XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 1327




        Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge nasce da una duplice constatazione:

            1) mentre tutto si globalizza, le nostre istituzioni parlamentari rimangono quasi esclusivamente concentrate sulla dimensione nazionale;

            2) mentre lo spazio europeo, anche se in modo disorganico, giustamente definisce e rafforza le proprie istituzioni rappresentative e intergovernative sovranazionali, l'area mediterranea rischia di rimanere in un grande vuoto istituzionale.

        Ecco, allora, l'idea di rendere più "strutturale" e più ampia l'apertura del nostro Parlamento alla dimensione internazionale e, in particolare, alla dimensione mediterranea.
        Per richiamare i termini della questione, ricorderemo che nei giorni 27 e 28 novembre del 1995, a Barcellona, si è svolta la prima Conferenza con la partecipazione dei Ministri degli esteri dei 15 Paesi dell'Unione europea, delle istituzioni dell'Unione europea stessa (Consiglio, Commissione e Parlamento), di 12 Paesi rivieraschi o contigui non membri dell'Unione europea (Algeria, Autorità Palestinese, Cipro, Egitto, Israele, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia, Giordania) e di altri "osservatori" tra cui la Mauritania, in quanto membro dell'Unione del Maghreb Arabo. Non erano stati invitati per situazioni specifiche, che, auspicabilmente, dovrebbero essere superate nel futuro: Albania, Libia e le Repubbliche ex jugoslave.
        Un discorso compiuto sull'area mediterranea, per altro, al di là dei Paesi presenti a Barcellona, dovrebbe includere, in prospettiva, oltre agli assenti alla Conferenza per ragioni politiche (Albania, Libia, Repubbliche ex jugoslave), anche altri due gruppi di Paesi, almeno in qualità di "osservatori" per affrontare insieme quattro grandi problemi: 1) sicurezza comune, lotta al terrorismo e al narcotraffico, controllo della proliferazione nucleare; 2) diritti umani e tutela delle minoranze; 3) infrastrutture transmediterranee e cooperazione economica; 4) lotta contro la desertificazione, in particolare in base agli allegati I e IV della specifica Convenzione delle Nazioni Unite. Il primo è il gruppo di Paesi che si affaccia sul Mar Nero, che del Mediterraneo è appendice e tributario (Bulgaria, Romania, cinque repubbliche ex sovietiche, o più di cinque per il criterio della contiguità); il secondo gruppo è costituito dai Paesi del Golfo: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait e tutti gli altri Paesi della penisola arabica, nonché il Sudan (per altro collocato lungo il bacino del Nilo e, quindi, connesso al Mediterraneo), sia per la stessa ragione di contiguità, sia per un criterio di unità del mondo arabo e mediorientale.
        Si è trattato, a Barcellona, della prima occasione di confronto generale ed a livello qualificato tra le due "componenti" della comunità mediterranea.
        Usiamo non casualmente il termine "comunità mediterranea" in quanto il posto nella storia e nella cultura di tutti i Paesi rivieraschi di questo mare è unico e peculiare. Questo mare ha visto nascere la civiltà, così come interpretiamo nella nostra cultura questa parola, oltre quaranta secoli fa e per almeno trentacinque di questi secoli è stato al centro della nostra visione del mondo, dei nostri progressi culturali, civili, scientifici, è stato il terreno di cultura delle tre grandi religioni monoteistiche rivelate e lo scenario delle evoluzioni di sistemi politico-istituzionali sempre più complessi e differenziati. Le diverse espressioni culturali, filosofiche, scientifiche, religiose, in questo mare, hanno agito ed interagito; sono, spesso, anzi, spessissimo, entrate in conflitto, ma si sono anche amalgamate in una contaminazione che ha prodotto un "unicum" che sarebbe impensabile senza una qualsiasi di queste componenti: dalle tre religioni che dialogano l'una con l'altra; alla filosofia ellenica ed