XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1136
Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge
concerne la posizione che l'ordinamento giuridico deve
finalmente assumere rispetto al fenomeno della prostituzione;
una posizione confusa e incoerente che la pubblica opinione
chiede ormai di sanare con urgenza. Il fenomeno è cresciuto
nell'ipocrisia generale, tra misure di ritocco che, nello
scollamento tra legislazione e società, lasciavano intatto il
problema di un comportamento, diventato costume, fortemente
criminogeno. Sin dal 1992 abbiamo cercato di prospettare delle
valide soluzioni, ma solo dopo dieci anni il Parlamento si
affretta a valutare delle proposte con cui si cerca di
affrontare tardivamente un problema che ormai ha le
connotazioni di un vero e proprio stato di emergenza.
Siamo convinti che alla radice degli errori che hanno
determinato l'approvazione della legge 20 febbraio 1958, n.
75, nota come "legge Merlin", e delle sue nefaste conseguenze
che sono sotto gli occhi di tutti, ci sia proprio la matrice
socialfilosofica di essa.
Noi non condividiamo i princìpi filosofici, e non è del
resto questa la sede per dibattere questioni del genere.
Quello, però, che in questa sede va affermato come
irrinunciabile premessa è che non è possibile legiferare in
base a princìpi filosofici, bensì solamente studiando in tutti
gli aspetti i problemi che affliggono la nostra Nazione e
accettando con umiltà gli insegnamenti dell'esperienza, pronti
ad invertire la marcia allorché ci si accorga di aver
imboccato un binario sbagliato.
Orbene, ci sembra che tali princìpi, proprio per la loro
natura sociale, non siano stati considerati né in sede di
presentazione e approvazione della deprecata legge di
"liberalizzazione" e neppure nel corso della sua applicazione.
Ne è prova il disegno di legge (atto Senato n. 484, dell'XI
legislatura) presentato nel luglio 1992 da un gruppo di
senatrici. Dopo più di trenta anni di esperienze disastrose,
che ci richiamano prepotentemente al detto latino errare
humanum est, perseverare autem diabolicum, siffatte
proposte si limitano a piccoli ritocchi, salvando la sostanza
della legge n.75 del 1958.
L'evidente buona fede e gli entusiasmi "ideologici" del
tempo possono forse parzialmente scusare chi quella legge
propose otto lustri or sono. Dico "scusare" e non
"giustificare".
L'articolo 67 della Costituzione stabilisce che ogni
membro del Parlamento rappresenta la Nazione, e ciascuno di
noi deve quindi aver presenti gli interessi della Nazione
intera, e non quelli di un partito o, peggio, di una singola
categoria. Ebbene, basta leggere il testo della "legge Merlin"
per rilevare come la proponente non si sentisse "portatrice"
che degli interessi e della "dignità" delle prostitute,
calpestando quelli della restante collettività nazionale
considerati invece - e non a torto - prevalenti nella
normativa precedente.
Ma, adesso, onorevoli colleghi, non ci troviamo più di
fronte ad una previsione - per altro sin da allora assai
ragionevole - ma davanti a constatazioni, dinanzi alle quali
non c'è sofisma che tenga, e che annullano qualsiasi
scusante.
Queste constatazioni possono essere così riassunte:
1) le nostre città, nelle ore serali e notturne,
presentano l'aspetto di colossali case di prostituzione
all'aperto con un effetto facilmente rilevabile sia per
l'educazione dei giovani sia per il decoro delle città;
2) lo sfruttamento della prostituzione - nonostante le
sanzioni penali previste - è passato da modesta attività
artigianale a quello di grande industria, con "fatturato"
miliardario;
3) le malattie veneree si sono moltiplicate come
diffusione e ad esse si è aggiunta la minaccia dell'AIDS;
4) il numero dei soggetti, uomini e donne, dediti alla
prostituzione si è moltiplicato a dismisura (con rilevante
apporto di soggetti extracomunitari);
5) la concorrenza selvaggia ha determinato e sempre più
incrementato per tali soggetti la necessità di garantirsi una
"protezione", soggiacendo però alle relative forme di
sfruttamento;
6) infine, lo svolgersi di simile attività,
prevalentemente all'aperto, sottopone chi pratica il
meretricio, soprattutto nella stagione inclemente, a
sofferenze fisiche non indifferenti.
