XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1595
Onorevoli Colleghi! - L'opinione pubblica, le forze
politiche e sociali, la stragrande maggioranza della
magistratura, settori delle Forze dell'ordine ed esponenti
qualificati delle istituzioni di ogni livello avvertono, con
sempre maggiore preoccupazione, il venir meno di due cardini
essenziali di ogni democrazia quali:
a) la trasparenza della legittimazione delle
Istituzioni;
b) la trasparenza delle responsabilità dei diversi
poteri dello Stato.
Tutto ciò ha determinato un intreccio, sempre più
incontrollato ed incontrollabile, tra settori delle Forze di
polizia e settori della magistratura requirente, che finiscono
con il legittimarsi a vicenda, al di fuori delle regole dello
Stato di diritto; si è allargata una logica "premiale" a
favore di "pentiti" che offrono conoscenza interna di ogni
tipo di criminalità, uscendo però subito dal circuito
carcerario, ancor prima che sia stato deliberato dal giudice
di cognizione il carattere di genuinità della fonte di prova e
la coesistenza dell'apporto contributivo alla conoscenza dei
singoli fatti di reato ed all'affermazione della colpevolezza
dei responsabili. E' stato più volte ribadito che in un regime
democratico non è tollerabile che sotto la toga si nascondano
interessi di parte, discriminazioni colpevoli o faziosità. E'
giunto il momento di dire basta. Non è sufficiente, infatti,
avere delle regole: bisogna applicarle. E' necessario che
ognuno svolga finalmente la sua parte, ma senza riguardi per
nessuno e senza più contribuire alla fabbrica degli inquisiti
come mostri presentandoli così ai mass-media. Esiste
certo un diritto costituzionale alla diffusione di notizie di
interesse pubblico, ma perché insistere sulla profusione a
rendere pubblico, ora dopo ora, ogni interrogatorio, ogni
particolare del delitto? Ma perché nessuno più insiste a
ricordare la presunzione di innocenza? Cominciamo tutti a
riesumare un diritto costituzionale da molti ormai calpestato
e seppellito! Oggi più che mai si assiste ad un fenomeno di
fioritura di sub-cultura, che ha determinato una vera e
propria "normalizzazione" della potestà legislativa nei
confronti di fenomeni che sono stati affrontati con la
legislazione d'emergenza, ma che poi, tranne rari casi, non
hanno conosciuto altre forme esplicative della funzione
legislativa. Occorre, invece, procedere a proposte che
affrontino i problemi in un'ottica complessiva che possa
evitare una pericolosa evoluzione strutturale del modo di fare
giustizia in Italia. Occorre, poi, definire un nuovo rapporto
tra organi della Magistratura e garanzia della legalità
nell'esercizio dell'azione penale con l'introduzione di regole
deontologiche della Magistratura che assicurino una maggiore
professionalità, con adeguati interventi sia nella formazione
che nell'esercizio della giurisdizione. Inoltre, la lotta
contro l'illegalità è condizione per la ripresa di una
autentica vita democratica e, quindi, occorre che la legalità
accompagni non soltanto il percorso delle forze politiche e
amministrative, ma anche quelle della Magistratura che
garantirà, in tale modo, il vivere giusto anche nelle aule di
giustizia. Per tutto ciò occorre, innanzitutto, non già
normalizzare la Magistratura né raffreddare l'azione del
pubblico ministero, bensì rendere efficienti i meccanismi di
controllo della legalità sostanziale e procedurale affinché
una parte del processo non sia protagonista esclusivo e viva
il procedimento senza strategie di contestazione degli altri
poteri bensì solo come momento di verifica di una realtà
processuale in termini positivi o negativi di affermazione di
responsabilità e in senso più lato, di accertamento di un
fatto sulla specifica domanda di giustizia. Peraltro, il fine
condiviso di battere la criminalità organizzata e tangentista,
ha finito con il giustificare la progressiva blindatura della
convivenza collettiva, con grave sacrificio delle garanzie
