XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1083
Onorevoli Colleghi! - L'articolo 4 della legge 9
gennaio 1991, n. 9, vieta la prospezione, la ricerca e la
coltivazione di idrocarburi nelle acque del golfo di Napoli,
del golfo di Salerno e delle Isole Egadi, riconoscendo l'alto
valore paesaggistico e ambientale di questi luoghi.
L'alto Adriatico, e soprattutto la laguna di Venezia, è un
territorio di formazione geologica molto recente, con
sedimentazioni alluvionali del quaternario, che è quindi già
soggetto in ogni caso ad un processo di compattazione e di
subsidenza naturale (da 4 a 10 centimetri al secolo, con
valori superiori nel Delta del Po). La gestione ambientale,
socio-economica e degli insediamenti nel territorio ha avuto,
però, di anno in anno e di secolo in secolo, il tempo di
adattarsi e attrezzarsi facendo fronte a questo fenomeno
naturale ineliminabile. Ma i fenomeni a cui si va incontro in
caso di subsidenza con valori molto consistenti e in tempi
molto brevi sono estremamente più gravi e territorialmente
sconvolgenti. Il fenomeno più evidente, perché immediatamente
percepito, è quello delle "acque alte" a Venezia e a Chioggia,
ulteriormente aggravatosi negli ultimi decenni per
l'innalzamento del livello del mare (eustatismo di 8,8-10,5
centimetri in questo secolo), per l'abbassamento del suolo
(subsidenza complessiva da 9,5 a 13 centimetri, indotta
soprattutto dalla grande estrazione di acqua dal sottosuolo
nel dopoguerra per le industrie di Marghera, sospesa dopo
l'alluvione del 1966), per lo squilibrio idraulico-morfologico
(in grado anche di accentuare le punte di marea) causato dagli
interventi meno compatibili attuati nel bacino lagunare.
Occorre avere anche presente che, sulla base delle
frequenze delle maree alle diverse quote negli ultimi decenni,
un fenomeno di subsidenza ulteriore indotto dall'estrazione di
gas porterebbe in caso di meno 20 centimetri all'allagamento
di piazza San Marco per due giorni su tre e in caso di meno 30
centimetri all'allagamento permanente. Ma, oltre questi, vi
sono altri fenomeni e problemi. Prima di tutto con fenomeni di
subsidenza anche del fondo marino si indebolisce il sistema
delle "difese a mare" che si stanno ricostruendo e
consolidando da alcuni anni. Inoltre si diminuisce o si
impedisce il ripascimento naturale o artificiale dei litorali
(gli abbassamenti dei fondali fungono da "trappole" che
catturano il materiale), innescando processi di erosione che
confliggono con l'uso turistico-balneare delle spiagge. Alle
spalle della costa, nei terreni agrari, la subsidenza fa
avanzare il cuneo salino con conseguente riduzione di volume e
perciò abbassamento dei terreni torbosi, e anche nelle aree
più interne fa "saltare" il franco di bonifica, innalza le
quote delle falde freatiche, modificando le caratteristiche
stesse del suolo, portando alla morte delle coltivazioni
(come, ad esempio, la moria di pescheti nel ravennate) e
sconvolgendo l'intero sistema di bonifica e di gestione delle
acque. Sono i processi di subsidenza che hanno messo fuori
gioco in Polesine la grande idrovora di Ca' Vendramin e il
sistema di uscita delle acque dal canale, o "scolo" veneto,
verso la bocca del Po di Goro con sistemi di porte ormai
inutilizzabili. In presenza di terreni di natura torbosa la
mancanza di acque dolci e l'avanzamento del nucleo salino e di
acque salate portano ad una drastica riduzione volumetrica dei
terreni con conseguente ulteriore drastico abbassamento del
suolo; è questo fenomeno che dopo il taglio del canale Brenta
Novissimo (1613) determinò l'abbassamento repentino dei suoli
agricoli e la comparsa delle valli da pesca nella laguna di
Venezia sud-occidentale (fenomeno chimico-fisico spiegato
ancora nel 1809 da Antonio Tadini).