Si è sostenuto che il carattere endemico raggiunto dalla
prostituzione, assurta addirittura ad uno dei parametri della
moderna società, non sia stato conseguenza della legge n. 75
del 1958 bensì della mutata morale sessuale, ovvero della
liberalizzazione del sesso. In realtà, l'effetto della
liberalizzazione è esattamente contrario, in quanto annulla
quasi del tutto le necessità dei giovani celibi di ricorrere
alla prostituzione. Altrettanto dicasi per la liberalizzazione
e la diffusione dei contraccettivi. Si deve piuttosto pensare
- a nostro avviso - che ai dannosi effetti della legge n. 75
del 1958, si sia aggiunta come rilevante concausa l'altro
deplorevole permissivismo relativo alla pornografia.
Qualcosa ci sembra necessario aggiungere per confutare
l'argomento principe che si è contrapposto a qualsiasi
controllo sanitario: quello della dignità umana di chi si
prostituisce.
La dignità umana non è una astrazione ideologica.
L'interpretazione esageratamente estensiva del primo comma
dell'articolo 3 della Costituzione porterebbe invero ad
assurdità inammissibili. E' chiaro che la dignità di un
cittadino può essere tutelata solo nei limiti in cui essa
sussista e quando egli stesso non vi abbia volontariamente
rinunziato. La stessa "legge Merlin" ci sembra che violi
gravemente la dignità dei lenoni, che sono cittadini anche
essi. Si consideri inoltre che tutta la legislazione italiana,
anche penale, pullula di norme tendenti a porre freno,
dettando precise limitazioni, alle attività pericolose, anche
se legittime e precedute da autorizzazioni e controlli.
Orbene, ci sembra che il più triste aspetto della
prostituzione sia proprio quello della rinuncia da parte di
chi la esercita alla propria dignità ed al proprio pudore in
cambio di denaro. I primi nemici della dignità personale di
chi si prostituisce sono loro stessi.
Non può essere sostenuto da alcuno che offrire il proprio
corpo in luoghi aperti al pubblico e sotto gli occhi di tutti
sia più dignitoso di una esibizione riservata ed in presenza
dei soli "clienti". Nessuno dubita del diritto di ciascuno a
disporre della propria persona ma occorre farlo senza ledere
l'integrità altrui.
La prostituzione come fenomeno sociale va combattuta,
avendo presente che, anche tra coloro che la praticano, la
grande maggioranza ne è una vittima. Un provvedimento è tanto
più necessario per i livelli allarmanti di disagio grave che
si registrano nel Paese derivati dalla situazione ormai fuori
controllo delle piazze d'Italia, neanche più regolate da una
legge sempre mal applicata e ideata in un'Italia, quella del
1958, in cui non esistevano come fenomeni diffusi
l'immigrazione al fine di esercitare il lavoro sessuale e,
assai più gravi, la prostituzione minorile, la schiavitù, le
malattie inguaribili sessualmente trasmissibili.
Anche quando disapproviamo moralmente la scelta di chi
voglia guadagnarsi da vivere con la vendita della propria
sessualità, come legislatori dobbiamo stabilire delle regole,
fornire una risposta al bisogno del nostro Paese di una legge
che sia moderna e in linea con i bisogni della società; oggi,
in molti civili e grandi Paesi la prostituzione è un lavoro
riconosciuto legalmente, tassato, regolamentato - certamente,
e ribadiamo che deve esserlo in modo serio e stretto - per
difendere gli interessi della società.