ellenistica a noi nota, spesso, solo attraverso l'opera degli Arabi; dagli stessi alfabeti alla numerazione oggi in uso universale; dall'introduzione di nuove modalità di produzione ai rapporti mercantili che hanno aperto rotte attraverso cui, per secoli, passarono, al contempo, prodotti commerciali, conoscenze tecnico-scientifiche, idee ed acquisizioni culturali. L'Europa di oggi non sarebbe l'edificio che conosciamo senza l'apporto di "mattoni", ciascuno peculiare ed indispensabile, di civiltà antiche e meno antiche, senza i Fenici o i Romani, gli Egizi o i Greci, ma anche senza gli Arabi o i Berberi, i Normanni, i Longobardi o gli Slavi. Si vedano sul Mediterraneo gli splendidi libri di Braudel e di Matvejevic! Ma torniamo a riflettere anche su ciò che scrisse Hegel nelle sue "Lezioni sulla filosofia della storia": "In Asia il mare non ha importanza: anzi, i popoli hanno chiuso le porte al mare... In Europa, invece, quel che conta è proprio il rapporto col mare: questa è una differenza costante. Lo Stato europeo può essere veramente Stato europeo solo quando è sul mare. Nella vita sul mare è implicita quella specialissima tendenza all'esterno: il procedere della vita oltre se medesima".
        Ciò non vuole affatto dire che questo rapporto "aperto" sia e sia stato semplice, non complicato e complesso, portatore come di grandi prospettive, così anche di inimicizie, di difficoltà e di irriducibilità che hanno portato a lunghi periodi di divorzio.
        In questo mare, nel mezzo secolo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, in un periodo che si considera talvolta di "pace", anche se "fredda", si sono avuti quasi duecento conflitti, guerre vere e proprie, colpi di Stato, situazioni di violenza. Ancora oggi, mentre salutiamo con sollievo la difficile ripresa del processo di pace in Medio oriente, dopo gli accordi su Hebron, il consolidamento dell'analogo processo di pace nell'ex Jugoslavia, tuttavia non possiamo dimenticare quanti e gravi conflitti e tensioni continuino ad esistere, dall'Algeria a Cipro, dal Sahara occidentale alle varie parti del Kurdistan, dal Kossovo e dall'Albania al Libano.
        Il 26 febbraio del 1991, si chiudeva la "guerra del Golfo", una guerra più che "tecnologica" in gran parte "mediterranea". Molti problemi sono ancora aperti davanti a noi: democratizzazione della regione, diritti delle minoranze, totale superamento di un embargo che ha colpito soprattutto la popolazione civile ed i bambini, la sostituzione della teoria del "fianco sud" come nuovo rischio per la NATO con una idea di sicurezza comune che veda finalmente l'Unione europea presente come soggetto portatore di una propria politica estera, di una strategia attiva di "inclusione".
        In questo mare, il nostro Paese, per profonde ragioni culturali, per evidenti, secolari, ragioni storiche, per la collocazione geografico-politica ha, e non può non avere, un particolare interesse, una particolare sensibilità, una particolare vocazione. Infatti, in molte sedi, l'Italia ha sottolineato che il Mediterraneo riveste un valore decisivo, strategico, per se stessa, ma, soprattutto, per l'Unione europea nel suo complesso. Il Mediterraneo è una risorsa!
        Occorre che questa dichiarata attenzione da parte del nostro Paese si espliciti anche attraverso una forte e precisa iniziativa politica che dia continuità e sbocchi alle acquisizioni politiche e, quindi, per fare ciò, si doti degli strumenti necessari.
        E' tempo che anche a livello di singoli Stati si prendano iniziative e ci si doti di strumenti. Uno dei possibili strumenti è, appunto, il Comitato parlamentare previsto dalla presente proposta di legge.
        La Conferenza di Barcellona si è conclusa con l'approvazione unanime di una Dichiarazione e di un programma di lavoro attuativo, che stabiliscono fini e modalità del partenariato tra Unione europea e Paesi terzi del bacino del Mediterraneo, articolati in tre settori di attività:

            1) cooperazione politica e di sicurezza, attraverso la definizione di uno spazio comune di pace e stabilità;

            2) cooperazione economica e finanziaria, con la creazione di una zona di prosperità condivisa da tutti i partner;

            3) cooperazione nei settori sociale, culturale e umano, basata sullo sviluppo delle risorse umane, la promozione della comprensione tra le culture e degli scambi tra le società civili.

        In una parola, l'obiettivo generale di Barcellona è quello di fare del bacino del Mediterraneo non solo un grande mercato interno senza barriere doganali, ma anche una zona di dialogo, di cooperazione interculturale, di concertazione politica, che garantisca la pace, la stabilità e la prosperità.
        Per quanto riguarda "partenariato politico e sicurezza", a Barcellona si è convenuto di procedere ad un dialogo politico regolare, basato sui princìpi del diritto internazionale, il rafforzamento della democrazia e del rispetto dei diritti dell'uomo, nel quadro dei princìpi della Carta delle Nazioni Unite. Si è anche ventilata l'ipotesi di lavorare alla stesura di una Carta dei diritti dell'uomo nel quadro del partenariato euromediterraneo, che integri quelle stabilite dal Consiglio d'Europa e dalla Lega Araba. Fatto ciò, sarà necessario individuare l'autorità preposta a vigilare e sanzionare eventuali infrazioni (ad esempio, la Corte europea dei diritti dell'uomo del Consiglio d'Europa ovvero una istituenda Corte euromediterranea).
        Tutti i firmatari di Barcellona si sono impegnati, in questo quadro, a sviluppare i princìpi di legalità, democrazia, tolleranza, rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, delle diversità e del pluralismo, il diritto all'autodeterminazione, ma anche all'integrità territoriale degli Stati, princìpi validi "in" e "per" ciascuno dei Paesi, nonché a scambiare regolarmente informazioni su questioni riguardanti i diritti umani, le libertà fondamentali, il razzismo, la xenofobia.
        L'importanza di tutto ciò sta soprattutto nel fatto che non ci si potrà più appellare, in queste materie, da parte di ogni singolo Paese, al principio della "non ingerenza" negli affari interni e che si stabilisce l'equivalenza di tutti i Paesi, superando, come spesso avveniva, una sorta di "forzatura" dei Paesi dell'Unione europea verso i partner del sud.
        A Barcellona sono stati ribaditi anche i princìpi della risoluzione dei conflitti con mezzi esclusivamente pacifici, la rinuncia all'uso o alla minaccia della forza. In questo campo sono in fase di elaborazione da parte del Comitato euromediterraneo del processo di Barcellona (organismo permanente scaturito dalla Conferenza) precise proposte di "misure di fiducia" reciproca nei campi del salvataggio aereo-marittimo e dello scambio di informazioni militari, nella prevenzione dei conflitti e degli strumenti di intervento, fino a giungere, nel futuro, alla formazione di una forza euromediterranea di peace-keeping nel quadro dell'ONU.
        Nel quadro del partenariato è riconosciuta l'esigenza, particolarmente sentita dall'Italia, di combattere, tutti i partner insieme, il traffico della droga e la criminalità organizzata, di coordinare la lotta contro il terrorismo, di rafforzare le iniziative per il disarmo e per il controllo degli armamenti, di impedire, particolarmente, il traffico delle armi chimiche e di quelle biologiche, in un bacino relativamente ristretto e chiuso, quindi particolarmente vulnerabile dal punto di vista ecologico.
        Per valutare quanto sia pesante il tema dell'inquinamento riferito al Mediterraneo, basti ricordare che si tratta di un mare praticamente chiuso, con una superficie di due milioni e mezzo di chilometri quadrati (quasi quanto la superficie della sola Algeria), poco profondo, mediamente 1.700 metri, con un solo punto di accesso all'Atlantico, Gibilterra, largo appena 14 chilometri e profondo 350 metri. E' stato calcolato che per il ricambio completo dell'acqua del bacino occorrono ben 80 anni. Ebbene, su questo mare vivono oltre cento milioni di persone insediate sulle coste, mentre attraverso gli sbocchi di oltre 500 fiumi, tra cui alcuni tra i più grandi del mondo, vi vengono convogliati i residui e gli scarichi umani ed industriali di varie altre centinaia di milioni di persone. Per il nostro Paese, ad esempio, si valuta in circa 30 milioni di persone la residenza diretta in riva al mare, ma è chiaro che tutti i residui del Paese vengono scaricati interamente nello stesso mare dal sistema fluviale: dunque è in assoluto la popolazione italiana la più esposta all'inquinamento del Mediterraneo.
        Per ciò che concerne la cooperazione economica e finanziaria, l'obiettivo è la creazione di una zona di prosperità condivisa da tutti i partner. Da questo punto di vista un serio problema, capace di condizionare lo sviluppo di tutto il progetto, è la questione dell'indebitamento dei Paesi in via di sviluppo dello stesso bacino del Mediterraneo, i cui rimborsi sono stati - di norma - a partire dalla metà degli anni ottanta, ogni anno superiori agli aiuti internazionali ricevuti nello stesso anno.
        A Barcellona è stato proposto di intraprendere una azione congiunta per la conversione del debito, come premessa per uno sviluppo economico positivo. Affrontata questa premessa, si potranno affrontare gli obiettivi successivi: accelerare uno sviluppo socio-economico sostenibile; migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, aumentare il livello di occupazione e ridurre le disparità di sviluppo nella regione; incoraggiare la cooperazione e integrazione regionale.
        Tutto ciò, con l'obiettivo di giungere alla creazione di una zona di libero scambio entro il 2010. Questa zona di libero scambio, per altro, non si realizzerà se non si attuerà preliminarmente la liberalizzazione del commercio dei prodotti agricoli, provenienti dai Paesi del Mediterraneo, nonché la rapida liberalizzazione dei servizi, della libera circolazione dei cittadini dei Paesi partner, la armonizzazione dei processi tecnologici e la modernizzazione delle strutture economiche e sociali, lo sviluppo della libera economia di mercato e la dinamizzazione del settore privato nei Paesi terzi del Mediterraneo. Temi che vedono il programma MEDA dell'Unione europea, principale strumento finanziario per la realizzazione del partenariato euromediterraneo, acquisire una rilevanza crescente.
        Due settori cui prestare particolare attenzione sono poi quello energetico e quello dell'approvvigionamento idrico; quest'ultimo richiederebbe la creazione urgente di un'Agenzia euromediterranea per una giusta distribuzione e utilizzazione delle risorse idriche. Non è azzardato pensare che il problema idrico nel prossimo futuro, per molti dei Paesi mediterranei, potrebbe assumere un valore strategico almeno pari a quello petrolifero. Entrambi i problemi poi hanno strettissime relazioni con il tema ambientale.
        Accenniamo solo, per brevità, non certo perché se ne sottovaluti l'importanza, ad altri settori, quali i trasporti, il sistema dei media e le telecomunicazioni, la cooperazione artistica e cinematografica, l'istruzione e la formazione, l'assistenza sanitaria, le istituzioni finanziarie e creditizie per lo sviluppo, fino ad arrivare alla creazione di una vera e propria Banca euro-mediterranea.
        Ecco perché il grande obiettivo di uno sviluppo sostenibile per tutta quest'area richiede un forte disegno politico ed economico: una sorta di nuovo piano Delors per la modernizzazione delle reti transeuropee e transmediterranee. La creazione di nuovi posti di lavoro, soprattutto nella sponda sud del Mediterraneo, non può avvenire senza, contemporaneamente, costruire adeguate forme di tutela sociale e forte promozione dei diritti dei lavoratori.
        Lo svantaggio competitivo tra le economie europee, a più forte tutela sociale, e le nuove economie emergenti, con garanzie sociali e sindacali pressoché inesistenti e con un bassissimo costo del lavoro, va risolto con un gigantesco sforzo di conciliazione tra opportunità di crescita economica e innalzamento degli standard di protezione sociale al sud, difesa dei livelli occupazionali e nuove frontiere di innovazione e di sviluppo al nord.
        Nell'ambito della cooperazione finanziaria, vale la pena sottolineare le decisioni del Consiglio europeo di Cannes (26-27 giugno 1995), che ha stanziato per il quinquennio 1995-1999, 4.685 di MECU per il lancio dell'operazione, senza contare i mezzi finanziari di pari entità decisi in qualità di prestiti dalla Banca europea per gli investimenti, nonché i contributi diretti da parte dei singoli Stati membri. Si tratterà ora di stimolare i futuri partner al reperimento ed impiego di risorse proprie.
        Nel campo della cooperazione nei settori sociale, culturale ed umano presupposto fondamentale del partenariato euromediterraneo non può che essere il dialogo ed il rispetto tra le diverse culture e le diverse religioni. Ciò non si realizza automaticamente, ma può essere conquistato solo attraverso un impegno comune di proposte e di formazione culturale. Per fare ciò non basta una cooperazione "burocratica" tra i Governi, ma occorre un intervento diretto dei cittadini, la messa in campo di tutte le articolazioni delle società civile. Fa particolarmente piacere notare come in Italia sia in atto un fiorire di iniziative, centri, istituti, associazioni, "università" non ufficiali, "giornate" culturali, in molte regioni ed in molti ambiti, tutte che si richiamano al "Mediterraneo", di cui spesso non si ha quasi notizia, ma che rappresentano un tessuto, un patrimonio a cui, forse, è necessario fornire punti di riferimento certi ed agibili. Un motivo in più per appoggiare l'idea di un forum civile euromediterraneo aperto a tutte le organizzazioni non governative interessate a far sentire le esigenze e le richieste delle società mediterranee.
