XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 1663




        Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge riguarda l'attivazione di un marchio di certificazione per le imprese che non utilizzano lavoro minorile nelle loro attività economiche.
        Stiamo vivendo un'epoca ricca di complessità, fenomeni e tendenze che ormai superano ogni questione nazionale e coinvolgono sempre più nuovi problemi di sovranazionalità e, quindi, comportano la necessità di inventare e concordare una governance adatta alle mutate realtà. La globalizzazione non investe solo i mercati dei beni, dei servizi, della moneta e della mobilità delle persone, ma anche la globalizzazione di nuovi modi di produrre, di consumare e di vivere. C'è sempre più una interdipendenza fra le azioni e le politiche micro e macro del contesto del piccolo quartiere locale con altri quartieri sparsi nel mondo. I concetti nuovi di tempo e di spazio sembrano far vacillare vecchie concezioni, culture e teorie sociali ed economiche. Diventa sempre più difficile intervenire legislativamente su variabili della realtà locale, che hanno determinanti agenti ed interagenti in tempi reali e in luoghi anche molto lontani.
        Le sedi ottimali di intervento sono quelle internazionali, fondate sulle convenzioni, il reciproco consenso, la volontarietà, la negoziazione bilaterale e multilaterale, la promozione di codici di comportamento. La "bussola comune" non può che essere il riconoscimento e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone, dei diritti di cittadinanza dell'uomo sulla terra. Una giusta battaglia per contrastare il fatto che le bambine e i bambini debbano lavorare anziché, comunque e ovunque, giocare, crescere, formarsi, vivere con dignità e stare bene, è quella dell'impegno dei Governi italiani, nelle sedi e negli organismi internazionali, per salvaguardare tutti i diritti umani fondamentali.
        Un intervento legislativo interno nazionale sembrerebbe, già in partenza, avere poca efficacia e poco valore. Ma l'impegno solo nelle sedi internazionali può diventare con facilità un alibi per scaricare il coraggio, il dovere, la fatica e il rischio di trovare una soluzione efficace, seppur parziale, ad un problema scottante. La proposta di legge si presenta, senza arroganza ed ipocrisia, come un vero inizio incisivo, reale e fattibile, di una politica che può creare uno sviluppo economico più rispettoso dei diritti di cittadinanza. Non si tratta di un mero segnale, ma di un fatto tangibile di salvaguardia dei diritti umani, a partire da quelli dei nostri bambini. Adesso, qui ed ora, come afferma don Primo Mazzolari, senza rinvii e lavande più o meno profumate delle nostre mani.

