XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 2019




        Onorevoli Colleghi! - L'amministrazione della giustizia in Italia presenta aspetti preoccupanti e contraddittori. Infatti, nonostante l'impegno della maggioranza dei magistrati, lo Stato non riesce ad adempiere pienamente a uno dei suoi compiti fondamentali che è quello di amministrare la giustizia in modo equo, imparziale, in tempi ragionevoli e nel pieno rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini.
        E' a tutti noto che la lentezza dei procedimenti civili e penali si è trasformata in denegata giustizia e troppe volte l'inefficienza dell'apparato giudiziario nello svolgere i propri compiti ha avuto tra i suoi effetti il prolungamento eccessivo di carcerazioni preventive, cui hanno fatto seguito sovente assoluzioni per non aver commesso il fatto.
        In tale contesto si è inserito il fenomeno della politicizzazione di parte della magistratura e della caratterizzazione di una corrente della stessa come un autentico soggetto politico che si propone di modificare il sistema politico e di trasformare radicalmente il sistema economico. Tale eccessiva politicizzazione di un settore della magistratura, specie di quella inquirente, è stata pubblicamente proclamata e confermata in numerosi convegni e congressi di associazioni di magistrati.
        La forte ideologizzazione e le gravi affermazioni fatte in quei convegni hanno generato ed anzi confermato il dubbio che alcune inchieste giudiziarie siano state finalizzate al perseguimento di precisi obiettivi politici come il sostegno ad alcuni partiti a danno di altri.
        Talune inchieste sulla mafia e quelle comunemente denominate di "Tangentopoli" hanno portato alla distruzione di alcune forze politiche di ispirazione democratica ed hanno risparmiato altri partiti. Ciò malgrado fosse notorio che tutte le forze politiche beneficiavano largamente di finanziamenti irregolari, provenienti da fonti italiane ed estere.
        Ed eloquente è stata la tempistica "ad orologeria" con cui sono scattati arresti ed inchieste per colpire esponenti e movimenti politici in momenti di particolare impegno o esposizione pubblica.
        Di regola dette iniziative giudiziarie erano accompagnate da fughe di notizie a favore di giornali sostenitori dei magistrati politicizzati.
        Si riportano, a titolo di esemplificazione alcuni casi:

            è stato clamoroso, in Lombardia, il caso di due assessori regionali democristiani arrestati alla vigilia della seduta nella quale si sarebbe formata la nuova giunta, molto probabilmente presieduta da uno dei due. Scarcerati dopo due-tre giorni, nel frattempo la giunta era "saltata" a favore di un'altra di colore opposto. I due assessori sono stati poi pienamente assolti;

            ad un senatore fu notificata un'informazione di garanzia all'uscita dal Duomo di Novara dove aveva partecipato ai funerali di un amico. Erano presenti la televisione ed un cronista de La Repubblica che dettero la notizia al telegiornale delle ore 19 e all'indomani su La Repubblica con grande evidenza. Il personaggio, indagato per un'ipotesi di corruzione inesistente, è stato poi prosciolto in istruttoria, ma è uscito dalla vicenda completamente distrutto ed ha dovuto abbandonare definitivamente l'attività politica;

            il caso più eclatante rimane, comunque, quello dell'invito a comparire notificato all'onorevole Berlusconi, previa comunicazione al Corriere della Sera nel momento in cui, in qualità di Capo del Governo del Paese ospitante, presiedeva la Conferenza dell' ONU sulla criminalità.

        La tempistica allora apparve tanto scoperta e strumentale da assumere anche le caratteristiche di una esplicita "provocazione": l'invito fu notificato proprio lo stesso giorno di un convegno internazionale.
        Soprattutto nel periodo più acuto di "Tangentopoli" è emersa la tendenza da parte di alcuni magistrati, talora a capo di importanti procure della Repubblica, a svolgere funzioni di supplenza nei confronti del Parlamento: vedasi la disponibilità dichiarata per "servizio di complemento" dal procuratore capo di Milano in vista di eventuali alti incarichi di governo.
        Questa dichiarazione è stata fatta mentre il Presidente della Repubblica si accingeva a conferire l'incarico a Berlusconi risultato vincitore nelle elezioni del 1994. In ripetute occasioni ci sono stati espliciti pronunciamenti di magistrati inquirenti contro regolari decisioni di Governi o del Parlamento. Questi pronunciamenti hanno costituito una alterazione della divisione dei poteri che costituisce uno degli elementi essenziali dello Stato di diritto.
        Il senatore del PDS Giovanni Pellegrino ha confermato detta sovraesposizione di alcune procure e l'uso politico dell'azione penale in interviste e pubblici dibattiti. Si riporta il virgolettato dei giornali: "è esistito un disegno strategico che aveva come obiettivo una posizione di primato istituzionale delle procure della Repubblica, quindi della magistratura inquirente".
        Pellegrino fa esempi molto chiari: "Borrelli è certamente in quel disegno e così Cordova. Borrelli che sceglie Di Pietro per il processo Cusani e lo usa per quello che rappresenta nell'immaginario collettivo. E così rispetto a questo disegno l'abbandono di Di Pietro diventa una diserzione".
        Un disegno che aveva scelto dei precisi nemici da colpire: "in primo luogo Craxi e Citaristi, persone diversissime tra loro ma entrambe immagini di un potere rappresentativo".
        E' evidente che non è ammissibile alcuna interferenza da parte di ristretti gruppi di magistrati nelle attività politiche. Il compito dei magistrati deve essere quello di amministrare la giustizia in modo imparziale, equo e celere.
        Tali comportamenti messi in atto, e per lungo tempo, da un ristretto ma influente gruppo di magistrati, richiedono un intervento del Parlamento, depositario della sovranità popolare, al fine di svolgere una inchiesta approfondita sull'uso politico della giustizia e di individuare gli eventuali correttivi normativi tali da rendere il "servizio giustizia" efficiente ed assolutamente imparziale e privo di ogni finalizzazione di tipo politico che non gli è proprio.
        Tutto questo deve essere fatto nel rigoroso rispetto dell'indipendenza della magistratura, che rappresenta un bene fondamentale da tutelare perché indispensabile a garantirne l'imparzialità. L'istituzione di questa Commissione serve a ribadire l'essenza dello Stato di diritto, della legalità repubblicana, del ruolo positivo svolto dalla maggioranza dei magistrati.
        La presente iniziativa legislativa pertanto è diretta a istituire una Commissione parlamentare di inchiesta che nel termine di un anno accerti:

            le disfunzioni che hanno eventualmente leso i diritti fondamentali dei cittadini garantiti dalla Costituzione;

            l'eventuale presenza all'interno dell'ordine giudiziario di orientamenti politico-ideologici e rapporti di interdipendenza con forze politiche parlamentari o extra parlamentari;

            l'eventuale influenza di motivazioni politiche sui comportamenti delle autorità giudiziarie;

            le conseguenti deviazioni della giustizia determinate dalla gestione politicamente mirata dell'esercizio dell'azione penale;

            l'effettività del principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale, e l'eventuale esistenza di un esercizio discrezionale e selettivo della funzione giudiziaria;

            gli eventuali tentativi di interferenza di magistrati, singoli o associati, con l'attività parlamentare e di Governo, in contrasto con il principio costituzionale della separazione dei poteri.

        La Commissione parlamentare di inchiesta nello svolgimento della propria indagine dovrà tenere presente il principio che nel nostro ordinamento democratico la sovranità appartiene al popolo e quindi anche l'amministrazione della giustizia deve essere esercitata nel rispetto assoluto di questo principio e mai contro una parte dei cittadini ed a favore di altri.




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