        Sempre nel quadro del "post Barcellona", per l'Italia assume particolare significato la cooperazione contro il fenomeno dell'immigrazione clandestina, che del resto presenta sempre più spesso caratteristiche assimilabili alla lotta contro la criminalità organizzata: questa è il nemico da combattere e stroncare, non l'immigrazione in se stessa.
        Le migrazioni hanno sempre avuto un ruolo primario per lo scambio culturale tra le rive del Mediterraneo e ciò potrebbe avere un fondamentale, benefico influsso anche nel prossimo futuro.
        Tuttavia, il crescente divario economico-sociale e la diseguale spinta demografica danno per il prossimo futuro a tale migrazione il potenziale carattere "biblico" o di spostamento in massa di popoli, paragonabile all'ingresso delle tribù germaniche, slave e asiatiche nell'allora impero romano, oggi difficilmente immaginabile e, soprattutto, accettabile, se non si mettono in campo meccanismi ed ammortizzatori efficaci, capaci di regolarne i flussi e l'accoglienza.
        Si consideri che, nel quadro dell'area Mediterranea, gli attuali cinque Paesi membri dell'Unione europea avevano, negli anni ottanta, complessivamente un indice di natalità che era pari ad un terzo di quello dei Paesi delle coste meridionali ed orientali (in assenza di dati successivi non ancora compiutamente disponibili si sa, comunque, che la tendenza si è ulteriormente accentuata).
        Per quanto riguarda alcuni degli indicatori macro-economici, quali il prodotto interno lordo, il reddito pro capite e la sua composizione strutturale, l'occupazione, i consumi energetici o il debito estero, si evidenzia un rapporto, tra le due rive del Mediterraneo, squilibrato pari a uno a dieci, uno a venti in favore dei Paesi europei. E' stato calcolato che, facendo uguale a cento il PIL complessivo dell'area mediterranea, alla fine degli anni '80, l'83 per cento di questo era prodotto dai Paesi europei, solo il 17 per cento, cioè appena un quinto della cifra precedente, era prodotto dagli altri Paesi.
        Ugualmente squilibrato, ovviamente, il quadro sociale: oltre quindici anni di speranza di vita media in più per gli europei rispetto ai "dirimpettai", una mortalità infantile cinque volte superiore per questi ultimi, così come un analfabetismo ancora drammaticamente elevato.
        Questi sono alcuni dei fattori che rendono la spinta all'immigrazione così forte e suscitatrice di nuove tensioni. Infatti, mentre si estendono, purtroppo, fenomeni di razzismo e xenofobia, troppi sembrano ancora credere che i fenomeni di immigrazione clandestina si possano combattere con successo solo con misure poliziesche e trasformando i confini in barriere fortificate. La storia e l'esperienza dimostrano l'illusorietà di tali misure. Nessun vallo di Adriano, nessuna Muraglia cinese, nessun blocco navale hanno mai fermato questi fenomeni.
        Essi vanno non combattuti, ma regolati. Costa certamente meno impegnarsi in progetti di sviluppo economico nei Paesi di origine che tentare manu militari di frenare gli ingressi illegali; garantire ai nuovi cittadini condizioni di vita e di lavoro civili ed umane, piuttosto che dispiegare grandi mezzi per perseguire e cercare di allontanare (spesso invano!) coloro che attraversano clandestinamente i confini nazionali; cooperare con i Paesi rivieraschi, piuttosto che pattugliare costantemente il canale di Sicilia e quello d'Otranto.
        E' viceversa necessario concentrare le forze per perseguire senza tregua, tutti i Paesi insieme, la criminalità organizzata che suscita, organizza e sfrutta il fenomeno, collegandolo agli altri grandi traffici internazionali, quali droga, armi, prostituzione.
        L'obiettivo, sottolineato e sollecitato ripetutamente nelle varie sedi europee e, segnatamente, nel Parlamento europeo, è il raggiungimento di una immigrazione regolamentata. A Barcellona, a questo proposito, venne suggerita, proprio nell'interesse di tutti i Paesi della Conferenza, la definizione di una Carta dei diritti degli immigrati tale da contemperare i diversi aspetti di tipo istituzionale e di natura umanitaria.
        La Conferenza di Barcellona non è stato che l'inizio di un processo; a quella che si è svolta a Barcellona sono seguite altre tre Conferenze ministeriali euro-mediterranee (Malta - aprile 1997; Stoccarda - aprile 1999; Marsiglia - novembre 2000) e una serie di incontri e iniziative sul partenariato euromediterraneo. Molti passi dovranno seguire. Contemporaneamente si tratta anche di individuare delle sedi permanenti in cui tali passi possano più facilmente svilupparsi.
        La presente proposta di legge va nella stessa direzione: per una volta il Parlamento italiano e l'Italia, anziché recepire, spesso con ritardo, una direttiva od una sollecitazione europea possono assumere un ruolo di stimolo, di supporto, di aiuto al processo euromediterraneo.
        La proposta di legge intende istituire un Comitato parlamentare per l'attuazione e lo sviluppo delle iniziative euromediterranee.
        Gli scopi di tale Comitato, per altro già evidenti nei ragionamenti proposti in questa relazione, sono:

            essere una prima sede stabile e permanente, che promuova contatti bilaterali con i Parlamenti degli altri Paesi - con tutti, nessuno escluso - in vista della futura costituzione di un forum prima e di una vera e propria Assemblea interparlamentare dei Paesi dell'area mediterranea, poi;

            seguire, promuovere, stimolare tutte le iniziative relative al processo di integrazione euromediterranea nei campi: istituzionale, culturale, politico, economico, sociale, ambientale, infrastrutturale; stimolare e sviluppare progetti e collaborazioni parlamentari in tutti i campi qui indicati;

            costituire osservatori su basi paritarie, composti per metà da parlamentari italiani e per metà da rappresentanti parlamentari del Paese chiamato a collaborare, nel caso di emergenze complesse e di ricostruzioni economico-sociali particolarmente impegnative come in Bosnia e in Albania;

            promuovere indicazioni per l'armonizzazione delle legislazioni nei vari Paesi dell'area in tutti i campi: economico, finanziario, bancario, fiscale, sociale, per la protezione dei lavoratori, della donna, dei giovani, seguendo e favorendo i processi di ricollocazione industriale, la formazione professionale e quella universitaria, il riconoscimento reciproco dei titoli di studio, lo scambio tecnologico e la cooperazione culturale con una più forte valorizzazione dello straordinario comune patrimonio archeologico;

            diventare un punto di riferimento per quanto si muove a livello istituzionale in tutte le sedi europee sia in senso stretto (Parlamento, Commissione, Consiglio dell'Unione europea) sia in senso lato, collegandosi a tutti gli altri organismi, a carattere generale, regionale e subregionale. Indichiamo ad esempio: Assemblee parlamentari ed altri organismi NATO ed UEO; Consiglio d'Europa; OSCE; vari organismi nati nell'Europa centro orientale, ma anche Organizzazione per l'unità africana, Lega araba, Unione del Maghreb arabo; senza dimenticare organismi economici rappresentativi dell'industria, delle piccole e medie imprese e dell'artigianato e organismi sociali quali la Confederazione europea dei sindacati e l'Unione sindacale dei lavoratori del Maghreb arabo. Questo non vuole essere un elenco esaustivo ed esclusivo, ma una elencazione di partenza suscettibile di ampliamento;

            porsi come quadro di conoscenza e diffusione per tutte le iniziative a livello istituzionale, regionale e locale, promosse anche dalla società civile, a carattere euromediterraneo;

            stimolare le iniziative, sollecitare i provvedimenti legislativi, favorire le intese in tutte le sedi bilaterali, multilaterali, tra Stati, Unione europea, altri organismi sopra citati, che decidono dei rapporti euromediterranei;

            a tali scopi, il personale impiegato presso il Comitato, dovrebbe essere in possesso sia delle specifiche conoscenze in campo giuridico internazionale, sia della formazione culturale generale in grado di produrre non solo e non tanto "traduzioni" linguisticamente corrette, quanto di fornirne le "interpretazioni" e le "armonizzazioni" più adeguate alla luce delle peculiarità delle varie culture e tradizioni giuridiche, in particolare delle diversità di impianto tra corpus europeo e diritto islamico.




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