XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 2081




        Onorevoli Colleghi! - Il problema del finanziamento delle forze politiche, dopo il referendum che ha abolito l'antico finanziamento dei partiti, è un problema che non può più essere trascurato.
        La politica costa, e se un Paese vuole rimanere in democrazia la deve finanziare, altrimenti questa diventerà monopolio di chi lo può fare, ma certo non disinteressatamente.
        Il vecchio finanziamento dei partiti era una finzione, meno di cento miliardi di lire ufficiali, per mascherare tutte le altre tasse occulte che "Tangentopoli" ha imposto al Paese per migliaia e migliaia di miliardi all'anno.
        Il costo della politica è molto più elevato di quei cento miliardi annuali come si evince da un confronto con la realtà europea dove gli stanziamenti sono in genere in un ordine di grandezza maggiore.
        In attesa di preparare una legge organica che razionalizzi il finanziamento pubblico della politica è necessario, per ragioni di equità, invogliare e favorire il finanziamento volontario da parte dei simpatizzanti e dei militanti, proseguendo sulla strada già intrapresa dal legislatore negli scorsi anni.
        Se, infatti, non si provvedesse, in tal senso, in tempi ragionevoli, a poter disporre di risorse sarebbero solo gli eredi della vecchia partitocrazia che, se è quasi scomparsa dalla scena politica come forza numerica, pesa ancora e peserà ancora per molto tempo, forse secoli, come potenza economica, visti i patrimoni accumulati ed intonsi nonostante la bufera giudiziaria.
        Se non si provvedesse in tempo non sarebbe il nuovo ad avere la possibilità di rendersi noto e di operare, ma il vecchio.
        Su questa strada qualcuno sta già operando, con gravissimi oneri personali.
        E' ormai infatti invalso l'uso, da parte dei parlamentari e dei consiglieri regionali, di contribuire in forma concreta al finanziamento del proprio partito. La consuetudine è nata appunto dal fatto prima ricordato, che il finanziamento pubblico annuale dei partiti è stato abolito.
        L'entità di questi contributi personali può essere rappresentata da una percentuale molto forte dell'indennità. Da questa situazione, sortisce una sorta di moltiplicatore per l'aliquota reale applicata sull'emolumento residuale. La situazione diventa poi palesemente scorretta quando il parlamentare possiede altri redditi su cui finisce di gravare, ai fini dell'IRPEF, una aliquota marginale molto pesante.
        Quando esisteva il finanziamento pubblico dei partiti, il contributo che il parlamentare offriva era assolutamente volontario, ma oggi, nella nuova situazione sopra illustrata, questa contribuzione è moralmente dovuta, ed essa surroga una spesa che altrimenti graverebbe totalmente sulle casse dello Stato, e che, in difetto, creerebbe un notevole deficit democratico a favore delle vecchie forze condannate, aborrite, non votate, ma ricche; ci sembra quindi corretto rivedere la deducibilità di tale contributo ai fini dell'IRPEF.
        In attesa che sia rivista l'interpretazione del secondo comma dell'articolo 53 della Costituzione, si propone che contributi non superiori al 40 per cento dell'indennità parlamentare o dei consiglieri regionali siano, su base annua, deducibili dal reddito imponibile, mediante diretta indicazione, da parte dell'ente erogante, come partita negativa, nel modello consegnato, ai fini della dichiarazione dei redditi, al parlamentare stesso.
        A questo fine le suddette contribuzioni vengono versate direttamente ai partiti dall'ente erogante su delega del singolo parlamentare e, quindi, in concomitanza con il pagamento dell'indennità.
        Per quanto riguarda i contributi volontari dei cittadini, analoga deducibilità ai fini dell'IRPEF pare assolutamente necessaria.
        Il costo di questa proposta si ritiene di imputarlo al fondo speciale di parte corrente, salva la possibilità di ricercare altre forme di copertura nel corso dell'esame parlamentare.




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