XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 2079




        Onorevoli Colleghi! - L'industria degli alimenti per animali domestici (pet food), pur disponendo di tutte le pre-condizioni per il suo sviluppo (mercato in crescita, abbondanza di materie prime, imprese di ogni dimensione finanziariamente sane), risulta disporre ancora di modeste strutture produttive rispetto agli altri Paesi europei. La naturale conseguenza di ciò è che la bilancia dei pagamenti del settore risulta essere fortemente deficitaria, nonostante tale tipo di industria comporti importanti benefìci.
        Infatti:

            a) il maggior ricorso alle preparazioni industriali di cibi per cani e gatti ridurrebbe l'impiego di derrate alimentari (soprattutto carni) che, in tal modo, non verrebbero sottratte al consumo umano con un conseguente beneficio sul deficit della bilancia agroalimentare;

            b) l'industria del pet food utilizza per lo più sottoprodotti della lavorazione di materie prime zootecniche, agricole ed ittiche, dando valore aggiunto a prodotti ed eccedenze non altrimenti utilizzabili;

            c) anche sotto il profilo ecologico il contributo dato dall'industria del pet food porta benefìci molto significativi. Sottoprodotti e scarti della macellazione, così come le eccedenze, provocano infatti problemi di smaltimento, gravissimi sotto il profilo sanitario, tecnico ed economico.

        Se la struttura produttiva nazionale potesse darsi dimensioni adeguate, sarebbe in grado di quintuplicare l'assorbimento di queste materie prime, praticamente azzerando o quasi il problema del loro smaltimento.
        Non dimentichiamo, inoltre, che il settore dei mangimi per animali familiari assorbe circa milleduecento addetti, mentre altri cinquemila operano nei vari settori ad esso correlati: trasporti, lavorazione dei cereali, distribuzione e commercio al dettaglio, mattatoi e lavorazione delle carni, industrie per la macinatura, pubblicità, acciaierie, macchinari, produttori di lattine e altre industrie di confezionamento, servizi professionali, magazzini per la conservazione di materie prime e prodotti finiti, industria ittica.
        In aggiunta, oltre alle industrie nazionali, anche i grandi gruppi multinazionali sarebbero interessati a produrre in Italia, a condizione che i consumi interni riprendano le tendenze di crescita del passato allineandosi così ai volumi dei maggiori Paesi europei. In tali condizioni è stato ipotizzato uno scenario di nuovi investimenti che determinerebbero la creazione di migliaia nuovi posti di lavoro diretti.
        E' pur vero che il mercato del pet food è ancora molto giovane in Italia ed è anche largamente sottodimensionato rispetto agli altri Paesi europei. A tale proposito citiamo, qui di seguito, alcune quote del mercato europeo: Francia 25,3 per cento, Regno Unito 23,9 per cento, Germania 18,9 per cento, Italia 7,1 per cento.
        Tenuto conto delle affinità socioeconomiche fra i Paesi indicati e dei dati sulla popolazione di animali familiari (in Italia circa 8.500.000 famiglie hanno almeno un animale in casa), gli esperti concordano nel ritenere che il mercato italiano del pet food abbia il potenziale per raddoppiarsi nel breve periodo e triplicarsi nel medio periodo.
        Questo ci appare, quindi, come uno scenario estremamente promettente, ma che, per realizzarsi concretamente e perché non rimanga allo stato potenziale, richiede la massima attenzione per attirare investimenti che sviluppino la produzione nazionale e soprattutto per evitare gravissimi errori negli interventi fiscali che ne rallentino o addirittura ne compromettano la crescita.
        La storia delle aliquote IVA (imposta sul valore aggiunto) in questo settore è la prova palese dei danni provocati da questi errori.
        Nel 1989 si è avuto un raddoppio dell'aliquota IVA dal 2 al 4 per cento, che ha rallentato il mercato al punto che furono necessari più di dieci mesi di investimenti proporzionali per fargli riprendere un ritmo di crescita adeguato.
        La stessa cosa non è stata invece possibile dopo l'ulteriore triplicazione dell'IVA dal 4 per cento al 12 per cento, avvenuta nel gennaio 1992 e poi ancora con l'aumento al 16 per cento nel dicembre 1993 e al 20 per cento nel settembre 1997. Da allora il mercato è entrato in fase di stagnazione, registrando incrementi dei consumi in termini reali vicini allo zero.
        Le naturali conseguenze sono state, oltre un rallentamento del mercato sino ad una quasi paralisi, una influenza negativa circa le aspettative delle imprese, che ne ha compresso gli investimenti, abbandonati a favore di insediamenti in altri Paesi, la stazionarietà sotto il profilo occupazionale e dell'indotto.
        A fronte di questi gravi effetti negativi, l'inasprimento fiscale ha prodotto risultati molto modesti per l'erario.
        Il gettito IVA è aumentato, ma è parallelamente diminuito il gettito dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche (IRPEG) poiché, per non correre eccessivi rischi sul mercato, le imprese hanno dovuto trasferire ai costi parte dell'aumento, anziché accollarlo alla distribuzione e quindi al consumatore finale, assumendosi rilevanti oneri impropri.
        Perciò, secondo le stime più attendibili, il risultato netto per l'erario - aumento dell'IVA meno diminuzione dell'IRPEG - è stato trascurabile.
        Non bisogna inoltre trascurare il fatto che l'aumento dell'IVA per i cibi preconfezionati per cani e gatti risulta essere un'assurda discriminazione sia sotto l'aspetto dell'equità sociale che di quello legislativo.
        Circa l'aspetto equitativo, poiché essere proprietari di animali domestici, a differenza di qualche decennio fa, non è più esclusiva prerogativa di ceti sociali medio-alti. Oggi cani e gatti fanno parte a pieno titolo di famiglie comprendenti tutte le classi sociali (una famiglia su due, in ogni fascia di reddito), per cui risulta ingiusta un'imposta che non appare basata sui caratteri di un'equa redistribuzione sociale. Il pet food è a tutti gli effetti un prodotto alimentare di base, un grande consumo popolare.
        Da un punto di vista legislativo, l'inasprimento configura invece una palese contraddizione.
        Innanzitutto, gli alimenti per cani e gatti rientrano nello stesso regime giuridico dei mangimi per animali da reddito previsto dalla legge 15 febbraio 1963, n. 281, e successive modificazioni.
        In secondo luogo, l'equiparazione normativa tra i diversi tipi di mangime trova puntuale riscontro anche agli effetti fiscali, sia in sede nazionale che comunitaria.
        Infatti, la normativa comunitaria indica, tra i beni suscettibili di essere assoggettati negli Stati membri ad aliquote IVA ridotte, i prodotti alimentari destinati al consumo animale, senza alcuna distinzione tra animali da reddito e animali da compagnia.
        A fronte di quanto sopra esposto, è sembrato opportuno, con la presente proposta di legge, richiedere l'immediato riallineamento dell'aliquota IVA degli alimenti per cani e gatti con quella tuttora vigente per i mangimi di tutti gli altri animali. Occorre intervenire rapidamente prima che le scelte di investimento dei principali attori rendano irreversibile la situazione.




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