XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1407
Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge
riproduce lo schema di un'analoga iniziativa promossa nel
corso della XIII legislatura dell'onorevole Cuscunà (atto
Camera n. 6983), da sempre impegnato in prima linea
nell'azione di tutela e di valorizzazione dei cosiddetti
prodotti di nicchia, e sostenuta con convinzione da tutto il
gruppo di Alleanza nazionale.
La proposta di legge detta disposizioni per il
riconoscimento e la tutela della carne bufalina italiana, nel
contesto di un'iniziativa più ampia di salvaguardia di
produzioni tipiche che, pur legate a potenzialità di sviluppo
assai consistenti, rischiano di essere irrimediabilmente
penalizzate. In tale ottica, l'obiettivo dell'estensione della
filiera bufalina al comparto carne risponde ad una duplice
esigenza: da un lato, creare le premesse per un'adeguata
tutela del produttore; dall'altro, garantire elevati livelli
qualitativi del prodotto da immettere sul mercato, in un
contesto che dovrà risultare funzionale alla corrispondente
tutela del consumatore.
La presenza in Italia della specie bufalina può essere
fatta risalire all'antica Roma (ne fanno fede scritti di
Catullo e di Apicio) e, successivamente, all'epoca longobarda,
come si evince da un testo del VII secolo dopo Cristo, nel
quale è contenuto un riferimento all'allevamento di capi
bufalini nella zona di Aquileia. E', tuttavia, soltanto nel
basso Lazio ed in Campania che l'allevamento di questa specie
ha assunto nel tempo caratteristiche tali da rappresentare una
fonte di ricchezza. Oggi in Italia sono allevati oltre 200
mila capi bufalini, dei quali 160 mila in Campania e circa 30
mila nel Lazio.
Com'è noto, il bufalo appartiene all'ordine degli
artiodattili ed alla famiglia dei bòvidi. La sottofamiglia dei
bovini nella "tribù" dei bufalini comprende la razza bufalina
"Mediterranea", presente in Italia, della quale recenti studi
biochimici hanno dimostrato l'origine autoctona.
Va peraltro considerato che negli ultimi decenni un
rilevante numero di capi della razza "Mediterranea" è stato
esportato in varie parti del mondo, in particolare in
Venezuela, Brasile, Argentina, Israele ed Inghilterra. In
Romania ed in Bulgaria, inoltre, viene allevata una razza
bufalina definita "italiana", geneticamente compatibile e
somaticamente simile alla "Mediterranea", pur
differenziandosene in termini di produttività di latte e di
resa di quest'ultimo in fase di caseificazione.
In tutte le parti del mondo nelle quali se ne registra la
diffusione (è stato computato un numero complessivo di capi
pari a circa 160 milioni, appartenenti a svariate razze: oltre
alla "Mediterranea", swamp, river, murrah, jafarabadi,
carabo, non sempre compatibili tra di loro sotto il profilo
genetico), l'allevamento della specie bufalina è destinato sia
alla produzione di latte che a quella della carne. In Italia,
al contrario, il discorso è limitato esclusivamente al latte
ed alla sua trasformazione nella più famosa e celebre
mozzarella di bufala a denominazione di origine protetta
(DOP).
Le ragioni di questo assurdo disinteresse vanno ricercate,
in primo luogo, nella prevalente collocazione, dovuta a
diversi fattori, di questa tipologia di allevamento nel centro
sud, area nella quale la carne, in particolare quella
bufalina, non è mai stata valutata in termini adeguati sotto
il profilo della tradizione sia zootecnica sia alimentare. La
carne, insomma, non è parte integrante della dieta
mediterranea, anche se quella bufalina, per le sue
caratteristiche naturali, potrebbe a giusta ragione rivestire
un ruolo fondamentale in questo stile alimentare che va sempre
più diffondendosi ovunque.
Se a questo aggiungiamo il grande successo della
mozzarella e l'ottimo prezzo che il latte bufalino riesce a
spuntare nei confronti di quello bovino (più del triplo), si
individua un ulteriore fattore che, in coerenza con una
consuetudine che purtroppo caratterizza il meridione d'Italia,
non ha certamente stimolato gli allevatori nella ricerca di
un'ulteriore fonte di reddito.