        LA QUESTIONE BAMBINI. Nel quadro internazionale di palese ingiustizia sociale, in cui la povertà è un circolo vizioso da cui difficilmente possono uscire le singole persone, le singole famiglie e i popoli interi per la non democrazia economica, la questione del lavoro dei bambini non è affatto isolata dai problemi del sottosviluppo e della povertà, anzi ne è una conseguenza. Il lavoro minorile è correlato alla povertà, è correlato allo sfruttamento economico, è correlato alla disoccupazione ed è correlato anche alle malattie. Secondo i dati forniti dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) nel 1966, "Nel mondo ci sono circa 2 miliardi di bambini di età compresa da 0 a 18 anni. Nove su dieci, pari all'87 per cento vivono nei Paesi in via di sviluppo. Di essi 250 milioni sono i bambini compresi tra i 5 e i 14 anni che lavorano". Senza contare le migliaia di bambine che fanno le domestiche e tutti quelli che sfuggono alle statistiche, per grande difetto l'OIL stima inoltre che "120 milioni lavorano a tempo pieno e 130 a tempo parziale. Circa il 61 per cento dei bambini, pari a 153 milioni vive in Asia, il 32 per cento (80 milioni) in Africa e il 7 per cento (17,5 milioni) in America Latina. Un bambino su quattro nel mondo in via di sviluppo lavora anche più di 9 ore il giorno per sei giorni la settimana". "Quando si parla di lavoro minorile è necessario distinguere tra lavoro pesante e lavoro leggero (poche ore il giorno)" (Susanna Bucci, UNICEF, 1998).
        Di vera schiavitù si può parlare per i bambini che lavorano nelle fornaci a carbone nello Stato brasiliano del Mato Grosso; sempre in Brasile i bambini lavorano senza regole di sicurezza ed igiene nelle piantagioni di caffè, di tè e di tabacco. In alcune piantagioni di canna da zucchero i bambini rappresentano quasi un terzo degli occupati e il 40 per cento delle vittime di incidenti sul lavoro; in Asia meridionale bambini di 8-9 anni sono dati dai genitori come pegno per i prestiti ottenuti dai proprietari delle fabbriche; in India la vendita dei bambini è molto diffusa per il sostentamento delle famiglie e i minori lavorano in agricoltura e nelle industrie locali dei tabacchi, dei fiammiferi, dell'ardesia e della seta; nello Stato indiano dell'Uttar Pradesh i bambini sono schiavizzati nell'industria dei tappeti, lavorando come bestie anche più di venti ore al giorno; sempre in India i bambini sono impiegati nella produzione dei palloni, gioielli e scarpe. In Perù, in una miniera d'oro, sono sfruttati oltre 400 bambini fra i 10 e 15 anni, in condizioni inumane: la miniera Rinconada, infatti, si trova a 5.400 metri di altitudine sul ghiacciaio dell'Ananea, con temperature che superano i 26 gradi sotto zero e i bambini lavorano per più di dieci ore giornaliere di giorno e di notte; ed accanto ai bambini sono pure sfruttate quasi 28 mila persone nel complesso minerario del Perù. In Costa D'Avorio e in Sud Africa i bambini sono sfruttati nelle miniere di oro e di diamanti. In Colombia i bambini estraggono il carbone dalla miniera senza protezioni, inalando polvere di carbone; nelle fabbriche di ceramica e di porcellana i bambini inalano silicio, nelle industrie dei serramenti respirano fumi nocivi emessi da sostanze chimiche pericolose. Sempre in Colombia i bambini che lavorano nei vivai che esportano fiori sono esposti ai pesticidi. (Susanna Bucci).
        L'OIL in un suo rapporto pubblicato a Ginevra nel febbraio del 1998 sulla situazione dell'Africa, ha stimato che i bambini costretti a lavorare passeranno dagli attuali 80 milioni ai 100 milioni nel 2015. Questi bambini sono ridotti a merce da scambiare, da impiegare e da sfruttare senza limiti e regole.
        "Lo sfruttamento della povertà è alla radice del lavoro minorile; i bambini vanno a lavorare perché così contribuiscono al mantenimento della loro famiglia. Spesso la paga di un bambino è fondamentale per la sussistenza quando i genitori non hanno lavoro. Il paradosso è che il lavoro non c'è per gli adulti ma è disponibile per i loro figli e questo perché un bambino viene pagato molto meno di un adulto, non si ribella, non si organizza con gli altri per rivendicare salari migliori, può essere sottoposto a qualsiasi forma di abuso (anche sessuale). Quali siano le ragioni dei datori di lavoro, in molti paesi, l'impiego di manodopera minorile è tollerato perché funzionale al sistema economico nazionale che diventa così più competitivo e attira capitali esteri" (Susanna Bucci).
        Anche in Italia la questione del lavoro minorile è presente ed è correlata all'abbandono scolastico per un'occupazione immediata specie nel nord-est, e per un'occupazione comunque sia, a causa della povertà e del disagio giovanile, specie nel Mezzogiorno. A tale riguardo, il Parlamento ha svolto un'indagine sul lavoro nero e minorile nel paese. Indagine che ha tenuto conto anche di una "interessante pubblicazione dei ragazzi delle quinte elementari di Cerese-Virgilio (Mantova)" (Commissione XI della Camera dei deputati, XIII legislatura 1998).
        Nell'indagine parlamentare, si legge che "lo sfruttamento dei minori si realizza anche in altri contesti ben individuati (per esempio "l'industria del divertimento") o all'interno di attività illecite controllate dalla malavita organizzata" (Commissione XI della Camera dei deputati).
        Esistono solo stime approssimative, ad esempio, la CGIL ha calcolato una cifra di oltre 400 mila bambini che lavorano, la maggior parte dei quali aiutano i genitori nel lavoro. Le forme di vero sfruttamento sembrano legate alle comunità immigrate (è il caso dei Rom). A Napoli i bambini lavorano illegalmente un po' in tutte le attività locali: manifatture, calzature, abbigliamento e meccanica. Alcune di queste attività sfiorano la criminalità o sono di copertura ad attività illegali. In alcune aree del Mezzogiorno è frequente il ricorso al lavoro minorile clandestino nelle imprese tessili. (Elisabetta Porfidi UNICEF 1998; Rapporto CGIL 2000).

        DISFUNZIONI DEI MERCATI E FILOSOFIA DELLA PROPOSTA DI LEGGE. La radice della questione del lavoro minorile, mi pare assodato che consista nella persistenza della povertà. A sua volta la povertà è il frutto del sottosviluppo e, come il cane che si morde la coda, non ci può essere sviluppo in un Paese se i bambini lavorano al posto degli adulti. La competitività ottenuta dalle aziende dei Paesi che impiegano i bambini nelle attività economiche, in realtà si ritorce sullo sviluppo di quelle stesse aziende e di quegli stessi Paesi, che per l'oggi si bruciano il domani, il futuro, le proprie vite umane. La povertà crea lavoro minorile e il lavoro minorile crea povertà. E la povertà è il divario fra i Paesi ricchi sviluppati del nord e i Paesi poveri in via di sviluppo del sud.
        L'ottima attività di ricerca e studio dell'Istituto Rezzara di Vicenza ha da tempo posto in luce le cause del divario nord-sud, che qui cerchiamo di riportare almeno nelle sintesi apparse su Rezzara Notizie dell'ottobre 1999 e del marzo 2000. "La teoria di Ricardo del reciproco vantaggio, nella libera circolazione delle merci, poneva come condizione la specializzazione delle economie. L'Inghilterra e gli altri paesi europei, con l'alibi della scienza economica, specializzarono l'economia delle proprie colonie. Ancora oggi, gli studiosi indicano come causa antica e moderna del sottosviluppo, la situazione strutturale di monoproduzione dei paesi in via di sviluppo. In generale, la specializzazione riguarda le materie prime: petrolio, rame, cacao, caffè, produzioni delle miniere, eccetera, e i prodotti di un'attività di sussistenza agricola. Una prima causa di aumento della povertà è la crescita della popolazione nei paesi poveri, con l'invarianza della produzione agricola, che non è più sufficiente per la sussistenza interna e lo scambio con l'estero. Una seconda causa strutturale d'incremento della povertà è lo scambio ineguale fra i paesi poveri, che offrono prodotti "poveri" a prezzi sempre decrescenti e i paesi ricchi, che offrono prodotti industriali "ricchi" a prezzi sempre crescenti.
        La domanda del Nord di prodotti agricoli è inelastica, cioè non si adegua all'aumento dell'offerta del Sud, per cui l'equilibrio di mercato avviene con prezzi del Sud che diminuiscono e quindi comprimono guadagni e salari interni. Al     contrario, le produzioni dei paesi ricchi trovano una domanda elastica dei paesi poveri con la conseguenza che l'equilibrio avviene a prezzi che aumentano all'aumentare della domanda. Questo è un meccanismo di creazione di ricchezza al Nord ed impoverimento del Sud del mondo che, insieme al pagamento degli interessi del debito dei paesi poveri, rappresentano il paradosso del finanziamento dei paesi poveri dello sviluppo dei paesi ricchi, come descritto ne: Il debito dei paesi poveri: discriminazione legale?" (edizioni Rezzara).
        Una volta raggiunta l'indipendenza nazionale i Paesi in via di sviluppo hanno continuato la dipendenza economica e l'instabilità dei prezzi delle materie prime e il deterioramento delle ragioni di scambio. Il fatto strutturale che i prezzi dei Paesi sviluppati siano stabili o aumentino mentre quelli dei Paesi in via di sviluppo diminuiscano, rappresenta l'ineguaglianza dello scambio e il vantaggio economico solo per i Paesi ricchi. La strutturalità è causata anche dal non pieno impiego dei fattori produttivi e delle risorse interne dei Paesi poveri, che dovrebbero despecializzarsi e orientare le produzioni interne alle necessità interne, pur commerciando con l'estero.
        Non c'è dubbio che le asimmetrie dei mercati del nostro sistema capitalistico e la persistenza di una concorrenza sleale, perché non libera e solo funzionale ai Paesi ricchi, stiano creando un aumento del divario fra il nord e sud. Anzi il divario sta progressivamente e velocemente espandendosi, cioè la povertà sta aumentando vertiginosamente. La povertà, che impiega sempre più bambini nei processi produttivi, e la ricerca coatta della competitività violano i diritti umani fondamentali. Da qualche decennio i poli dello sviluppo e del sottosviluppo divergono e si allontanano con grande e preoccupante rapidità.
        La differenza di ricchezza fra il nord ed il sud è sempre esistita ma la globalizzazione l'ha accentuata, come descritto da "Il rapporto 1999 su lo sviluppo umano" dell'Agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo (La Globalizzazione, Rosemberg e Seller, Torino 1999):

            nel secolo XVIII il divario fra Paesi ricchi e poveri era di 2 a 1, nel 1965 di 30 a 1, e ora di 70 a 1;

            attualmente 1 miliardo e 300 milioni di persone vivono nella povertà assoluta con meno di 1 dollaro al giorno;

            con 6 miliardi di dollari potremmo garantire a tutti i bambini del mondo l'accesso all'insegnamento primario. Questa cifra è addirittura inferiore agli 8 miliardi di dollari annui che gli americani spendono in cosmetici;

            le tre persone più ricche del mondo possiedono un patrimonio che da solo è superiore alla somma del prodotto interno lordo dei 48 Paesi meno sviluppati;

            i 34 Paesi meno sviluppati hanno subìto una contrazione nello sviluppo a causa della guerra e dei conflitti sociali con un tracollo nelle infrastrutture e nelle produzioni agricole;

            i conflitti sono aumentati nel secolo attuale dal 5 al 90 per cento;

            oggi, 850 milioni di cittadini dei Paesi ricchi vivono con un reddito che raggiunge i 35 milioni di lire annue, mentre quasi 3,5 miliardi di cittadini vivono con 500 mila lire annue;

            le 200 persone più ricche del mondo stanno rapidamente diventando più ricche: nel 1994 possedevano 440 milioni di dollari e nel 1998 1.042 miliardi di dollari;

            la globalizzazione non riguarda solo gli imperi delle multinazionali ma anche una nuova e più diffusa connotazione aziendale: all'inizio degli anni '80 le aziende transnazionali erano circa 7 mila, oggi sono circa 50 mila servite da 250 mila filiali estere.

        Anche il Rapporto dell'anno precedente dell'Agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) confermava l'aumento delle disuguaglianze nel mondo:

            negli ultimi venticinque anni il consumo pro-capite è cresciuto: nei Paesi industrializzati del +2,3 per cento, nell'Asia dell'est del +6 per cento, nell'Asia del sud del +2 per cento, mentre negli altri Paesi la crescita si è dimostrata lenta o stagnante. Infatti una famiglia media africana consuma oggi un 20 per cento in meno rispetto a venticinque anni fa;

            il 20 per cento delle persone dei Paesi ricchi consuma l'86 per cento del totale dei consumi privati.

        Secondo Pier Luigi Vigna (vedi Il Messaggero 25 ottobre 2000), procuratore nazionale antimafia, ci sono oggi più schiavi di quanti ce ne fossero quando la schiavitù era permessa. Schiavitù che riguardano soprattutto bambini supersfruttati, in vari ambienti di lavoro, soggetti a ogni forma di abuso, compresi quelli sessuali.
        Secondo l'ultimo Rapporto UNICEF risulta che nel 1999 sono morti 11 milioni di bambini con meno di cinque anni di età nei Paesi in via di sviluppo, specie in Africa. Ciò significa che ogni tre secondi è morto e muore un bambino a causa della povertà. Il presidente dell'UNICEF Italia ha dichiarato che ogni dollaro investito nello sviluppo fisico e cognitivo dei bambini più piccoli ha un rendimento, sia per l'individuo che per la società, sette volte superiore. E qui, conviene ricordare la situazione di perenne povertà causata dal persistere del debito internazionale dei Paesi poveri. Debito che, secondo i calcoli della Conferenza episcopale italiana (CEI), suffragati da diversi economisti, sarebbe già stato ampiamente pagato e saldato, se fosse calcolato non in dollari ma in altre monete internazionali. Infatti, il dollaro in pochi anni è passato da 600 a 2.200 lire, con una moltiplicazione violenta rispetto alle monete deboli dei Paesi in via di sviluppo.
        Un giudizio severo sulla globalizzazione viene espresso da Stefano Zamagni (vedi Rezzara notizie, ottobre 1999), secondo cui la globalizzazione ha fatto esplodere le disuguaglianze, dimostrando pure l'esistenza di un nuovo fenomeno che mette in crisi il modello di sviluppo capitalistico: anche quando aumenta la ricchezza aumenta la disuguaglianza. Inoltre, i ruoli svolti dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale risultano ormai incoerenti e irrazionali perché funzionali più alle economie ricche che a quelle povere.
        Negli ultimi decenni il fenomeno dell'Information Technology (IT) ha amplificato ancora più il gap fra Paesi poveri e ricchi. Nell'ultimo Rapporto dell'OIL quasi tutta l'IT è prodotta da circa il 15 per cento della popolazione mondiale e concentrata nei Paesi industrializzati. E se, da un lato, il 70 per cento circa della forza lavoro europea è occupata in lavori di alta tecnologia, un terzo della popolazione mondiale è letteralmente disconnesso. Solo la metà degli abitanti al mondo possiede la luce elettrica e il telefono. L'uso di INTERNET cresce vertiginosamente, ma l'88 per cento degli accessi riguarda solo i Paesi dell'OCSE, gli USA e il Canada, mentre l'Africa e il Medio oriente non raggiungono neppure l'1 per cento degli accessi.
        Tutto questo vuole dire che c'è un'accelerazione nel divario fra nord e sud, che rappresenta pure un'accentuazione intollerabile di ingiustizia sociale relativa a situazioni di produzione e distribuzione della ricchezza. E ricchezza e sviluppo oggi dipendono sempre più anche dalla produzione e distribuzione dei saperi.

        POLITICA E MERCATO. Il divario nord-sud che, oggi, ha raggiunto rapidamente il suo massimo storico, rispecchia l'esplosione della povertà. I modelli di sviluppo della nostra economia, di fronte alla realtà dello squilibrio strutturale nello scambio, dopo centinaia di anni di fallimenti sono ormai in profonda crisi. Molti si pongono qualche interrogativo sull'automaticità e l'intangibilità dei meccanismi di mercato, nella loro presunta capacità di ottimizzare la produzione e la distribuzione della ricchezza. In altri termini, oggi, la ricerca di nuovi modelli e di nuove regole economiche più efficaci ed efficienti pone il problema del rapporto fra etica ed economia, fra politica ed economia, fra democrazia e mercato dei beni, della finanza e dei saperi.
        Secondo Mino Martinazzoli (La Bussola dei popolari, edizioni Massetti 1995), la politica è il fondamento costitutivo per creare umanità in tutte le relazioni umane e, quindi, anche in quelle economiche. Egli afferma che: "Non siamo uguali. Diventiamo uguali per la regola e per la fatica della democrazia. E riconoscere la propria dignità vuol dire cominciare a riconoscere quella degli altri". Per Amartya Sen, la democrazia è un valore mentre il mercato è solo un mero strumento. E Nicola Mancino (Rezzara notizie, ottobre 1999) osserva che "un'economia più rispettosa dei diritti umani richiede l'adozione di codici di condotta da parte delle multinazionali e l'intensificazione della cooperazione(...) La politica non solo non può rinunciare a governare la globalizzazione, ma per governarla, non deve limitarsi ad inseguire gli effetti indesiderati(...) La politica ha il compito di impedire che la forza prevalga sul consenso(...) Dobbiamo rivalutare la centralità della difesa dei diritti umani nell'azione politica internazionale. Un governo globale dal volto umano richiede la condivisione dei valori fondamentali dell'uomo: il diritto alla vita, alla libertà, alla giustizia e all'uguaglianza".
        La libertà viene prima e al di là del mercato, non è una merce che si può vendere o comperare, anzi, giustifica, anima e finalizza il mercato stesso. Quando la circolazione dei beni è libera ed equa, diventa ossigeno per le economie in via di sviluppo e il commercio diviene uguale se crea un reciproco vantaggio fra tutti i Paesi partecipanti allo scambio internazionale. Porre l'uomo al centro del mercato, come invocato da Giovanni Paolo II nella enciclica "Centesimus annus", significa porre la politica nell'economia, significa riconoscere un ruolo teleologico all'economia, cioè concepire la scienza economica non solo come scienza di mezzi ma anche come scienza di fini. Quando ciò non avviene, lo strumento è fine a se stesso, il mercato è fine a se stesso e nascono le asimmetrie dei mercati e qualcuno guadagna a scapito di altri. Lo sviluppo economico-sociale o riguarda tutti i popoli o non è sviluppo, non è progresso. Come ricordato da Pierluigi Castagnetti (vedi Il Popolo 29 novembre 1999), il fine prioritario della politica economica non può che essere lo sviluppo equo e umano.
        Ricordiamo con commozione ed emozione l'ultimo intervento di Beniamo Andreatta, Maestro di vita e di scienza, in occasione del dibattito sui negoziati commerciali del "Millenium Round", tenuto in Assemblea il 9 dicembre 1999 e riportato nel relativo resoconto stenografico e ne "Il Popolo" del 15 dicembre 1999. Il suo intervento sugli scambi internazionali, l'ho studiato e meditato e mi pare illuminante, profetico e giocato sull'equilibrio fra la mente e il cuore, fra la ricerca della convenienza economica e la ricerca della solidarietà umana. La sua preoccupazione, costante e ripetuta, è la necessità di tenere comunque aperte le economie, con l'obiettivo di finalizzare il commercio all'aiuto dei Paesi poveri, senza inventare dumping, scuse per aumentare i profitti o erigere barriere che nascondono solo le paure, le inefficienze e le inadeguatezze dei Paesi ricchi. Andreatta afferma che: "La sicurezza alimentare, la difesa ambientale, gli standard sociali, sono dall'una e dall'altra parte, visti come pericoli per bloccare le merci dei paesi in via di sviluppo, o visti, invece, come strumenti per impedire la disoccupazione nei settori arretrati delle economie sviluppate, profondamente legate al processo politico di ciascun paese". La ricerca dell'equilibrio della politica degli scambi internazionali è per Andreatta la ricerca della verità, la ricerca dell'uomo, la ricerca della libertà. Trova, nel suo ragionamento, un sentiero in cui la libertà corre in equilibrio dinamico e vitale sul filo del rasoio fra le illibertà di ambo le parti. Il Maestro, spirito libero, mai accomodante con le mediocrità del pensiero e della convenienza, mai adagiato ozioso sulla corrente del momento, né seduto comodo sul consenso della moda, centra la questione della libertà nelle relazioni umane e della libertà e giustizia negli scambi del mercato. Non si schiaccia o si nasconde nella corrente impetuosa, facile e comoda dei dibattito su Seattle contro la globalizzazione. Anzi, ricorda a chi attacca gli organismi internazionali, che comunque, nelle illibertà dei potenti, essi hanno tenuto aperto, negli ultimi cinquanta anni, le porte allo scambio, allo sviluppo, alle opportunità delle libertà dei Paesi poveri, rispetto ai precedenti fascismi e totalitarismi che avevano chiuso e depresso le economie, le conoscenze e le coscienze. Andreatta, come Martinazzoli, fonde la politica con l'economia. E' fautore del libero e aperto mercato e al tempo stesso colloca al centro dello scambio l'intangibilità del non impiego dei bambini. Quando riflette a voce alta sulla ragionevolezza nell'applicare gli standard occidentali sul lavoro e l'ambiente nei Paesi poveri, la sua preoccupazione continua è la libertà dei Paesi poveri, è la loro possibilità di sviluppo. Per Andreatta l'"altro" è il Paese povero, è il fine dello scambio commerciale, senza farsi ingabbiare dai dogmi illiberali dei vari meri protezionismi e liberismi. Anche don Primo Mazzolari ha la costante preoccupazione dell'altro, del più povero e ritiene che il ritmo di marcia dello sviluppo vada scandito dal passo dell'ultimo per non divaricare, per non creare ritardi, disuguaglianze e povertà. E pure Amartya Sen accosta la libertà allo sviluppo, quando afferma che lo sviluppo richiede che siano eliminate le principali fonti di illibertà. Andreatta introduce nell'economia la regola etica come gioco endogeno strutturale al motore del mercato; introduce nell'economia il giudizio di valore, il valore della giustizia sociale e della libertà. Così, l'etica e la politica diventano intrinseche all'economia: la giustizia e la libertà stanno insieme alla convenienza nello scambio. Andreatta, infatti, afferma: "Se è giusto impedire anche con misure di ritorsione commerciale, l'impiego dei bambini nella produzione manifatturiera, cercando di difendere le risorse per il futuro dei paesi in via di sviluppo, non possiamo usare gli standard sociali per ridurre la concorrenza di questi paesi. Esiste una circolarità tra standard e livello di povertà. Credo che di fatto sia il livello di povertà che rende difficile superare i bassi standard".
        C'è la presunzione, almeno nelle intenzioni, di aver tenuto conto del pensiero di Andreatta nella filosofia della proposta di legge. L'ottica di Andreatta è improntata alla volontarietà, alla promozione della responsabilità e dei codici di comportamento, a un sistema di incentivi di orientamento dei soggetti e all'obiettivo del rispetto dei diritti umani fondamentali, a partire dall'esclusione dei lavori minorili. C'è il tentativo di ricercare l'equilibrio, la coesistenza delle motivazioni etiche dell'equità con quelle economiche della libera concorrenza.
        Questa filosofia del testo, qui proposto, è pure perfettamente coerente con gli impegni concordati e sottoscritti, nella "Carta degli impegni per promuovere i diritti dell'infanzia dell'adolescenza ed eliminare lo sfruttamento del lavoro minorile", dal Governo e dalle parti economiche e sociali. La Carta degli impegni è stata sottoscritta il 16 aprile 1998 dai Ministri del lavoro e della previdenza sociale, dell'interno, della pubblica istruzione, del commercio con l'estero, per la solidarietà sociale, delle pari opportunità, degli affari esteri, dell'industria, del commercio e dell'artigianato e dalle parti sociali: CGIL, CISL, UIL, Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confapi, Claai, BIT, ISTAT, UNICEF, CNA, Confartigianato, Confagricoltura, CASA e Cia.
        Gli impegni assunti prevedono che le modalità più efficaci per ottenere risultati siano quelle volontarie, quelle della concertazione, del dialogo sociale e dell'assunzione di responsabilità da parte di ciascun soggetto. Nella premessa, si afferma che "il lavoro minorile costituisce una grave lesione dei valori essenziali della nostra convivenza sociale e dei diritti umani fondamentali riconosciuti e sanciti in molte convenzioni e trattati internazionali(...) I diritti dei bambini e delle bambine sono universali, e questo vale per tutti i bambini e le bambine di ogni etnia, colore e di ogni popolo e paese, ovunque siano collocati geograficamente(...) l'utilizzo dei fanciulli rallenta la crescita economica e lo sviluppo sociale e costituisce una violazione grave dei diritti elementari delle persone umane".
        Fra gli impegni sottoscritti viene scelta la strategia per affrontare la questione del lavoro minorile, ossia la necessità di investire, con progetti specifici, nella scuola, nella famiglia e nel lavoro.
        Il Governo e le parti sociali si impegnano in sede internazionale a promuovere e sostenere una serie di iniziative anche bilaterali. Il Governo si impegna ad utilizzare forme di incentivi e disincentivi affinché gli investimenti industriali all'estero non ricorrano allo sfruttamento del lavoro minorile.
        Le parti sociali si impegnano a definire codici di condotta per settori e le imprese, che internazionalizzano le proprie attività, prevedono il rispetto dei diritti umani fondamentali e l'eliminazione dello sfruttamento del lavoro minorile.

