estera del nostro Paese;
la definizione di una politica estera di sicurezza
comune (PESC) nell'ambito dell'Unione europea e in generale
per il continente europeo;
l'individuazione di risposte ai pressanti e drammatici
problemi che la comunità internazionale deve affrontare.
Con la creazione di un Istituto internazionale di ricerca
per la pace l'Italia, inoltre, ottempera agli impegni di
promozione della pace assunti in diverse sedi internazionali e
in particolare in sede ONU.
Infatti l'Assemblea generale delle Nazioni Unite,
constatando la proliferazione della violenza e dei conflitti
in varie parti del mondo, con la risoluzione 52/15 del 20
novembre 1997 ha proclamato l'anno 2000 come "anno
internazionale per la cultura di pace" e con la risoluzione
53/25, del 10 novembre 1998 il periodo 2001-2010 come la
decade internazionale per una cultura di pace e non violenza
per i bambini del mondo.
Inoltre con la risoluzione 53/243 del 13 settembre 1999 ha
adottato una dichiarazione e un programma di azione sulla
cultura di pace.
Anche il dettato costituzionale, che afferma il ripudio
della guerra come soluzione dei conflitti (articolo 11 della
Costituzione), attraverso l'attività di tale Istituto, troverà
una sua concreta attuazione.
Pur godendo di stabili finanziamenti pubblici, l'Istituto
è creato con forma giuridica e struttura organizzativa tali da
garantire la sua piena autonomia intellettuale e operativa;
premesse indispensabili per una seria attività scientifica.
Le finalità prevalenti, ma non esaustive dell'Istituto, la
cui istituzione costituisce oggetto della presente proposta di
legge, sono di due tipi:
una ricerca di base sulle problematiche della guerra e
della pace;
una ricerca finalizzata alla individuazione precoce e
alla risoluzione non violenta dei conflitti.
L'Istituto, inoltre, si caratterizza per:
un permanente collegamento internazionale. Tale
principio si traduce in una composizione multinazionale del
suo comitato scientifico, degli altri organi operativi e dello
staff dei ricercatori e in un'ampia e fattiva
collaborazione con analoghi istituti esteri;
un impegno volto alla pubblicizzazione dei risultati
dell'attività di ricerca e di studio, alla divulgazione della
cultura della pace e di risoluzione non violenta dei
conflitti, alla formazione di giovani ricercatori e del
personale civile e militare impegnato in missioni di pace
promosse dalle Nazioni Unite alle quali il nostro Paese con
sempre maggiore frequenza è chiamato a partecipare;
una convinta apertura alla società civile per sviluppare
con le sue diverse componenti progetti comuni di ricerca ed
educativi.
La città di Perugia, con una lunga tradizione di
attenzione alla cultura della pace, grazie anche all'opera di
figure storiche importantissime quali San Francesco e in tempi
più recenti Aldo Capitini, ed ospitante la tradizionale marcia
per la pace, appare il luogo più adatto ad ospitare
l'Istituto.