individuali. L'interpretazione a dismisura dei reati
associativi e dei relativi concorsi esterni, ha finito con il
rendere ambigui i contorni della certezza del diritto,
eludendo, inoltre, il principio costituzionale della
responsabilità individuale e personale in campo penale. Non
può, poi, trascurarsi il sempre più frequente utilizzo dei
Servizi segreti anche militari nelle attività investigative di
tipo giudiziario e, ciò, in difformità dalla legge in materia
di sezione di servizi di Polizia giudiziaria alle dipendenze
del procuratore della Repubblica. Le succitate preoccupazioni
hanno trovato punti di riferimento concreti in episodi che
pongono con forza il tema della legalità nell'uso di alcuni
poteri istituzionali di particolare delicatezza, perché
incidono sui diritti di libertà, di opinione e di lavoro dei
singoli cittadini. Chi non ricorda l'enorme impatto che ha
avuto e che ha nell'opinione pubblica il persistente e
diuturno intervento attraverso i mass-media di
magistrati famosi per la pubblicità data alle loro inchieste
giudiziarie. Oppure il continuo intersecarsi del potere
giudiziario o, addirittura, di polizia sulle scelte o gli
indirizzi politici del Parlamento, del Governo, o dei singoli
rappresentanti elettivi. Ed ancora, chi non ricorda l'utilizzo
strumentale delle inchieste giudiziarie per fini politici,
così come i casi di numerosi collaboratori di giustizia,
troppo presto rimessi in libertà, e sorpresi a commettere
gravissimi reati. Né può sottrarsi il groviglio di ombre
esistenti su aumentati contatti tra collaboratori di
giustizia, elementi di spicco della mafia ed alti funzionari
dello Stato, al di fuori dei canali di collegamento previsti
dalla normativa vigente. Ed ancora, meritano adeguato
approfondimento i casi delle agende informatiche del dottor
Falcone, fatte decrittare in Giappone nell'assoluto silenzio,
e delle denunce rese note nel rapporto Serra sugli intrecci
tra settori della Magistratura, settori della Polizia e
sindacati nell'inquietante vicenda dei fratelli Savi e della
questura di Bologna. Ancora, l'irrisolto motivo che determinò
il suicidio del maresciallo Antonino Lombardo del ROS nello
scenario inquietante del ritorno del boss Gaetano
Badalamenti in Italia, affinché potesse essere interrogato nei
più delicati processi di criminalità mafiosa e politica. Le
sopra descritte preoccupazioni sono state, peraltro, al centro
di una attenta analisi espletata dall'ex Presidente del
Comitato nazionale dell'economia e del lavoro, professor
Giuseppe De Rita, giunto a denunciare la necessità di
verificare ed accertare quello che è avvenuto in questi anni
all'insegna delle varie emergenze e per il quale esistono, di
fatto, manovre ed interessi non confessabili diretti a creare
poteri fuori da ogni legittimazione e controllo democratico,
nonché dall'ex Presidente della Repubblica, senatore Francesco
Cossiga, che ha denunciato gli inquietanti episodi che hanno
avuto come scenario lo scontro tra poteri diversi dello Stato.
Troppo spesso Governo, Parlamento e partiti politici sono
rimasti a guardare mentre alcuni apparati dello Stato hanno
colmato vuoti di potere, sicché in molti si è ingenerata una
certezza e cioè che in Italia la classe dirigente del Paese è
in realtà rappresentata da alcuni uffici del pubblico
ministero e degli apparati dell'esecutivo che ne costituiscono
necessariamente il braccio operativo. Può una soluzione, per
salvaguardare la riaffermazione di uno Stato di diritto,
essere affidata soltanto alla Magistratura? E la Magistratura,
fino ad ora, quale ruolo ha avuto in questo disfacimento dello
Stato di diritto? Sono questi interrogativi che si deve avere
il coraggio di sciogliere, al di fuori di quelli che sono gli
attuali schieramenti politici, per non alimentare una
confusione nazionale e per restituire una speranza al Paese
che vuole vivere in un regime democratico imperniato sul
rispetto dei diritti individuali e sull'equilibrio dei poteri.