        IMPEGNI E ATTI LEGISLATIVI. Molti sono i soggetti e gli organismi internazionali e nazionali che prendono posizione contro il lavoro dei bambini.
        Il direttore generale dell'OIL, Michel Hansenne, ha sottolineato con forza la necessità che i governi adottino una dichiarazione internazionale che fissi i princìpi ineludibili della tutela del lavoro e della persona. I cinque princìpi di base che l'OIL vorrebbe universali sono: la libertà sindacale, la libertà negoziale collettiva, il divieto di lavoro minorile, il divieto di ogni forma di schiavismo, il divieto di discriminazioni basate sul sesso. (Il Sole 24 ore, 9 gennaio 1998).
        Il Governo norvegese con l'UNICEF e l'OIL dal 27 al 30 ottobre 1997 ad Oslo hanno organizzato una Conferenza internazionale sul lavoro minorile, con la partecipazione di 350 delegati di 40 Paesi. Sono stati individuati provvedimenti concreti a livello internazionale e nazionale. E' stata ribadita con forza la necessità di eliminare il lavoro minorile e di proteggere i bambini dallo sfruttamento economico e dal lavoro rischioso per uno sviluppo sano ed equilibrato. Nei Paesi in via di sviluppo dove il lavoro minorile è più diffuso si dovranno appoggiare gli sforzi dei sindacati per sostituire gli adulti ai bambini che lavorano nei settori più a rischio. In senso più globale si suggeriscono politiche economiche mirate a rompere il circolo vizioso della povertà come causa e conseguenza del lavoro minorile. Politiche per sviluppare la sanità e l'educazione. (Conferenza Oslo 1997).
        Il Governo italiano il 16 aprile 1998 ha promosso la "Carta degli impegni" (citata in precedenza) per promuovere i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza ed eliminare lo sfruttamento del lavoro minorile. Documento sottoscritto anche dai rappresentati delle forze sociali, organizzazioni di categoria e sindacati.
        L'OIL ha approvato il 17 giugno 1999 un'apposita convenzione (n. 182 del 1999), in cui si prevedono modalità per estirpare, prima di tutto, le peggiori forme di lavoro minorile (schiavitù, prostituzione e pornografia, lavori pericolosi e impiego nei conflitti armati).
        Un'ipotesi per incentivare il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori sui mercati internazionali è quella di introdurre, negli accordi internazionali, una "clausola sociale", certificata attraverso un "marchio di qualità" per certificare che i prodotti commercializzati sano stati ottenuti rispettando i parametri "etici".
        Il Parlamento europeo in diverse risoluzioni, tra cui quella del 15 maggio 1997, ha chiesto alla Commissione di elaborare una direttiva sull'etichettatura sociale dei prodotti tessili, degli abiti e delle calzature e all'Unione europea e ai suoi Stati di continuare l'impegno di introdurre la "clausola sociale" a livello di Organizzazione mondiale del commercio (OMC).
        Sempre sulla "clausola sociale", si è più volte espresso il Parlamento italiano. La X Commissione della Camera dei deputati il 28 aprile 1998, nel corso della XIII legislatura, ha iniziato l'esame della proposta di legge atto Camera n. 3885, primo firmatario Edo Rossi e sottoscritta da un centinaio di deputati, e relatore il sottoscritto. La Commissione XI della Camera dei deputati, nell'aprile 1998 ha completato un'indagine sul lavoro nero e minorile; nelle conclusioni dell'indagine, si "ritiene necessario prevedere la garanzia della cosiddetta "clausola sociale", quale strumento idoneo alla certificazione del rispetto delle norme poste a tutela del lavoro minorile nella produzione di beni venduti in Italia. Così come è necessario dare seguito all'impegno assunto dal Governo di prevedere forme di incentivi/disincentivi affinché gli investimenti all'estero comportino l'assunzione dell'impegno, da parte delle imprese, di non ricorrere allo sfruttamento del lavoro minorile" (Commissione XI, XIII legislatura, 1998).
