XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1963
Onorevoli Colleghi! - La sentenza sulla vicenda Porto
Marghera ripropone con forza la necessità che il problema dei
siti industriali a rischio nel nostro Paese venga affrontato
nella sua complessità in sede parlamentare e politica; da qui
l'esigenza della costituzione di una Commissione parlamentare
d'inchiesta che accerti le responsabilità e in maniera
propositiva elabori le soluzioni di natura legislativa e
normativa per la tutela della salute dei lavoratori e
dell'ambiente.
Purtroppo, per molti anni, queste necessità hanno
viaggiato in maniera parallela senza convergere, quasi che
l'una escludesse l'altra in nome del progresso e così si sono
realizzati impianti industriali dal rilevantissimo impatto
ambientale e dove sulla pericolosità delle lavorazioni per la
salute dei lavoratori non ci si era soffermati in modo
dovuto.
Basti pensare al CVM, cloruro di vinile monomero, e al PVC
o al PCB, policloruro di bifenile, al benzene, allo stirene,
tutte sostanze altamente tossiche e cancerogene, che hanno
provocato malattie croniche e in molti casi hanno portato alla
morte molti lavoratori e anche gli abitanti residenti in
prossimità degli impianti industriali.
Già dallo studio "Ambiente e salute in Italia" del 1997,
coordinato dal Centro europeo Ambiente e Salute di Roma
dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) nelle aree ad
elevato rischio di crisi ambientale, basandosi su dati di
mortalità compresi nel periodo 1980-1987, si rileva un
generale aumento della mortalità e del rischio d'insorgenza di
alcune specifiche patologie tumorali e se ne attribuisce la
causa alle condizioni ambientali e lavorative.
Nello studio vengono analizzati i tassi di mortalità di
alcune delle "aree ad elevato rischio di crisi ambientale"
identificate con apposito decreto ministeriale.
Da un successivo aggiornamento di quello stesso studio,
riferito al 1994, vengono qui riportati parte dei risultati
per alcune delle aree a rischio situate in prossimità di poli
chimici e petrolchimici per determinate cause di morte.
Lo studio che descrive lo stato di salute delle
popolazioni residenti nelle aree ad elevato rischio di crisi
ambientale, misurato utilizzando i dati disponibili di
mortalità, per caratterizzare i possibili rischi per la salute
sono state considerate una trentina di cause diverse. Le aree
di studio prendono in considerazione, oltre ai dati relativi
alle città, anche quelli che riguardano l'intero comune,
considerato come confine amministrativo e nel valutare i
risultati si è tenuto conto anche dei fattori di confondimento
legati alle caratteristiche socio-demografiche, per escludere
eventuali eccessi di rischio. I dati di mortalità di fonte
ISTAT si riferiscono al periodo 1990-1994. I trend
temporali sono stati analizzati per il periodo 1981-1994. Le
analisi sono state condotte, per ogni singola area,
separatamente per uomini e donne. Sono stati calcolati il
numero di decessi osservati (tassi grezzi e standardizzati per
età), i rapporti standardizzati di mortalità (Smr) e sono
stati utilizzati, come riferimento, i tassi di mortalità della
popolazione nazionale e di quella regionale.
Da Marghera a Brescia, Da Ravenna a Priolo, da Mantova a
Brindisi e Manfredonia, la mappa delle fabbriche a rischio
interessa l'intero territorio nazionale e la salute di più di
11 milioni di italiani che abitano nelle aree a "rischio di
crisi ambientale". Questa mappa redatta dall'Organizzazione
mondiale della sanità offre una radiografia del rischio per la
salute per tutte le cause a partire dai tumori, soprattutto al
polmone, alla pleura, alla vescica, da mettersi in relazione
con lavorazioni a rischio. Ma oltre alle patologie tumorali,
prende in considerazione anche le morti per malattie
respiratorie non tumorali. Si tratta sempre di patologie
croniche il cui periodo di latenza è sempre piuttosto lungo,
dai 5-10 anni per la leucemia ai 20-30 per il tumore
polmonare.