In diversi settori della società civile e degli organi dello
Stato sembra esserci ormai la consapevolezza che esistono
tutti i sintomi di una situazione preoccupante, che potrebbe
diventare esplosiva, e, da questa consapevolezza, scaturisce
l'impegno necessario per realizzare un'azione per conoscere il
fenomeno ed informare un intreccio altamente pericoloso per la
libertà dell'individuo. Per poter presentare al Parlamento
adeguate proposte è importante prima acquisire ogni notizia
utile sulle situazioni di illegalità, poi mettere insieme, in
un quadro unitario, le notizie acquisite, i risultati delle
azioni già eseguite, gli accertati straripamenti di potere per
affrontare un progetto operativo da presentare al Parlamento,
al Governo, alla pubblica opinione. Ciò che si propone la
Commissione, che con la presente proposta di legge si vuole
istituire, è, dunque, di accertare quale rispettoso ed
equidistante rapporto vi sia tra i poteri dello Stato e di
verificare se sia stata garantita la legalità nell'esercizio
del singolo potere; rientra tra i propositi della Commissione
accertare, inoltre, se vi è necessità di riforma sui
meccanismi di controllo che dovrebbero sovrintendere alla
rispettosa osservanza della legalità delle singole situazioni.
Va, dunque, operato ogni sforzo per riaffermare la supremazia
della legalità sia sulla politica che sulle altre istituzioni
in quanto, sicuramente fino ad oggi riguardo ad alcuni
fenomeni, di cui sicuramente va riconosciuta l'utilità,
qualcosa non ha funzionato nel metodo (con lo spregiudicato
uso della custodia cautelare) e nella direzione, in quanto c'è
stata spesso una concentrazione delle indagini verso una
determinata parte. La legalità, quindi, va riaffermata come
precondizione, come strumento per il raggiungimento, non
soltanto del rispetto dei diritti costituzionalmente
garantiti, ma anche come valore indispensabile per una
salutare bonifica di poteri deviati e rappresenta l'unico
veicolo per lo sviluppo di una società civile e giusta. La
Commissione poi si adopererà per verificare l'effettivo
adeguamento delle normative italiane alle direttive della
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo
e della libertà fondamentali, affinché princìpi come quello
della presunzione d'innocenza non possano, anche se
parzialmente nella attuazione pratica, assumere il rilievo
opposto e cioè quello della presunzione di colpevolezza
attraverso la spettacolarizzazione del processo e la
diffusione, tramite organi di stampa, di notizie su vicende
giudiziarie che danneggiano il diritto alla riservatezza
dell'individuo, alimentando invece, nel pubblico, un
convincimento spesso legato soltanto ad una utilizzazione
visiva ed auditiva piuttosto che ad una realtà vera e comunque
limitata a tutti i fatti più importanti e cioè a quelli che
riguardano la vita sociale. L'articolo 10 della citata
Convenzione, nel riaffermare la libertà di ciascuno di
ricevere e comunicare informazioni prevede la possibilità di
restrizioni "per garantire l'autorità e l'imparzialità del
potere giudiziario". Non sempre la disciplina vigente è stata
osservata coerentemente e spesso il diritto alla riservatezza
delle parti è rimasto soccombente, non già al diritto di
informazione, bensì al raggiungimento di fini che niente hanno
avuto a che fare, e con il "servizio giustizia" e con
l'interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza
di atti di indagini preliminari. Vi sono stati, poi, evidenti
interferenze, segnalate anche dai procuratori generali di
autorità giudiziarie, nell'attività parlamentare; si tratta a
questo punto di verificare se tutto ciò sia più permissibile
nel nostro ordinamento costituzionale e se i provvedimenti
adottati, anziché essere appoggiati su norme di leggi, siano
stati piuttosto supportati e ispirati da altri centri di
potere che hanno inteso in tale modo cooptarli nella gestione
della cosa pubblica.