XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1359
Onorevoli Colleghi! - Il mercato fondiario è stato nel
nostro Paese per troppo tempo oppresso e irregimentato da
normative che ne hanno ostacolato la mobilità, impedendo la
formazione di un'impresa agraria vitale e capace di competere
sul mercato. Con la riforma della politica agricola comune
(PAC), l'Unione europea ha avviato un radicale processo di
modifica dell'intervento pubblico in agricoltura eliminando il
sostegno ai prezzi ed introducendo misure atte a potenziare
l'impresa agricola così da orientarla verso il libero mercato.
Il passaggio al libero mercato è stato realizzato in sede di
Unione europea introducendo misure compensative e di carattere
strutturale orientate a stimolare il rafforzamento
dell'impresa agraria per affrontare la crescente competizione
dei mercati destinati alla completa liberalizzazione. In tale
contesto la crescita della dimensione fisica d'impresa
rappresenta un elemento cruciale ed irrinunciabile di un
percorso finalizzato all'aumento della competitività che, pena
la sua scomparsa, dovrà caratterizzare l'impresa agricola. Con
una dimensione media aziendale di 5 ettari di superficie
agricola, per di più sostanzialmente immobile dal dopoguerra,
l'Italia è l'unico Paese a non essere riuscito a far uscire
l'agricoltura dall'alveo delle micro-imprese. Si pensi che in
Francia la dimensione media aziendale è andata aumentando,
anche prima della riforma della PAC, e oggi è di poco
inferiore ai 30 ettari. Difficile se non impossibile sarà per
i nostri imprenditori agricoli pensare di competere su un
mercato sempre più libero se rimarranno queste dimensioni
aziendali. E queste resteranno se non si eliminerà rapidamente
quel complesso farraginoso di normative che ingabbia il
mercato fondiario in una morsa di rigide disposizioni "di
lacci e laccioli", che impediscono la formazione di un'impresa
economicamente valida.
Tutta la legislazione sui patti agrari va rivista per
adeguarla ai canoni dell'efficienza, per eliminare sprechi e
interventi distorsivi dello Stato, per liberare nuove e
giovani forze imprenditoriali. Sarà necessario agire sulla
privatizzazione di vasti terreni di proprietà pubblica, sugli
oneri fiscali che pesano sulla successione diretta e sulla
compravendita, sulla formazione di società di capitali e su
altri fattori determinanti per modernizzare il mercato
fondiario. La prima tappa di questo inevitabile processo di
deregolamentazione riguarda l'affitto dei fondi rustici,
ancora oppresso da una normativa antiquata che alcuni
vorrebbero surrettiziamente preservare, perpetuando forme di
assistenzialismo anacronistiche e fortemente distorsive del
mercato. La ferrea regolamentazione dell'affitto agrario fu di
fatto prorogata per quindici anni con la legge 3 maggio 1982,
n. 203, che però stabiliva una sorta di scadenza ultimativa
entro la quale la riforma doveva essere realizzata.
Il contesto in cui si trova ad operare l'impresa agricola
è radicalmente modificato, impedendo oggi scelte coraggiose di
apertura al mercato e di coerenza con le tanto declamate
scelte a favore del libero mercato. Non sussistono più,
d'altra parte, le motivazioni che indussero la Corte
costituzionale, con sentenza n. 16 del 21 marzo 1968, a
giustificare una tanto lunga proroga sia perché la figura del
coltivatore diretto è di per se stessa superata da quella
dell'imprenditore a titolo principale sia perché abbiamo noi
stessi aderito ad un regolamento comunitario - il regolamento
(CEE) n. 2079/92 - che vuol favorire il ricambio generazionale
in agricoltura. Altri Paesi stanno utilizzando ampiamente
questa provvidenza, che da noi viene colpevolmente trascurata,
sprecando anche su questo fronte risorse messe a disposizione
dell'Unione europea. La presente proposta di legge intende
aprire il mercato degli affitti alla libera trattativa,
agevolando nel contempo la fuoriuscita degli anziani e
l'inserimento di nuove forze imprenditoriali.
La liberalizzazione del mercato accrescerà l'offerta di
terra, favorendo l'aumento della dimensione media aziendale, a
canoni che saranno di fatto calmierati dalla repentina
immissione di nuova terra disponibile a fronte di una domanda
gradualmente crescente nel tempo. Diversamente dal mercato
immobiliare, talvolta caratterizzato da una relativa carenza
di offerta, il mercato dei fondi rustici, se liberalizzato,
potrà contare su un eccesso di offerta di terra e la libera
formazione del canone rispetterà necessariamente le
compatibilità economiche dell'impresa interessata all'affitto.
Infine, e solo allo scopo di accelerare la crescita della
dimensione aziendale e dell'accorpamento, si propone di
estendere il diritto di prelazione, normalmente riconosciuto
agli attuali conduttori, a tutti gli altri confinanti, a
parità di canone ottenuto sul libero mercato.