XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1517
Onorevoli Colleghi! - I dati relativi al fenomeno della
povertà, in Italia, sono davvero disarmanti. L'Istituto
nazionale di statistica (ISTAT) con riferimento all'anno 2000,
ha calcolato che nel nostro Paese i poveri sono quasi otto
milioni, il 13 per cento degli italiani, il 12,3 per cento
delle famiglie; mentre il Mezzogiorno rimane la terra del
maggior numero di bisognosi con il triste primato del 63 per
cento delle famiglie povere, il fenomeno è in aumento tanto al
nord (dove le famiglie povere sono passate dal 5 per cento al
5,7 per cento) quanto al centro (dall'8,8 per cento al 9,7 per
cento).
Il primo passo per la elaborazione di una strategia
efficace di lotta a tale fenomeno è quello di misurarne
l'entità, di individuarne le cause effettive e quindi
procedere alla individuazione dei mezzi più efficaci per fare
fronte a questa piaga sociale.
Per queste ed altre ragioni si chiede, dunque, con la
proposta di legge, l'istituzione di una Commissione
parlamentare di inchiesta che faccia luce sulla reale natura e
portata del fenomeno povertà in Italia, al fine di attuare
un'opportuna politica di sostegno e di aiuto sostanziale al
popolo degli indigenti.
Generalmente le dimensioni della povertà vengono calcolate
sui livelli di reddito o di consumo, per cui una persona viene
considerata povera se i suoi livelli di reddito o di consumo
sono inferiori ad un livello considerato minimo necessario a
soddisfare le necessità di base, denominato "linea di
povertà". Questo livello muta a seconda delle condizioni
storiche e geografiche, dei tempi e delle tradizioni sociali e
culturali; per questo ogni Paese utilizza proprie "linee di
povertà".
In Italia si considera povera una famiglia di due persone
che spende meno di circa un milione e mezzo al mese, cioè la
somma che normalmente spende in media una persona. Più
precisamente si distinguono le "famiglie sicuramente non
povere" intendendosi per tali quelle che hanno una capacità
di spesa superiore di almeno il 20 per cento alla soglia di un
milione 568 mila lire al mese; le "famiglie quasi
povere" che si trovano immediatamente sopra la linea di
povertà; "i nuclei appena poveri", che sono coloro che
stanno sotto la linea di povertà, ma non versano in condizioni
di indigenza; ed infine le "famiglie sicuramente
povere", che sono quelle che spesso non riescono ad
arrivare alla fine del mese.
Chi sta sotto questa soglia si trova in condizioni di
povertà assoluta, non riuscendo praticamente ad acquistare
neanche i beni ed i servizi considerati essenziali per una
vita dignitosa e normale. Nel 2000, versavano in questa
situazione 24 mila famiglie, 2 milioni 937 mila persone, il
5,1 per cento degli italiani, il 4,3 per cento delle
famiglie.
Condizioni di vita inaccettabili che creano emarginazione
ed isolamento, che allontanano i "poveri" dai legami più
classici e significativi, quali la famiglia, la scuola, il
lavoro, che ne fanno delle persone di "serie b", staccate dal
tessuto sociale, spesso inevitabilmente attratte dal mondo
della criminalità e da quelle realtà sociali più distorte,
degradate e degradanti.
Trovare margini di soluzione al fenomeno della povertà
significa, infatti, anche assicurare alla società minori
rischi in termini di sicurezza e della qualità di vita,
allontanando i meno fortunati dalle più allettanti tentazioni
antisociali.
Significa porre interventi che hanno l'obiettivo di
incidere direttamente sui comportamenti e sulle cause
determinanti le situazioni osservate di povertà.
Anche l'Europa ha preso coscienza della gravità, della
complessità e dell'urgenza del problema, al punto di
riconoscere la necessità di inserire la lotta alla povertà tra
gli obiettivi strategici primari di ogni governo.
Tristemente bisogna rilevare l'inesistenza o per lo meno
l'inefficacia delle politiche governative degli ultimi anni,
che al di là dei proclami e delle demagogie non hanno previsto
intervento alcuno a favore del grande dramma dei poveri, che
stazionano in fondo alla scala del benessere, lontani dai pure
minimi livelli di vivibilità e di dignità sociale.
Anche se, secondo i dati ISTAT, l'incidenza della povertà
relativa è sostanzialmente stabile, è significativo scoprire
che l'indigenza si concentra comunque e prevalentemente nel
sud, nelle famiglie numerose e in quelle con anziani; è
inaccettabile dover ammettere che l'avere tre figli o un
anziano a carico sia oggi un fattore ad alto rischio di
povertà.
E' una questione eminentemente politica, si tratta di
decidere quale società si vuole incoraggiare, quella dei
single, della natalità zero, dei due stipendi destinati
alla soddisfazione dei lussi e degli sfizi o quella di chi non
si piega alla logica dell'individualismo consumista e
responsabilmente si fa carico di una famiglia, di due, tre
figli, e magari dei nonni? E se comunque non si vuole, come è
giusto, penalizzare nessuna scelta, non si può non domandarsi,
ad esempio, chi pagherà domani le pensioni di questi "giovani
rampanti" di oggi.
Sul fatto che si tratti di un problema politico concorda
anche il cardinal Tonini, che invoca anch'egli una Commissione
di inchiesta parlamentare, che ufficializzi quanto la Chiesa,
attraverso i parroci, monitorizza quotidianamente.
Per le ragioni esposte si auspica, dunque, una tempestiva
approvazione della proposta di legge.