Anche nel rapporto di Legambiente "La chimica dei veleni",
presentato a Roma a fine gennaio dell'anno in corso, dove si
ripercorrono le indagini epidemiologiche condotte da diversi
centri istituzionali di ricerca, emerge che il dato dei
lavoratori e della popolazione a rischio nelle aree dove hanno
luogo insediamenti chimici e petrolchimici ed industriali in
generale è molto alto. A Brindisi, la mortalità per tumore
risulta del 55 per cento superiore alla media regionale, i
tumori più diffusi risultano essere quelli alla trachea,
bronchi e polmoni (più 36 per cento nei maschi, più 97 per
cento nelle femmine rispetto alla media regionale).
A Mantova, per la popolazione residente entro due
chilometri dall'inceneritore dei rifiuti industriali del polo
chimico, la probabilità di contrarre un rarissimo tumore, il
sarcoma dei tessuti molli, è risultata 25 volte superiore
rispetto agli altri mantovani, in uno studio condotto da un
gruppo di ricercatori dell'Istituto superiore di sanità, ASL
di Mantova, ISPESL e Università La Sapienza di Roma. E decine
di lavoratori dello stirene - sempre a Mantova - sono morti
per leucemie e linfomi.
Sempre nel dossier di Legambiente si legge di uno studio
elaborato dall'Istituto superiore di sanità, che prende in
esame i lavoratori di quattro stabilimenti italiani tra cui
Ravenna e la vicina Ferrara. Lo studio conferma l'azione
cancerogena del CVM sul fegato, con induzione di angiosarcomi
e carcinomi, nonché un'azione epatotossica che comporta un
incremento della mortalità per cirrosi in alcuni sottogruppi
ad alta esposizione. Lo studio suggerisce inoltre un
incremento del rischio di cancro polmonare in lavoratori
esposti a polveri di PVC.
Il settore dell'industria chimica appare particolarmente a
rischio anche per gli eventuali incidenti rilevanti, non solo
per la pericolosità delle sostanze lavorate o stoccate, ma
spesso anche per le scarse condizioni di sicurezza in cui
lavorano gli addetti, il minore livello di conoscenza dei
processi e la sempre più scarsa formazione degli operatori,
dato che la manutenzione è ormai totalmente in mano a ditte
esterne, che spesso si aggiudicano l'appalto al massimo
ribasso.
Oltre alle problematiche legate al rischio industriale e
sanitario nelle aziende tuttora funzionanti, grave e tuttora
irrisolto appare anche il rischio relativo agli impianti
dismessi e a quelli in via di dismissione inseriti in progetti
di bonifica. Gli interventi di trattamento e bonifica si
stanno rivelando critici per le grandi quantità di materiali
da trattare, la complessità delle contaminazioni, molto spesso
non ben conosciute e che oltre ai terreni hanno interessato le
falde acquifere, la mancanza di tecnologie di trattamento e di
siti idonei dove ubicare i materiali rimossi e da trattare.
Già prima della sentenza del Tribunale di Venezia sulla
vicenda di Porto Marghera non era pensabile che fosse solo la
magistratura a dover mettere fine ad un pezzo della storia
industriale del nostro paese.
Per questo, la presente proposta di inchiesta parlamentare
si pone come obiettivo quello di far uscire il problema della
pericolosità di queste lavorazioni e di questi impianti dalla
estemporaneità della cronaca e di dare, invece, un quadro
organico della dimensione, per individuare soluzioni
legislative e normative a partire dalla chiusura dei cicli di
lavorazione per cui non vi sono più dubbi sulla loro
pericolosità sanitaria e sulla loro incompatibilità
ambientale, oltreché della loro valenza economica.
Inoltre, sarà indispensabile, di intesa con le istituzioni
regionali e gli enti locali, con il coinvolgimento del mondo
imprenditoriale e del mondo associativo e di rappresentanza
dei lavoratori e dei cittadini, impostare studi seri sugli
addetti alle lavorazioni a rischio ed attuare programmi di
sorveglianza sulla popolazione esposta massicciamente a
sostanze che sappiamo essere tossiche e cancerogene.
Non è, quindi, più procrastinabile il risanamento
ambientale e la bonifica dei siti contaminati e di quelli
dismessi e il Parlamento, con l'istituzione di questa
Commissione d'inchiesta, può finalmente porre la parola fine
ad una pagina drammatica della storia industriale del nostro
Paese.