Anche il sistema delle valli da pesca viene completamente
sconvolto dalla subsidenza: la coltivazione naturale del pesce
con la "monta" e la "smonta" che funzionano con il gioco di
dislivello delle acque viene impedita; è quello che è successo
nelle valli da pesca del Delta del Po ricomprese tra il Po di
Venezia, il Po di Pila e l'Adige.
Infine, va tenuto presente che nel caso di città come
Chioggia e Venezia la subsidenza non provoca solo il fenomeno
delle acque alte, ma insidia le stesse basi strutturali su cui
poggiano le città. Ciò permette alle acque di dissestare
sempre più le fondazioni degli spazi aperti e degli edifici
con il "gioco" delle maree ordinarie e di intaccare con
l'umidità e la salsedine parti sempre più consistenti degli
edifici e dell'armatura urbana.
Non si può discutere del rischio di subsidenza solo sulla
base di modelli matematici, sia perché essi hanno
clamorosamente sbagliato le previsioni in precedenti
occasioni, sia perché modifiche nel numero e nella qualità
delle variabili considerate e anche minimali variazioni nei
parametri e negli indici inseriti nei modelli possono portare
a conclusioni completamente diverse. Sono necessari quindi sia
i dati scientifici relativi alla consistenza e alle
caratteristiche dei giacimenti, del terreno soprastante e dei
loro dintorni, sia i dati complessivi che permettano una
valutazione strutturale dell'intero sottosuolo adriatico
antistante e sottostante la laguna di Venezia e il Delta del
Po. In particolare, è necessario conoscere la struttura e la
geometria degli acquiferi laterali per valutare la possibilità
di fenomeni di subsidenza indotta sotto i litorali e sotto la
laguna, con conseguenze che si irradierebbero a grande
distanza - decine di chilometri - dai pozzi di estrazione,
come quelle che si sono già verificate per estrazioni dal
sottosuolo nel basso Polesine, nel ravennate e nel mare
antistante. Si deve tenere presente che sino ad oggi non si
dispone di una sicura tecnologia che consenta di
ripressurizzare il sottosuolo contestualmente all'estrazione
di gas, unica soluzione che potrebbe forse rendere possibile
un giorno l'estrazione del gas dal sottosuolo senza ingenerare
fenomeni di subsidenza. In realtà, neanche in questo caso si
potrebbe essere sicuri di un rischio di subsidenza zero,
essendo possibili diversi comportamenti fisici e chimici dei
gas e dei fluidi nel sottosuolo in interazione con i diversi,
e diversamente situati e relazionati, materiali del contesto.
Una volta innescato il fenomeno della subsidenza, anche
interrompendo l'estrazione di gas, l'abbassamento del suolo
continuerebbe a manifestarsi per diversi anni (almeno sei-nove
anni).
Vanno anche studiati elementi come faglie tettoniche e
mappe di rischio e i pericoli di movimenti sismici come quelli
verificatisi per estrazioni di idrocarburi nell'Olanda del
nord (120 scosse dal 1968, di un'intensità fino a 3,2 gradi
della scala Richter).
In Italia non ci sono ancora oggi certezze: il grande
giacimento Barbara, al largo di Ancona, è stato sospettato di
essere all'origine di sciami sismici verificatisi nei primi
anni ottanta (terremoto di Ancona). Va ricordato che la città
fu oggetto di fenomeni sismici di bassa intensità, ma per un
periodo molto lungo (almeno due anni) e che le scosse più
forti furono avvertite anche a Venezia. Il legame causale tra
sfruttamento del giacimento Barbara e il terremoto di Ancona
non è peraltro mai stato dimostrato, così come non è stato
dimostrato che lo sfruttamento non vi abbia mai avuto alcuna
influenza. Quello che è certo, come risulta dalla mappa del
1987 del Consiglio nazionale delle ricerche di Trieste, è la
presenza di discontinuità tettoniche che dalla pianura veneta
si prolungano nella laguna e nel golfo di Venezia; queste
faglie attraversano i giacimenti e presso la facoltà di fisica
terrestre dell'università di Padova esiste una mappatura di
epicentri di sismi avvenuti in alto Adriatico.
