XIV LEGISLATURA
RELAZIONE - N. 2144-A-bis
Onorevoli Colleghi! - Nella XIII legislatura si è dato
corso ad una vasta, significativa ed organica riforma fiscale.
Si è innanzitutto rinnovata e modernizzata l'amministrazione
finanziaria, utilizzando le nuove tecnologie in modo
massiccio, realizzando nel settore dell'informatica, della
telematica e della comunicazione soluzioni di avanguardia che
hanno ottenuto importanti riconoscimenti a livello
internazionale.
Si è trasformata l'amministrazione finanziaria dapprima
con una imponente opera di riqualificazione del personale e
poi realizzando quattro Agenzie (Entrate, Demanio, Territorio
e Dogane) con una valorizzazione della professionalità dei
dirigenti e dei lavoratori, ottenendo importanti risultati in
termini di efficienza e di efficacia.
Con l'approvazione dello Statuto del contribuente, ed in
particolare con la generalizzazione dell'interpello, si è
radicalmente trasformato quello che era un rapporto di
antagonismo tra Stato e cittadino in una reciproca e proficua
collaborazione.
La valorizzazione ed il coinvolgimento delle diverse
categorie di intermediari ed in particolare la crescente
diffusione dei CAF hanno consentito di liberare
nell'amministrazione finanziaria energie che sono state
utilizzate per le azioni di contrasto all'evasione fiscale e
per limitare l'elusione fiscale.
Si è proceduto, dopo molti anni, a realizzare una organica
riforma della Guardia di Finanza finalizzata a valorizzare la
preparazione e l'impegno di ufficiali, sottufficiali e
finanzieri e ad un potenziamento del Corpo, il cui risultato è
stata il raggiungimento di importanti traguardi, con adeguate
azioni di intelligence nella lotta alla criminalità
organizzata, al contrabbando, al fenomeno del riciclaggio,
nella lotta alla evasione e fiscale ed alla immigrazione
clandestina.
La trasformazione dell'amministrazione finanziaria, la
semplificazione delle procedure, l'attuazione delle deleghe,
hanno consentito all'Italia di entrare a pieno titolo in
Europa e rimanerci, contribuendo a realizzare l'Euro ed
avviando, nello stesso tempo, un processo di risanamento dei
conti pubblici, nel rispetto dei parametri di Maastricht.
Si è così resa possibile, negli ultimi anni, una
progressiva riduzione delle tasse favorendo in modo
prioritario le famiglie e le piccole imprese, senza trascurare
il settore dell'agricoltura.
Una intelligente e mirata politica fiscale ha favorito la
crescita delle imprese ottenendo con opportuni e selezionati
crediti di imposta uno sviluppo economico che per la prima
volta ha consentito di ridurre le distanze tra nord e sud,
realizzando risultati significativi con un aumento
dell'occupazione a tempo indeterminato.
La ferma, responsabile ed organica politica fiscale
condotta nella XIII legislatura ha creato le premesse per
ulteriori e progressive riduzioni delle tasse nel 2002, 2003 e
2004 senza compromettere lo stato sociale (era stato possibile
eliminare il ticket sui farmaci ed impostare l'eliminazione di
quello sulla diagnostica), alleviando, al tempo stesso, la
pressione fiscale sul sistema delle imprese e del lavoro
autonomo (in particolare artigianato, commercio e servizi).
Si era programmata anche la realizzazione di appositi
codici ove riordinare tutta la produzione legislativa nel
campo fiscale.
Era stato avviato un processo di decentramento e
federalismo fiscale senza che si determinassero processi di
duplicazione impositiva. Si erano, infine, elaborate
interessanti soluzioni agevolative a sostegno della famiglia e
delle fasce più povere, aggredendo, ed in parte risolvendo, il
fenomeno degli incapienti.
Tutto questo organico processo di riforma è ora, nella XIV
legislatura, compromesso dalle proposte di riforma del Governo
Berlusconi.