Uno di questi interessi è la sicurezza sanitaria della
collettività e la presente proposta prevede l'obbligo di
controlli per i lavoratori sessuali, controlli che sarebbero
più difficili sugli esercenti delle cosiddette "zone a luci
rosse". Questa soluzione, già in via di sperimentazione in
violazione della legge vigente in alcuni comuni, rappresenta
un modo ipocrita di allontanare il fenomeno dall'occhio del
benpensante e dalle strade più trafficate, quasi si trattasse
di un problema di circolazione stradale! Così non vi è alcuna
risposta ai problemi che pone la prostituzione nei luoghi
pubblici: essa va impedita - per preservare i cittadini
minorenni e le famiglie - quindi si deve limitare la
sessualità mercenaria al mondo degli adulti e di coloro che
intenzionalmente vi si rivolgono, come prestazioni rese da un
lavoratore autonomo.
Le finalità di questo progetto di legge sono quelle di
limitare la prostituzione a luoghi non aperti o esposti al
pubblico, a cui si possa fare una pubblicità la più limitata
possibile.
Si prevedono delle pene per l'esercizio della
prostituzione in luoghi aperti al pubblico o esposti al
pubblico, per la pubblicità che vada oltre i ben noti annunci
"A.A.A." e pene, che non saranno mai sufficientemente severe,
per chi coinvolge nella prostituzioni minori di anni
diciotto.
Si ritiene lo stesso che la prostituzione, la vendita del
proprio corpo sia indice di una sofferenza sociale
dell'individuo che la pratica, dunque impegniamo lo Stato a
combattere i fattori che la causano e a facilitarne
l'abbandono da parte di chi la pratica.
Le autorità si devono preoccupare di sottoporre a
controlli chi eserciti la prostituzione senza le
certificazioni sanitarie e devono prestare il dovuto sostegno
e opportunità per abbandonare la professione da parte di chi
ne faccia richiesta nonché ai minori che vi siano
coinvolti.
Sappiamo bene come la prostituzione, come altre attività
di intrattenimento dell'individuo (quali il gioco d'azzardo,
le scommesse e il consumo di sostanze che alterano lo stato di
coscienza) rappresenta un fattore disorganizzante per la
società e suscita l'interesse delle organizzazioni criminali.
Se non è possibile non prevedere una pena per chi eserciti
l'amore mercenario nei luoghi pubblici, molto di più si deve
instaurare un regime di norme che puniscano chi cerca di
approfittare della eventuale debolezza dei lavoratori sessuali
e dei loro clienti: gli articoli della presente proposta di
legge puniscono perciò l'induzione alla prostituzione, il
pubblico lenocinio e l'esercente del pubblico esercizio che
tolleri la prostituzione ivi praticata.
Tra coloro che più profittano della debolezza della
situazione legislativa in questo campo e della moralità di
molti nostri concittadini ci sono i trafficanti di schiavi,
coloro che portano sul mercato nazionale gli schiavi del
sesso, donne e uomini, spessissimo stranieri, che in
violazione delle norme - e anche dei più basilari princìpi
della nostra Repubblica - vengono costretti a vendersi alla
domanda rampante di sesso a pagamento: non sarà mai possibile
regolamentare alcunché in questo campo se non si sarà
combattuta questa piaga e ciò non è pensabile se non si
sanziona il comportamento di chi compra prestazioni sessuali
senza curarsi dello stato di libertà di chi è costretto a
darle per un prezzo irrisorio.
Si delega infine al Governo la stesura, in tempi brevi,
dei regolamenti sanitari, previdenziali e assicurativi
relativi al responsabile esercizio del lavoro sessuale, nonché
delle norme fiscali affinché chi scelga di essere lavoratore
sessuale paghi le tasse su un'attività che, se pur moralmente
criticabile, non può essere vietata in uno Stato che si dica
laico e democratico, con il solo limite della difesa
dell'interesse della collettività. Interesse che non è certo
salvaguardato dalla situazione attuale, dal disinteresse del
legislatore, come non lo sarebbe da politiche ipocrite o
proibizioniste.
Si tratta di arginare al meglio un fenomeno che purtroppo
non è possibile sradicare e a questo fine proponiamo il
seguente testo, avendo presente la sua emendabilità e sperando
che rappresenti una traccia di lavoro per la ricerca di quella
chiara e utile posizione legislativa occorrente.