Il fatto che il compatto della carne bufalina sia sempre
stato trascurato in Italia ha anche creato svariati problemi
nella gestione degli allevamenti. Infatti, il ritardo che si
accumula nella rimonta dei capi da latte, venendo a mancare
l'ottimale utilizzo, quindi il mercato con un suo prezzo di
riferimento per i cosiddetti "fine carriera", appunto da
latte, fa sì che vengano spesso munti animali troppo anziani e
che alla fine siano macellati solo quelli le cui carni
finiscono per rovinare l'immagine di una derrata che, se al
contrario, viene ben prodotta, in maniera cioè finalizzata, ha
dimostrato avere un eccellente livello qualitativo.
Va subito detto però che molti operatori del settore
ignorano questo aspetto, come peraltro dimostra l'abusata ed
ingenerosa espressione "dare una bufala", originata proprio
dalle ipotesi in cui una pessima carne bufalina, proveniente
cioè da un animale molto vecchio, sia spacciata per bovina.
Tutto ciò, oltre ad ulteriori argomentazioni squisitamente
tecniche ma anche storiche ed antropologiche (che portano a
ritenere che un mammifero non possa utilmente essere allevato
soltanto in funzione del latte, trascurando completamente
l'utilizzazione della carne, pena l'emergere di innumerevoli
problematiche gestionali, sanitarie, legali, ambientali,
produttive, di immagine della commercializzazione dei
prodotti, di mantenimento del monopolio di mercato) induce
sempre più gli operatori del settore, od almeno quelli più
lungimiranti e dotati di spirito di impresa, a considerare un
grave errore fondare tutto il comparto bufalino italiano, caso
più unico che raro, solo sul latte per la totale
trasformazione di esso in un unico, anche se eccezionale
formaggio, tutelato peraltro con la DOP europea. A questa
apertura verso nuovi e raggiungibili orizzonti per gli
allevatori hanno contribuito recenti ricerche sull'ingrasso
dei vitelli e sul finissaggio dei capi adulti, che hanno
meglio dimostrato rispetto al passato l'utilità di questa
specie animale ai fini della produzione della carne.
Ma è soprattutto l'idea di come quest'ultima ben si presti
per la trasformazione industriale in salumi insaccati e non
insaccati, patè, omogeneizzati ed altro, a rappresentare
la vera novità. Né può essere trascurato come anche la linea
fresca, in particolare quella funzionale a tagli pregiati da
destinare alle migliori realtà della ristorazione, vada
considerata, così come quella surgelata, in una seconda fase,
in relazione ad un target elevato di consumatori.
La richiesta di carne di qualità, alla luce anche di
vicende verificatesi negli ultimi anni (morbo della mucca
pazza, carne agli ormoni) si fa sempre più pressante ed il
compatto della carne bufalina italiana, il cui potenziale
resterà comunque sempre limitato ad una nicchia di mercato
(attualmente si fonda su 50 mila vitelli maschi all'anno
inutilizzati e su circa 20 mila femmine considerate "fine
carriera" per la produzione di latte), non può non trovare il
suo importante spazio.
Vi è poi da considerare l'intero indotto economico ed in
particolare quello derivante dalla commercializzazione della
pelle di questo animale, già oggi utilizzata per la
fabbricazione di nastri trasportatori per l'industria
automobilistica e per la copertura dei sedili di auto di alta
gamma. Da tutto ciò deriva il fondamentale discorso del
potenziale impiego di nuova manodopera, anche femminile.
Una carne, quella bufalina, particolarmente adatta al
consumo per le sue caratteristiche biochimiche e
bromatologiche molto particolari: ottimo contenuto proteico,
estremamente magra, basso livello di colesterolo, alto
contenuto di ferro, ipocalorica, tenera, chiara, succosa. Una
carne per gli atleti, ma anche per i malati e gli anziani; una
carne per chi intenda seguire una dieta, ma anche per chi non
disdegna i piaceri della tavola; una carne non vietata da
alcuna religione, che potrebbe essere quindi destinata anche
al mercato islamico, grosso punto di riferimento commerciale
per l'Italia, il mercato del nostro futuro.
A tali fini è stata redatta la presente proposta di legge,
della quale si auspica la rapida approvazione, nella
consapevolezza che la formulazione tecnica dell'articolato
appare coerentemente compatibile con la normativa europea di
settore.