Sono state cancellate in un delirio iconoclasta le riforme
della XIII legislatura. In particolare, accanto alla
incredibile eliminazione della tassa di successione per i
settori più ricchi del paese, nella XIV legislatura il Governo
Berlusconi ha reintrodotto i ticket, ha generalizzato la
diffusione di addizionali a livello regionale e comunale, ha
abbassato le soglie di tutela nella sanità, ha bloccato la
diminuzione delle aliquote IRPEF, ha sospeso la riduzione del
fiscal drag, ha rinviato le previste riduzioni dell'IRAP
e dell'IRPEG, ha bloccato le riforme nel settore
dell'agricoltura, ha abbassato la guardia nella lotta
all'evasione fiscale che sta raggiungendo livelli
assolutamente insopportabili.
Il Governo, con provvedimenti incauti ed inadeguati
(Tremonti-bis con la sospensione della DIT, eliminazione
della punibilità del falso in bilancio, rientro dei capitali
illeciti con il cosiddetto scudo fiscale, fallimento dei
provvedimenti sulla emersione), sta determinando le condizioni
per una pericolosa crisi del bilancio dello Stato. A ciò si
accompagna un pericoloso abbassamento della soglia della
legalità che porta a proteggere chi ha commesso degli illeciti
e a ridurre i diritti di chi lavora. Ed a questo si somma una
sgangherata, confusa e contraddittoria strategia legislativa
con il ricorso ad un uso esagerato dello strumento della
delega e con uno stravolgimento della decretazione
d'urgenza.
In questo scenario preoccupante ed allarmante sulla tenuta
dei conti pubblici e della coesione sociale, si colloca la
proposta di delega per una nuova riforma fiscale.
I motivi che ci portano a respingere la proposta di legge
del Governo ed a proporre un testo alternativo si sintetizzano
nelle osservazioni che qui di seguito vengono sviluppate.
Sul piano formale il disegno di legge presentato dal
Governo non può essere definito una delega per la estrema
inadeguatezza delle misure in esso contenute e per l'assenza
di limiti e di criteri precisi sulle modalità ed i tempi di
attuazione.
Il provvedimento si caratterizza per una impostazione
pericolosa in termini di impatto sociale: la prevedibile
perdita di gettito determina le condizioni per un arretramento
dell'intervento dello Stato nei servizi e nell'assistenza,
mentre gli effetti redistributivi vanno a beneficio dei
redditi più elevati ed a svantaggio dei ceti medi.
Il Governo non ha fornito i necessari chiarimenti rispetto
alle carenze di quantificazione e di copertura rilevate dagli
uffici tecnici della Commissione bilancio della Camera.
Al fine di supportare la verifica degli effetti finanziari
dell'intervento ad esempio sulla curva dell'IRPEF con i
necessari strumenti informativi, il Governo avrebbe dovuto
chiarire la soglia di reddito di esclusione dalla tassazione,
il novero delle spese attualmente oggetto di agevolazione
fiscale considerate nell'ambito della rimodulazione delle
deduzioni, la soglia di reddito oltre la quale non si avrebbe
più diritto alle deduzioni, il mantenimento o meno della
differenziazione del regime di deduzioni tra lavoratori
dipendenti e autonomi. E poiché le minori entrate derivanti
dalla progressiva attuazione della riforma troverebbero
copertura nell'ambito delle manovre annuali di finanza
pubblica, in quella sede sarà necessario fare ricorso a forme
di copertura tradizionali (come le riduzioni di autorizzazioni
di spesa o l'incremento delle entrate rispetto agli andamenti
tendenziali), le quali potrebbero determinare una riduzione
del reddito disponibile per gli operatori economici
destinatari della disciplina. In sostanza, il Governo ha
inteso utilizzare, nella quantificazione degli oneri, il
calcolo di effetti indiretti statici: la portata di questi
ultimi andrebbe valutata anche in relazione alle eventuali
misure restrittive da adottare a copertura dell'intervento
espansivo; in tal senso sarebbe stato necessario operare
un'analisi di tutti i possibili effetti indiretti recati dalle
misure in esame, formulando ipotesi coerenti circa i
comportamenti degli operatori e tenendo conto delle relative
interrelazioni. Il Governo non dà alcuna risposta ai puntuali
rilievi formulati nell'indagine conoscitiva e nel dibattito in
Commissione in ordine alla diminuzione dell'aliquota sui
proventi di alcuni redditi finanziari, nonché
sull'eliminazione dell'IRAP.
Esistono forti perplessità sull'impostazione individuata
dal Governo per predisporre la copertura finanziaria del
provvedimento con riferimento alla modulazione della fase
attuativa in una serie di decreti legislativi sottoposti al
vincolo dell'invarianza dei saldi, con la possibilità di un
intervento successivo del ministro dell'economia al fine di
variare le aliquote delle imposte in caso di eccessiva
onerosità della riforma. Con riferimento al riordino
dell'imposizione personale, il Governo ha introdotto una sorta
di percorso legislativo parallelo, che rimette alla decisione
annuale di finanza pubblica il compito di creare lo spazio
finanziario necessario per raggiungere progressivamente
l'obiettivo della riduzione delle aliquote e degli scaglioni.
Il meccanismo individuato dal disegno di legge evidenzia
profili problematici connessi alla successione nel tempo
dell'entrata in vigore dei decreti legislativi e delle leggi
finanziarie destinate a individuare il margine di attuazione
della riforma; quest'ultima, tuttavia, dovrebbe essere libera
di determinare i profili quantitativi della riforma
avvalendosi dell'intera gamma delle opzioni disponibili, a
partire dalla stessa decisione di non destinare all'attuazione
della riforma alcuna risorsa in relazione ad un determinato
periodo. Poiché in questi termini i decreti legislativi
destinati a dare attuazione alla presente delega non
potrebbero offrire alcuna effettiva garanzia di neutralità
finanziaria, soprattutto in considerazione dello spazio
estremamente variabile dei possibili effetti di perdita di
gettito, anche per questa ragione non è possibile definire il
disegno di legge in esame come un provvedimento di delega: si
tratta piuttosto di una normativa programmatica, con finalità
prevalentemente propagandistiche, la quale rischia però di
stravolgere i principi costituzionali in materia di copertura,
di limitazione della funzione legislativa delegata e di
riserva di legge.
Tutti i centri di ricerca e gli studiosi interpellati
dalla Commissione finanze hanno evidenziato che la riforma
dell'IRPEF prevista dall'A.C. 2144 determinerà un effetto
redistributivo alla rovescia in conseguenza della drastica
riduzione delle aliquote e degli scaglioni che, sulla base
delle simulazioni prodotte, comporterà la redistribuzione del
60-75 per cento dei vantaggi all'ultimo decile della
popolazione più ricca; inoltre l'aliquota del 23 per cento
fino a 200 milioni e quella del 33 per cento oltre tale
limite, rendono l'IRPEF un'imposta non progressiva, né le
deduzioni riusciranno a correggere tale elemento strutturale
della curva ed ottenere la progressività dell'imposta: la
riforma appare così orientata a introdurre innovazioni fiscali
per i contribuenti più ricchi e più poveri (con l'esclusione
dei contribuenti incapienti per i quali nulla viene previsto),
senza prendere in considerazione la fascia media, tra i 30 ed
i 60 milioni di reddito, che rappresenta la quota più
consistente di famiglie e di imprese. La delega non precisa se
viene o meno confermata la specificità delle detrazioni (o
deduzioni) per i lavoratori dipendenti ed i pensionati. Non
viene prevista la necessità di ridurre il cuneo fiscale dei
redditi da lavoro subordinato dando la priorità al lavoro
dequalificato. Si modifica negativamente la disciplina dei
redditi derivanti da rapporti di collaborazione coordinata e
continuativa includendoli nell'ambito del lavoro autonomo e
non si dà la dovuta priorità ai fondi pensione
contrattuali.
In alcune norme, quali quelle che prevedono la graduale
eliminazione dell'imposta regionale sulle attività produttive
(IRAP), si determina una manifesta violazione delle autonomie
costituzionalmente protette di regioni, enti locali e
territoriali, con il rischio di recare grave pregiudizio al
Servizio Sanitario Nazionale, finanziato con il gettito di
tale imposta, sia in termini di universalità della prestazione
che di qualità del servizio; inoltre viene così erosa la base
imponibile delle compartecipazioni ai tributi erariali a
favore delle autonomie locali.
In generale, prevedere che le minori entrate derivanti
dalla progressiva attuazione della riforma dell'IRPEF trovino
copertura nell'ambito delle manovre annuali di finanza
pubblica ovvero che gli effetti indiretti della riforma stessa
sui tassi di sviluppo possano compensare la perdita di gettito
conseguente alla riforma, rischia di introdurre vincoli
stringenti al bilancio e ulteriori elementi di rigidità,
nonché di ridurre in misura insostenibile le risorse destinate
alla spesa sociale, reddito minimo d'inserimento e tutela
delle persone disabili, e quelle destinate a previdenza,
sanità, formazione e ricerca.
Dal complesso delle audizioni svolte in Commissione e dal
dibattito in corso nel paese, è emerso un atteggiamento di
freddezza nei confronti della proposta di riforma del sistema
fiscale del Governo nel momento in cui si è passati da
dichiarazioni generali a questioni di dettaglio (priorità,
coperture, tempi di applicazione, ecc...). Anche alcuni
apprezzamenti, come quelli espressi dalla Confindustria, sono
apparsi pesantemente subordinati al reale effetto di riduzione
della tassazione sulle imprese. Ci si deve chiedere a cosa
serva una riforma che consideriamo per alcuni versi come una
esercitazione mediatica e per altri come uno strumento che a
regime rischia di incidere pesantemente sullo stato sociale,
una riforma che consideriamo vecchia e datata, perché tale è
l'impostazione ideologica che vede il contribuente in una
posizione isolata senza alcun rapporto con la pubblica
amministrazione; un atteggiamento rimarcato dalla totale
assenza nel testo di qualsiasi riferimento al ruolo
dell'amministrazione finanziaria, riorganizzata nel corso
degli ultimi anni proprio nell'ottica della centralità del
rapporto con i contribuenti.
Quanto ai redditi da capitale e alle imposte sulle
società, l'articolo 4 della riforma risulta il più dettagliato
ed accurato tanto nella forma quanto nei presupposti teorici,
configurandosi come un modello più o meno condivisibile, ma
compiuto. Un modello il cui presupposto è la "neutralità" di
tutto ciò che avviene nell'ambito dell'attività di impresa,
giacchè la tassazione interviene solo nella fase in cui si
manifesta all'esterno il reddito delle società.
La previsione di uniformare la tassazione dei redditi di
natura finanziaria con un'imposta del 12,5 per cento spinge a
immaginare l'Italia come un possibile paradiso fiscale,
configurando una manovra a vantaggio delle grandi holding
finanziarie e a detrimento del comparto produttivo del
paese.
Tutti i soggetti auditi dalla Commissione hanno auspicato
il mantenimento della DIT, il cui obiettivo era quello di
favorire la capitalizzazione e la patrimonializzazione delle
imprese.
Per quanto riguarda l'IRAP, si verifica una confusione
totale tra le affermazioni, secondo le quali si sarebbe di
fronte ad una graduale e progressiva abolizione dell'imposta
ed i fatti, così come si evincono dalla relazione tecnica
inviata dal Governo in base alla quale solo il primo
intervento, in materia di parziale deducibilità del costo del
lavoro comporterebbe, secondo stime prudenziali, una perdita
di gettito di circa 4.400 miliardi di lire.