Una volta avuti a disposizione i dati di conoscenza
strutturale del sottosuolo, questi devono servire non tanto e
non solo per elaborare modelli matematici quanto per comparare
questo sottosuolo con analoghe situazioni strutturali.
Ovviamente sui fenomeni di subsidenza incidono la composizione
e la struttura del sottosuolo, la profondità dei giacimenti, e
di molti altri fattori (lo spessore dei giacimenti, la
quantità e la qualità dei fluidi estratti, la
depressurizzazione indotta, i tempi di estrazione, eccetera).
Ma trattandosi dell'alto Adriatico, con strutture del
sottosuolo e profondità molto più sfavorevoli, va chiarito che
i fenomeni di subsidenza indotti sarebbero comunque superiori
a quelli già verificatisi nelle aree già sfruttate più vicine
(subsidenza compresa tra -40 e -60 centimetri nelle zone di
estrazione e -20 centimetri a 25 chilometri di distanza,
secondo le documentazioni del professor Zambon dell'università
di Padova). E questo in una situazione nella quale il contesto
naturalistico-ambientale, storico-culturale e socio-economico
impone che il rischio di subsidenza indotta da estrazione di
gas sia dimostrato essere pari a zero con margini di errore e
di approssimazione scientificamente indiscutibili.
Nel 1953 l'Ente nazionale idrocarburi (ENI) ha acquisito
l'esclusiva di ricerca e di coltivazione di idrocarburi su
tutta la pianura padana e lungo le sue coste, e ha avviato
subito le ricerche in Emilia-Romagna estendendole
successivamente a tutto il tratto di mare antistante Ravenna e
Cervia, dove, a iniziare dal 1960, venivano individuate
rilevanti strutture mineralizzate. Nel 1972 l'indagine veniva
allargata a tutto l'alto Adriatico e al suo entroterra.
Di fronte alle coste venete sono stati così individuati
quindici giacimenti, quattordici posti al di fuori delle acque
territoriali (distribuiti in una fascia compresa tra 17 e 39
chilometri dalla costa) e uno (il giacimento di Chioggia)
ricadente entro l'area ENI, che con il suo margine occidentale
dista sei chilometri dal litorale di Pellestrina. I giacimenti
coprono una superficie di 322,4 chilometri quadrati; i livelli
produttivi, in numero di 61, sono compresi tra 752 e 1736
metri di profondità ed appaiono idraulicamente continui e ben
riconoscibili. Il progetto "Alto Adriatico" dell'AGIP prevede
l'installazione di quindici piattaforme di produzione (più un
terminale di convogliamento del gas e una, nel campo di
Chioggia, per iniezione d'acqua e monitoraggio della
subsidenza), la perforazione di settantanove pozzi produttori
di metano (più due iniettori d'acqua e due di monitoraggio).
L'AGIP ha individuato riserve pari a 30,2 miliardi di metri
cubi di gas per un periodo complessivo di produzione di
venticinque anni, ha stimato investimenti per 1.200 miliardi
di lire e un ricavo di circa 5 mila.
