XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1552
Onorevoli Colleghi! - L'indagine sui consumi delle
famiglie condotta annualmente dall'Istituto nazionale di
statistica, che offre il riferimento per la valutazione del
fenomeno della povertà e della esclusione sociale, indica in
circa 900 mila lire mensili la linea di povertà relativa.
Le associazioni pensionati del lavoro autonomo in
agricoltura, facendo anche riferimento a tale indagine, hanno
richiamato l'attenzione sull'attuale importo pensionistico al
minimo per gli agricoltori, che è pari a 738.900 lire.
I dati statistici dimostrano in modo inequivocabile che il
comparto agricolo ha vissuto e tuttora vive una crisi
strutturale che non ha avuto e non ha uguali in nessun altro
settore.
Basti evidenziare che nel 1946 gli addetti erano oltre il
40 per cento della popolazione nazionale, mentre oggi i
professionali, occupati a tempo pieno, si riducono a poco più
del 4 per cento.
A fare maggiormente le spese di tanta rivoluzione, sono
stati principalmente i piccoli proprietari coltivatori
diretti, i mezzadri, i coloni e gli imprenditori agricoli a
titolo principale.
Il ridimensionamento e la ristrutturazione del settore
agricolo è una conseguenza evolutiva che ha trasformato, dal
dopoguerra ad oggi, l'Italia da Paese ad economia povera,
prevalentemente agricola, a Paese avanzato, moderno e
industrializzato, annoverandolo fra i sette grandi del
mondo.
L'agricoltura, purtroppo, ha beneficiato in minima parte
dell'apporto di ricchezza conseguente alla industrializzazione
ed al boom economico degli scorsi decenni.
La categoria agricola, che ha fornito le braccia dei suoi
giovani per la crescente attività industriale, favorendone lo
sviluppo dell'industria stessa, ne ha però subito la politica
che, per favorire le sue esportazioni, spesso ha generato
anomala concorrenza, penalizzando l'economia agricola, dovuta
a produzioni agricole estere introdotte in Italia quale
scambio con i prodotti industriali.
Infine, la globalizzazione favorisce l'industria e
penalizza l'agricoltura tradizionale fino a quando, livellando
i prezzi, non si livellano anche i costi per quelle imprese,
come le imprese agricole, che, a differenza di quelle
industriali, non possono trasferire le loro "fabbriche" nei
Paesi sottosviluppati ove è basso il costo della
manodopera.
Ma cosa succederebbe se anche i nostri agricoltori, come
fanno molte industrie, potessero e decidessero di trasferire
la loro attività in altre parti del mondo, abbandonando le
loro aziende come fanno alcuni industriali che abbandonano le
loro fabbriche e licenziano gli operai scaricandone gli oneri
sociali sulla collettività?
Le mura e le ciminiere delle fabbriche abbandonate al
degrado deturpano il paesaggio, ma ben più grave ed
irreversibile sarebbe il degrado dell'ambiente e del paesaggio
se i coltivatori abbandonassero il territorio del quale sono
da secoli gestori e custodi.
Non sempre la collettività e, di conseguenza, il mondo
politico riconoscono ai veri attori dell'ambiente ed ai
produttori degli indispensabili salubri alimenti, il loro
importante ed insostituibile ruolo. E, per questo, non sempre
le risposte delle pubbliche istituzioni sono adeguate alle
reali esigenze.
Ciò vale in tutti i campi, ad iniziare dalla difesa della
tipicità delle nostre pregiate produzioni agricole e dei loro
prezzi i quali, detratti i costi sempre crescenti,
rappresentano la spesso inadeguata retribuzione dei lavoratori
dei campi.
I risultati della ricerca scientifica e l'applicazione
delle nuove tecnologie, favoriscono la quantità e la qualità
delle produzioni agricole e il conseguente migliore risultato
economico, ma essi non sono sufficienti, però, nelle
situazioni in cui non è possibile ottimizzare le strutture
aziendali per ridurre i costi o riconvertire le produzioni per
adeguarsi alle nuove esigenze di mercato, e garantire la
sopravvivenza alle aziende stesse.
I soggetti giovani, costretti ad abbandonare l'attività
agricola per l'inadeguato reddito, nonostante la notevole
disoccupazione giovanile, trovano, essendo disponibili a
qualsiasi lavoro, facilmente occupazione in altri settori.
Gli anziani, che pur svolgono ancora una preziosa attività
di presidio del territorio, privi del reddito aziendale, dopo
aver lavorato una vita intera, servito il Paese, in guerra ed
in pace, versati decenni di contributi assicurativi, devono
adattarsi a sopravvivere, nella maggior parte dei casi, con
una pensione di 738 mila lire mensili, ben al di sotto del
limite minimo di sopravvivenza e molto vicina alle 659.650
lire dell'assegno sociale concesso a coloro che non hanno mai
versato alcun tipo di contributo assicurativo.
Oggi non sono pochi gli anziani che, nell'intento di
integrare la loro modestissima pensione, continuano a
condurre, spesso con metodi superati ed irrazionali,
appezzamenti di terreni in proprietà ed in affitto. Si tratta
di una situazione che non facilita l'ampliamento ed il
consolidamento di nuove imprese, economicamente valide,
gestite da giovani secondo gli indirizzi indicati dall'Unione
europea e dal Governo e favoriti dal regolamento (CEE) n.
2079/92 del Consiglio, del 30 giugno 1992, e dalle leggi n.
441 del 1998 e n. 57 del 2001.
Creare le condizioni migliori per l'insediamento dei
giovani in agricoltura, rendendo disponibile anche il terreno
ancora trattenuto dagli anziani, è quanto mai opportuno
nell'interesse generale del Paese, tenendo conto dell'ormai
consolidata inversione di tendenza che vede i giovani migliori
fare la scelta di non più abbandonare l'agricoltura, quando ne
riscontrano le condizioni economiche.
L'intervento nei confronti degli anziani deve essere
quindi inteso, come prevede il citato regolamento (CEE) n.
2079/92, non solo come un intervento di carattere sociale, ma
soprattutto, come stimolo alla riconversione,
all'ammodernamento ed al ringiovanimento della nostra
agricoltura per renderla competitiva e concorrenziale sui
mercati mondiali.
Per le considerazioni in premessa, ma anche per un giusto
riconoscimento dovuto a cittadini anziani meritevoli della
massima considerazione per il loro vissuto di lavoro e di
esperienza e quali portatori di autentici valori, si prega gli
onorevoli colleghi di voler valutare con benevola attenzione
la seguente proposta di legge.
Essa tende, limitatamente ai trattamenti pensionistici in
essere ed a quelli futuri, fino al riordino definitivo del
sistema e per i titolari con basso reddito, ad attribuire loro
un assegno mensile pari ad un terzo del trattamento minimo.
Il Parlamento europeo e la Commissione dell'Unione
europea, a conclusione dell'"Anno europeo delle persone
anziane e della solidarietà", hanno raccomandato ai Paesi
membri l'introduzione di un reddito minimo garantito al fine
di evitare agli anziani forme di esclusione sociale.
Per quanto riguarda l'onere relativo all'attuazione della
legge, dobbiamo intanto rimarcare che se il settore agricolo,
soggetto a crisi strutturale, che ha espulso in meno di
cinquanta anni il 90 per cento dei suoi addetti, avesse potuto
usufruire degli ammortizzatori sociali, come il comparto
industriale, quali cassa integrazione, assegni di
disoccupazione e prepensionamento, la collettività si sarebbe
dovuta fare carico di svariate centinaia di miliardi di
lire.
Oggi la gestione previdenziale dei coltivatori diretti,
coloni e mezzadri, è caratterizzata da un rapporto negativo
tra numero di pensionati, pari a circa 2.000.000, e iscritti,
pari a 700.000. In questa ottica si calcola che per portare
tali pensionati al di sopra della soglia di povertà, la spesa
totale a carico dello Stato è stimata in circa 400 miliardi di
lire.
E' opportuno, inoltre, rilevare che la gestione
dell'Istituto nazionale di previdenza sociale per i
coltivatori diretti, ovviamente passiva per il forte calo
della popolazione rurale che genera l'anomalo rapporto di tre
pensionati per ogni attivo, essendo l'età media dei titolari
di pensioni di vecchiaia di 76 anni, tende a migliorare per
ovvie cause fisiologiche e per l'inserimento di nuove unità
attive sostitutive, per cui è possibile, almeno in parte,
assorbire i maggiori oneri dai risparmi di gestione.
Si è consapevoli della necessità di alleggerire l'onere
del "sistema pensione" in Italia, ma si evidenzia che se l'età
media degli attuali pensionati delle altre categorie fosse a
livello dei coltivatori diretti, la situazione finanziaria
sarebbe ben diversa.
La presente proposta di legge si compone di 4 articoli:
l'articolo 1 stabilisce l'ambito di applicazione, l'articolo 2
reca norme sull'assegno integrativo, l'articolo 3 stabilisce
la decorrenza del beneficio ed, infine, l'articolo 4 ne
prevede la copertura finanziaria.