Nel riprendere il tema delle deleghe affrontato nel corso
del dibattito in sede consultiva, pur ritenendo impossibile
immaginare una soluzione diversa su materie particolarmente
complesse come quella fiscale, va sottolineata l'esigenza, per
certi versi rilevata dalla stesso Presidente della Camera, di
richiamare il Governo ad una razionalizzazione della
produzione normativa. Il Governo, nonostante l'ampia
maggioranza parlamentare, procede invece in modo così confuso,
disarticolato e contraddittorio da rendere necessari ripetute
correzioni ai decreti-legge convertiti ed interventi
disorganici portati avanti in diversi provvedimenti senza
alcuna attenzione all'omogeneità di materia.
E' poi censurabile la totale mancanza di attenzione del
disegno di legge di riforma fiscale alle modifiche
costituzionali intervenute. Va stigmatizzato come la delega in
esame sia stata elaborata per la prima volta senza il
coinvolgimento della Conferenza Stato-regioni ignorando che il
provvedimento incide sui tributi della finanza locale con
conseguenze maggiori sui bilanci delle regioni ma non
indifferenti anche su quelli delle province e dei comuni. E'
un errore privare le autonomie locali di fonti di entrata
senza prevedere contestualmente soluzioni alternative, con il
rischio che si configuri un vero e proprio attentato
all'autonomia impositiva e finanziaria delle stesse.
La trasformazione delle detrazioni in deduzioni (che
presumibilmente verranno prevalentemente orientate a favore
delle famiglie e a decrescere sui redditi più elevati)
comporterà un abbattimento delle basi imponibili che,
considerata la platea dei contribuenti IRPEF che vede una
concentrazione nelle aree metropolitane e nel nord dei redditi
più alti, rischia di incidere maggiormente sull'imponibile
delle regioni meridionali che potrebbero essere costrette a
prevedere un'addizionale maggiore a quella attuale.
Il previsto intervento per eliminare l'IRAP, imposta
fondamentale per la politica economica e finanziaria delle
regioni, oltre a contrastare con l'impianto dell'articolo 119
della Costituzione, reintroduce surrettiziamente lo strumento
dei trasferimenti per la cui eliminazione ci si è tanto
battuti in passato, con una contraddizione evidente tra il
preannunciato decentramento del prelievo fiscale e tributario
e la logica di centralizzazione che caratterizza tanti
provvedimenti del Governo Berlusconi.
Nel corso del dibattito è auspicabile vengano forniti
chiarimenti in merito alla de-tax; esprimiamo, invece,
una forte propensione nei confronti della Tobin-tax
intelligentemente applicata di recente in Francia.
Il testo alternativo proposto attiene a tre diversi ordini
di problemi, legati alla natura, alla tempistica e alla
indeterminatezza del provvedimento.
Quanto alla sua natura, il provvedimento, definito come un
disegno di legge ordinamentale, se così è stato concepito, ha
visto poi modificate le proprie caratteristiche, come
dimostrano taluni elementi contenuti tanto nel provvedimento
quanto nella relazione tecnica presentata. Nella logica
dell'introduzione di contenuti specifici, il testo alternativo
prevede che il Governo si faccia carico, in sede di bilancio
dello Stato: a) di ridurre la pressione fiscale complessiva in
modo da evitare in ogni caso che aumenti l'incidenza fiscale
del settore pubblico allargato; b) di stabilire che
dall'applicazione della legge non derivino oneri aggiuntivi
per lo Stato; c) di impegnare il Governo a presentare entro il
30 giugno di ogni anno una relazione sullo stato di attuazione
del programma.
Nell'ambito della definizione dei tempi di attuazione
della riforma si propone che la sua applicazione avvenga a
cominciare dalle piccole e medie imprese e dai redditi
medio-bassi e con riferimento ai redditi prodotti nel 2003.
A causa della assoluta indeterminatezza delle previsioni
in materia di deduzioni e della indulgenza verso i redditi
alti a danno della consistente fascia dei redditi medi
compresi tra i 25 ed i 50 milioni, del vuoto di proposta per i
redditi più bassi ed i cosiddetti incapienti, il testo
alternativo si propone una esatta definizione della quota
esente definendo il campo di applicazione delle deduzioni che
dovranno essere rivolte, da un lato a perseguire una sorta di
giustizia intrinseca (a favore delle famiglie con minori o
portatori di handicap) e, dall'altro, a favorire
l'emersione di gettito (interventi per la manutenzione della
casa e per i collaboratori familiari).
A parte i probabili profili di incostituzionalità, è
pericolosissimo trasformare gli studi di settore in un
meccanismo forfettario suscettibile di determinare una
penalizzazione dei contribuenti e è apertura di possibili
spazi di evasione.
Il testo alternativo tiene conto dei cosiddetti
incapienti. Nell'osservare come tutti concordino nel
riconoscimento di un'area non imponibile, ci si chiede perchè
il Governo non entri nel merito della definizione di una
soglia di povertà. Il testo alternativo contiene un margine di
elasticità dando al Governo la possibilità di individuare
aliquote intermedie in modo da ripartire i benefici della
riforma sulle categorie di contribuenti più penalizzate e
sugli incapienti.
Questo testo alternativo, inoltre, si configura come una
riforma dell'imposta sulle persone fisiche speculare ed
antitetica rispetto a quella proposta dal Governo, che
comporta il rischio di effetti redistributivi visibilmente
iniqui, spostando invece il carico redistributivo sui meno
abbienti con l'introduzione del concetto di imposta negativa.
La proposta alternativa è basata sulla clausola di
salvaguardia per contrastare il disegno di legge di delega
governativo che non interviene a vantaggio delle situazioni di
maggiore bisogno, lasciando inalterata la situazione dei ceti
medi, configurandosi cosi come un significativo vantaggio per
i soli redditi elevati.
In particolare il principio di progressività, reintrodotto
dal relatore, si configura come una sostanziale finzione
normativa giacchè il medesimo principio viene di fatto meno
con l'introduzione di un'aliquota sostanzialmente unica e
l'individuazione di deduzioni che, comunque articolate, non
potranno che incidere minimamente sulle situazioni di povertà
e sui redditi medi, configurando al contrario guadagni
significativi per i redditi più elevati. Insomma, con la
proposta alternativa si vuole contrastare la massiccia
redistribuzione del reddito a favore dei più ricchi a fronte
della necessità, al contrario, di prevedere i meccanismi di
imposta negativa.
Anche in materia di imposta sul reddito delle società, il
testo alternativo intende, rispetto alla riforma proposta dal
Governo, individuare, come nel caso dell'imposta sulle persone
fisiche, una diversa platea di beneficiari. In particolare, il
tema della tassazione per i gruppi va affrontato in modo più
trasparente e rigoroso per evitare il pericolo della
finanziarizzazione insito nella formulazione proposta dal
Governo. La proposta alternativa è inoltre finalizzata a
portare a regime in tempi rapidi la DIT, l'abbandono della
quale è segnalato anche in una ricerca della Banca d'Italia
come un vantaggio solo per la parte meno dinamica
dell'economia del paese.
Il testo alternativo che si propone modifica
sostanzialmente il testo licenziato in sede referente dalla VI
Commissione, in particolare all'articolo 1 (riforma del
sistema fiscale statale), all'articolo 2 (codificazione),
all'articolo 3 (imposta sul reddito), all'articolo 4 (imposta
sul reddito delle società), all'articolo 5 (imposta sul valore
aggiunto), all'articolo 8 (riforma dell'IRAP), all'articolo 9
(attuazione e copertura finanziaria), aggiunge due articoli:
il 6 (imposizione forfettaria sul reddito delle navi); il 7
(istituzione di un'imposta sulle transazioni valutarie). Con
riferimento all'articolo 10, si segnala, infine, come esso sia
stato adeguatamente corretto dalla VI Commissione anche alla
luce delle condizioni formulate dal parere della Commissione
bilancio. Da ultimo, preannuncio la richiesta di porre in
votazione il testo alternativo, ai sensi dell'articolo 87,
comma 1 bis del regolamento.
Giorgio BENVENUTO,
Relatore di minoranza.