        L'Assemblea della Camera dei deputati ha approvato nel giugno 1998 la risoluzione n. 6-00051 dell'onorevole Dedoni ed altri, in cui si impegna il Governo a farsi promotore, anche all'interno dell'OMC, di una "clausola sociale" negli accordi internazionali riconoscibile da un "marchio di qualità etica e che attesti che i prodotti non derivano né da lavoro minorile né da sfruttamento di lavoro adulto".
        La Commissione X del Senato della Repubblica ha approvato nell'aprile 1998 una risoluzione che invita il Governo a favorire un marchio di qualità sociale per le imprese italiane che producono e importano prodotti di qualsiasi natura ed origine. Tale marchio dovrebbe attestare il pieno rispetto dei diritti basilari dei lavoratori e il non impegno di lavoro minorile.
        L'Assemblea del Senato della Repubblica, ha approvato nel giugno 1999 la proposta di legge atto Senato n. 2849 ed abbinati, sulla certificazione di conformità sociale dei prodotti realizzati senza l'utilizzo di lavoro minorile. Infine la Camera dei deputati, X Commissione, dopo numerose audizioni e discussioni, su proposta del relatore sottoscritto, ha approvato l'8 febbraio 2001 un testo (atto Camera n. 6126-A) e ha deliberato di riferire positivamente il 9 febbraio 2001 in Aula. La conclusione dei lavori della XIII legislatura non ha consentito la definizione dell'iter legislativo del testo approvato dalla Commissione X, pertanto esso viene ripresentato, auspicando che la presente legislatura ne veda finalmente l'approvazione.
        All'articolo 1 sono indicati i princìpi, le finalità, i valori, i diritti umani fondamentali, le convenzioni e i trattati ratificati dalla Repubblica italiana. Al comma 3 si fa riferimento ai codici di condotta inquadrabili e definibili nella Carta degli impegni.
        All'articolo 2 si istituisce un sistema volontario di certificazione d'impresa, attestante che quell'impresa non ha impiegato lavoro minorile nelle sue attività italiane ed estere. L'impresa, per fini etici e anche per aumentare la propria competitività, può inserire nelle sue strategie il marchio di certificazione sociale. Il marchio le viene rilasciato da organismi pubblici o privati di certificazione che sono accreditati con decreto del Ministro delle attività produttive.
        All'articolo 3 si istituisce un sistema premiante quelle imprese che decidono di chiedere il marchio. Si offre una preferenza nell'ottenimento dei contributi e delle agevolazioni su fondi pubblici. I contributi riguardano gli interventi fiscali, creditizi e monetari per l'aiuto alle economie aziendali e per la loro internazionalizzazione.
        All'articolo 4 si istituisce un sistema premiante per Paesi in via di sviluppo che non impiegano lavoro minorile, anche al fine di aiutare la sostituzione dei bambini con gli adulti nelle loro produzioni. Si è raccordata questa esigenza con la legge sul debito internazionale dei Paesi in via di sviluppo, nel quadro della cooperazione internazionale.
        All'articolo 5 si autorizza l'Autorità garante della concorrenza e del mercato ad intervenire ogni qualvolta ci siano violazioni nei diritti umani fondamentali, a partire dalla presenza dei lavori minorili. La presenza dell'Autorità è giustificata dal fatto che ogni violazione etica è anche violazione delle regole della libera, leale ed equa concorrenza fra le imprese.
        All'articolo 6 si prevedono alcune sanzioni che si sommano a quelle dei comportamenti che il mercato attuerà liberamente, in caso di utilizzo di lavori minorili e violazione dei diritti umani fondamentali.
        All'articolo 7 si istituisce la Consulta in tema di conformità sociale e lavoro minorile, in funzione di quella filosofia della Carta degli impegni che promuove la partecipazione delle parti sociali, il metodo della concertazione e la ricerca della responsabilità, nei comportamenti economici coerenti con i princìpi e i valori etici.
        All'articolo 8 si prevede la copertura finanziaria della legge, che, ridotta al minimo, non costituisce un onere gravoso per l'erario.
        All'articolo 9, infine, si stabilisce la data di entrata in vigore della legge.




Frontespizio Testo articoli