La preoccupazione per le gravissime conseguenze che un
fenomeno di subsidenza, indotto dall'estrazione di metano dal
sottosuolo, provocherebbe nel fragile territorio lagunare, ha
finora portato all'approvazione dell'articolo 2-bis del
decreto-legge 29 marzo 1995, n. 96, convertito, con
modificazioni, dalla legge 31 maggio 1995, n. 206, che
dispone: "Il Ministro dell'ambiente, d'intesa con la regione
Veneto, sottopone ad una specifica valutazione di
compatibilità ambientale i progetti e le attività di
coltivazione di giacimenti di idrocarburi liquidi o gassosi
nel sottosuolo del tratto di mare compreso tra il parallelo
passante per la foce del fiume Tagliamento e il parallelo
passante per la foce del ramo di Goro del fiume Po (...) Tali
attività potranno iniziare o riprendere solo nel caso in cui
tale valutazione, espressa (...) entro il termine di dodici
mesi dalla data di entrata in vigore della legge (...) escluda
che esse possano contribuire a provocare fenomeni di
subsidenza".
Il 3 ottobre 1996 l'AGIP ha, però, depositato presso il
Ministero dell'ambiente e la regione Veneto lo studio di
impatto ambientale del progetto "Alto Adriatico". Su tale
studio si è già pronunciato, nel maggio 1997, il gruppo di
lavoro nominato dal comune di Venezia in accordo con altre
amministrazioni locali.
Il gruppo di lavoro, formato da geotecnici, geologi,
ingegneri, urbanisti e ambientalisti, "alla luce della
delicata situazione delle zone dell'alto Adriatico, già
soggette a subsidenza naturale, con quote deficitarie che non
consentono ulteriore perdita alcuna di quota del terreno,
neppur minima; nonché alla luce della subsidenza provocata
dalla coltivazione di giacimenti di gas metano nel ravennate,
preso atto che lo studio dell'AGIP prevede la
depressurizzazione e la conseguente compattazione del sistema
mineralizzato e quindi la subsidenza del fondo marino è
pervenuto alle seguenti conclusioni:
lo scenario previsto nei modelli matematici formulati
dall'AGIP (che prevede una subsidenza a mare massima di soli
17-20 centimetri) è basato sulla scelta dei parametri meno
favorevoli al fenomeno della subsidenza" e si cita uno studio
modellistico del 1995 sul giacimento "Dosso degli angeli", al
margine sud delle Valli di Comacchio, con livelli
mineralizzati più antichi, più consolidati e posti a
profondità più che doppia e in una situazione complessiva
molto meno favorevole alla subsidenza, che indicava un cono di
subsidenza fino a 30 chilometri di diametro e una profondità
massima da 60 a 100 centimetri; essendo l'orizzonte
mineralizzato "a modesta profondità e formato da sedimenti
sciolti dovrebbe essere caratterizzato da elevata
compressibilità e, quindi, in grado di trasferire facilmente
in superficie gli effetti di depressurizzazione;
l'AGIP non può certificare l'affermazione
dell'inesistenza di effetti di subsidenza lungo le coste;
l'affossamento del fondale marino conseguente alla
depressurizzazione dei giacimenti può comportare la rottura
dell'equilibrio naturale e possibili fenomeni di erosione e di
danneggiamento dei litorali;
vista la configurazione degli acquiferi laterali estesi
fino e sotto la terraferma, la possibilità di subsidenza
indotta sulle coste dalla depressurizzazione di tali acquiferi
appare elevata anche se non prevedibile in termini
quantitativi" e "gli interventi proposti dall'AGIP per
preservare le coste dal rischio di subsidenza (una piattaforma
con due pozzi iniettori d'acqua marina che dovrebbero
costituire una barriera mobile in grado di impedire la
propagazione della subsidenza) non appaiono in grado di
offrire adeguata sicurezza".
Il gruppo di lavoro osserva anche che "la potenzialità dei
giacimenti di gas naturale nell'alto Adriatico rappresenta
soltanto il 40 per cento del fabbisogno nazionale di un solo
anno nel 2005. Considerando che l'estrazione dovrebbe avvenire
in un periodo di venticinque anni, l'apporto di questa
attività all'autonomia energetica dell'Italia non appare
particolarmente significativa", e ciò in una situazione in cui
il nostro Paese sta acquistando, per impegni già contratti,
gas in quantità superiore alle nostre necessità.
