XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1872
Onorevoli Colleghi! - Si assiste oggi a livello
planetario da un lato ad un continuo progresso civile in
molteplici campi, quali la democratizzazione, la
collaborazione sovranazionale, il rispetto dei diritti umani,
il progresso economico e sociale e, dall'altro, si susseguono
brutali conflitti etnici, religiosi, sociali, culturali e
linguistici. Di fronte alla brutalità della guerra, "il più
auspicabile ed efficace impegno della diplomazia è quello
volto ad attenuare le tensioni prima che sfocino in un
conflitto o, se scoppia il conflitto, l'agire rapidamente per
contenerlo e per risolvere le cause che ne sono alla base"
(Boutros Ghali: "Agenda per la Pace" 1992).
Il ruolo fondamentale della prevenzione è stato ribadito
anche dall'attuale Segretario generale delle Nazioni Unite,
Kofi Annan, il quale rileva che "la più dispendiosa delle
politiche di prevenzione è comunque più economica, in termini
di vite e risorse, del meno costoso degli interventi",
sottolineando che i conflitti avvenuti negli anni novanta sono
costati alla comunità internazionale 230 miliardi di dollari e
migliaia di vite umane (Kofi Annan: ˆâ1"Elogio della
prevenzione" The Economist, traduzione in
Internazionale n. 316.7 del 13 gennaio 2000).
Una politica di prevenzione richiede però una conoscenza
tempestiva e accurata dei fatti e, dunque, è essenziale la
costituzione di un "sistema di preallarme fondato sulla
raccolta di informazioni e su richieste informali o formali"
(Boutros Ghali "Agenda per la Pace").
Anche quando le crisi sfociano in conflitti aperti,
esistono mezzi e strumenti di carattere giuridico, politico,
economico e di intervento civile e militare che possono
condurre ad una soluzione pacifica del conflitto.
L'individuazione e il dispiegamento di tali risorse
richiedono tuttavia del tempo, che è proprio il fattore che
manca in tali situazioni. Più, infatti, gli interventi sono
tardivi e meno sono efficaci.
Di qui l'importanza di avere a disposizione, in tali
circostanze, delle precise analisi sulle aree di conflitto e
delle proposte di intervento che, tenuto conto dei possibili
scenari, permettano di bloccare l'escalation del
conflitto e di risolverlo.
Il "cessate il fuoco" non produce automaticamente
situazioni di pace. Sono necessarie molteplici misure volte a
ristabilire la fiducia, il dialogo ed a permettere la
ricostruzione del tessuto economico e sociale per evitare la
riproposizione delle dispute (prevenzione
post-conflitto).
Prescindendo dalla forma più eclatante di violenza, ossia
il conflitto armato, va riconosciuto che esistono forme di
violenza strutturale che violano i diritti fondamentali delle
persone e la stabilità delle comunità umane.
Risulta pertanto necessario lo studio delle precondizioni
per la pace, ossia di tutti quei processi e di quelle
politiche che favoriscono l'instaurazione di sistemi e di
modelli politici, sociali ed economici più giusti e
pacifici.
Diversi governi sia nazionali che locali hanno già da
alcuni decenni creato istituti di ricerca per la pace,
finanziati dalle istituzioni pubbliche, per indagare in modo
scientifico e con continuità le complesse problematiche in
precedenza menzionate.
Già nel lontano 1959 Johan Galtun fondò ad Oslo il primo
istituto "pubblico" di ricerca per la pace, il PRIO, divenuto
il più prestigioso centro mondiale di studi sulla pace. Da
quella iniziativa pionieristica sono nati in molte nazioni
centinaia se non migliaia di istituti di ricerca per la pace -
molti dei quali sostenuti dai pubblici poteri - nel
convincimento che la pace non può essere il risultato di
semplici auspici, ma abbisogna anche di un serio lavoro di
ricerca scientifica.
L'attività di tali istituti ha consentito di ampliare
notevolmente, sotto vari aspetti, la conoscenza dei meccanismi
e dei fattori che permettono la costruzione di ordini di
pace.
In Italia manca un istituto di ricerca per la pace
promosso e finanziato da istituzioni pubbliche: per chi voglia
dedicarsi a questo tipo di ricerche, l'unica strada rimane la
partecipazione agli innumerevoli corsi di specializzazione
all'estero.
E' dunque giunto il momento che anche l'Italia colmi il
ritardo che in questo campo sconta rispetto a molti Paesi
europei: in Italia la creazione di un tale istituto non solo
potrebbe fornire utili conoscenze per la messa in opera di una
politica estera di pace, ma si qualificherebbe anche come un
valido ed originale contributo del nostro Paese alla soluzione
dei problemi della comunità internazionale, senza contare che
una seria istituzione di ricerca, finanziata come in altri
Paesi dal Governo o dal Parlamento, avrebbe un elevato effetto
moltiplicatore per questo genere di studi. Di queste istanze
da molto tempo è attivo portavoce il Movimento internazionale
della riconciliazione - sezione di Padova, che svolge anche
opera di sensibilizzazione e di opinione; la città di Padova
peraltro da molto tempo è un luogo privilegiato di promozione
della pace con il corso alla formazione dei diritti umani
attivato presso la sua Università.
La istituzione di un Istituto internazionale di ricerca
per la pace consentirà di fornire, attraverso i risultati
dell'attività di ricerca, importanti contributi per:
1) la politica estera del nostro Paese;
2) la definizione di una politica estera di sicurezza
comune (PESC) nell'ambito dell'Unione europea e, in generale,
per il continente europeo.
Con la creazione di un Istituto internazionale di ricerca
per la pace l'Italia inoltre ottempera agli impegni di
promozione della pace assunti in diverse sedi internazionali
e, in particolare, presso l'ONU. Infatti, l'Assemblea generale
delle Nazioni Unite, constatando la proliferazione della
violenza e dei conflitti in varie parti del mondo, con la
risoluzione 53/15 del 20 settembre 1997 ha proclamato l'anno
2000, anno internazionale per la cultura della pace, e con la
risoluzione 53/25 del 10 settembre 1998, il periodo 2001-2010,
il decennio internazionale per una cultura della pace e della
non violenza per i bambini del mondo.
Più recentemente, con la risoluzione 53/243 del 13
settembre 1999, ha adottato una "Dichiarazione e programma
di azione sulla cultura di pace".
Anche il dettato costituzionale, che afferma il ripudio
della guerra come soluzione dei conflitti, attraverso
l'attività di tale Istituto, troverà una sua concreta
attuazione.
Pur godendo di stabili finanziamenti pubblici, si ritiene
che l'Istituto debba essere creato con forma giuridica e
struttura organizzativa tali da garantire la sua piena
autonomia intellettuale e operativa, premessa indispensabile
per una seria attività scientifica.
Le sue finalità prevalenti, ma non esaustive, sono di due
tipi:
1) una ricerca di base sulle problematiche della guerra
e della pace;
2) una ricerca finalizzata alla individuazione precoce e
alla offerta di conoscenza e di dati per la risoluzione non
violenta dei conflitti.
L'Istituto, inoltre, si caratterizza per:
1) un permanente collegamento internazionale; tale
principio si traduce in una composizione multinazionale del
suo comitato scientifico, degli organi operativi e dello
staff dei ricercatori e in un'ampia e fattiva
collaborazione con analoghi istituti esteri;
2) un impegno volto alla pubblicizzazione dei risultati
dell'attività di ricerca e di studio, alla divulgazione della
cultura di pace e di risoluzione non violenta dei conflitti,
alla formazione di giovani ricercatori e del personale civile
e militare impegnato in missioni di pace promosse dalle
Nazioni Unite, alle quali il nostro Paese, con sempre maggiore
frequenza, è chiamato a partecipare;
3) una convinta apertura alla società civile, per
sviluppare con le sue diverse componenti progetti comuni di
ricerca ed educativi.