Su queste basi scientifiche il consiglio comunale di
Venezia ha approvato all'unanimità nella seduta del 14 luglio
1997 un ordine del giorno che, nel condividere il parere e le
conclusioni del gruppo di lavoro, ritiene, "alla luce delle
attuali conoscenze già ampiamente documentate, anche dalle
stesse elaborazioni dell'AGIP, che non si può escludere che le
attività di estrazione di idrocarburi liquidi o gassosi dal
sottosuolo del tratto di mare compreso tra il parallelo
passante per la foce del fiume Tagliamento ed il parallelo
passante per la foce del ramo di Goro del fiume Po possano
contribuire a provocare fenomeni di subsidenza". Il consiglio
comunale ritiene quindi che, secondo quanto prescritto
dall'articolo 2-bis del decreto-legge 29 marzo 1995, n.
96, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 maggio 1995,
n. 206, si debba "escludere che tali attività di estrazione
possano iniziare o riprendere".
Ricordando la gravità dei fenomeni generalizzati di
dissesto che i territori lagunare e costiero potrebbero subire
in caso di estrazione di idrocarburi dal sottosuolo, il
consiglio comunale di Venezia ha, nel citato ordine del
giorno, impegnato pertanto il sindaco e il presidente del
consiglio comunale ad attivarsi presso il Governo, il Ministro
dell'ambiente, il Parlamento e la regione Veneto affinché sia
negata qualsiasi attività di estrazione di idrocarburi dal
sottosuolo e si approvi al più presto una nuova legge che
tuteli definitivamente questo territorio, così fragile e di
grandissima valenza storico-culturale, ambientale ed
economica, da qualunque attività che possa rischiare di
contribuire all'aumento del fenomeno della subsidenza già
naturalmente in essere.
Una mappa dell'AGIP del 1972, finora mai resa nota, rivela
l'esistenza di un probabile giacimento di metano proprio sotto
il litorale del Lido, in contiguità con gli acquiferi e i
primi livelli mineralizzati.
Per quel che riguarda gli acquiferi, cioè gli strati di
acqua e gas intervallati a quelli di argilla che verrebbero
depressurizzati dall'estrazione di metano, con conseguente
abbassamento del fondale marino, che si ripercuoterebbe anche
sui litorali, l'AGIP ha proposto di azzerare tale rischio
pompando acqua - attraverso pozzi iniettori - al posto del gas
estratto; ma si è già evidenziato come questa tecnica non
garantisca risultati attendibili.
Anche la subsidenza a distanza verrebbe, secondo l'AGIP,
scongiurata dal fatto che gli strati di acqua e gas su cui si
interviene sarebbero chiusi da formazioni argillose che li
circondano; ciò però è vero solo verso nord-est, in realtà gli
acquiferi sono invece aperti e in continuità fino sotto i
litorali di Venezia e Chioggia e per alcune decine di
chilometri verso la terraferma. In questo modo, l'abbassamento
del suolo provocato dalle estrazioni, potrebbe estendersi
rapidamente alla costa. Inoltre, le argille sature d'acqua che
circondano gli strati gassosi, per la riduzione di pressione
provocata dalle estrazioni potrebbero ridurre il loro volume
fino al 18 per cento, provocando un ulteriore abbassamento del
suolo.
In conclusione, un patrimonio unico e inestimabile del
Paese e del mondo come Venezia, Chioggia e la Laguna, non può
essere soggetto a ulteriori rischi. E nessuno oggi può
escludere in scienza e coscienza che le estrazioni non
comportino alcun rischio.
La presente proposta di legge è composta da un solo
articolo, che aggiunge il golfo di Venezia, nel tratto di mare
compreso tra la foce del Tagliamento e la foce del ramo di
Goro del fiume Po, al golfo di Napoli e Salerno e alle Isole
Egadi, come zona di mare nella quale sono vietate la
prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi.