XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1061
Onorevoli Colleghi! - Negli ultimi anni si è avviato un
vivace dibattito, sia a livello nazionale che internazionale,
sul nuovo ruolo dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU),
al fine di costruire un "Nuovo ordine mondiale" dopo la fine
dell'era del confronto fra i blocchi Est-Ovest.
Per poter attribuire all'ONU un ruolo al passo con il
nuovo scenario internazionale, da più parti si è proposta una
profonda riforma dell'istituzione, ai fini della sua
"democratizzazione". In particolare si è proposto di costruire
un'Assemblea dei popoli, i cui rappresentanti siano eletti
democraticamente, che affianchi l'attuale Assemblea generale,
rappresentativa degli Stati membri.
Si è anche proposto di ampliare la composizione del
Consiglio di sicurezza, facendovi entrare come membri
permanenti altri Stati (Brasile, Germania, Giappone, India) o
rappresentanti di Organismi internazionali (Comunità europea,
Lega Araba, Organizzazione dell'unità africana), che per la
loro importanza politico-economica dovrebbero essere sempre
coinvolti nelle decisioni che riguardano la sicurezza
internazionale.
Un vivace dibattito negli scorsi anni ha anche suscitato
la proposta del Segretario delle Nazioni Unite Boutros Ghali,
nota come "Agenda per la pace", presentata nel luglio 1992,
secondo la quale l'ONU dovrebbe promuovere operazioni non solo
di peace keeping, cioè per il "mantenimento della pace",
attraverso l'interposizione dei "caschi blu" fra le parti in
conflitto e su loro richiesta, ma anche di peace making,
cioè per la "costruzione della pace", imponendola ai
contendenti anche con la forza. A questo scopo il Consiglio di
sicurezza potrebbe decidere l'invio dei militari anche su
richiesta di una sola nazione, che fosse minacciata e quindi
dovesse essere difesa da un'eventuale aggressione.
A questo scopo il Consiglio di sicurezza dell'ONU dovrebbe
disporre di un proprio contingente di forze armate, messe a
disposizione dagli Stati membri e da questi finanziate, che
siano immediatamente disponibili così da poter essere inviate
rapidamente alle frontiere del Paese minacciato. Finora,
invece, i "caschi blu" sono messi a disposizione, di volta in
volta, da alcuni Stati, secondo le esigenze, e pertanto il
loro schieramento nell'area di crisi richiede del tempo.
Anche il nostro Paese ha partecipato, e sta tuttora
partecipando, a numerose missioni armate sotto l'egida
dell'ONU. Lo ha fatto anche nel quadro di coalizioni
internazionali, come è stato per la guerra del Golfo nel
1991.
Negli ultimi anni la presenza delle nostre Forze armate
all'estero è diventata sempre più frequente. Infatti, secondo
il "Nuovo modello di difesa", elaborato dai vertici
politico-militari, le nostre Forze armate hanno come obiettivo
non solo la difesa del territorio nazionale ma anche la
salvaguardia degli interessi nazionali. Pertanto i nostri
militari saranno sempre più spesso inviati all'estero, là dove
gli interessi del nostro Paese sono minacciati. Questo sembra
avvenire in violazione dell'articolo 11 della Costituzione,
che non solo stabilisce il ripudio della guerra come strumento
di aggressione e di espansione e come mezzo per la soluzione
delle controversie internazionali, ma anche che l'Italia deve
promuovere una politica di pace e di giustizia tra le
nazioni.
In risposta alle missioni delle nostre Forze armate
all'estero, i movimenti pacifisti hanno proposto che il nostro
Paese si faccia promotore di "operazioni umanitarie" e di
"iniziative di pacificazione" tra le parti in lotta,
utilizzando "contingenti civili", formati da obiettori di
coscienza e da operatori delle organizzazioni non governative
(Ong). In pratica si propone di costituire, sia a livello
nazionale che internazionale, in ambiente ONU, una "forza non
armata e nonviolenta di pace", da inviare nelle aree di crisi
per cercare di evitare, favorendo il dialogo tra le parti in
contrasto, lo scoppio del conflitto armato.
A questo proposito, da alcuni anni i movimenti pacifisti
italiani, in attesa di costituire questa "forza non armata e
nonviolenta di pace", hanno attuato, in alcune "aree di
crisi", in collaborazione con associazioni di altri Paesi,
delle iniziative rigorosamente nonviolente, in conformità ai
princìpi enunciati nell'articolo 11 della Costituzione
italiana e nello Statuto dell'ONU, per cercare di risolvere
pacificamente i contrasti tra le nazioni o i conflitti interni
agli Stati, soprattutto di carattere etnico-religioso che
potrebbero portare o hanno portato a sanguinosi scontri armati
o alla guerra civile.
Tali iniziative sono denominate di "diplomazia popolare"
in quanto coinvolgono i cittadini. Queste iniziative di
diplomazia popolare hanno come scopo, in primo luogo, quello
di prevenire il sorgere di un conflitto, favorendo il dialogo
ed il confronto fra i contendenti, laddove la tensione tra gli
Stati o tra i diversi gruppi etnico-religiosi all'interno
dello stesso Paese rischia di degenerare in una guerra
sanguinosa.
Quando invece la guerra è ormai in atto, le iniziative di
diplomazia popolare hanno come scopo quello di portare
solidarietà ed appoggio morale alle popolazioni martoriate dal
conflitto, cercando, da un lato, di rispondere ai bisogni
materiali delle persone, senza operare alcuna discriminazione
e, dall'altro, di favorire la ripresa del dialogo e del
confronto tra le parti in conflitto per "fermare la guerra",
arrivando alla stipula di un accordo di "cessate il fuoco"
come premessa per la pace.
In particolare, i partecipanti alle iniziative di
diplomazia popolare attuano l'interposizione fisica tra le
parti in contrasto o in guerra, per cercare di trovare una
soluzione al problema che ha originato il conflitto o lo
scontro armato, cercando di favorire il dialogo, la
discussione ed il confronto delle rispettive posizioni,
attraverso la "politica del passo dopo passo".
Condizione fondamentale per lo svolgimento dell'iniziativa
è che la presenza dei partecipanti sia richiesta o accettata
da almeno una delle parti in conflitto o in guerra.
Le iniziative di diplomazia popolare hanno il loro
fondamento:
nelle normative nazionali (per l'Italia l'articolo 11
della Costituzione; la legge per l'obiezione di coscienza ed
il servizio civile; la legge per la cooperazione allo
sviluppo);
nelle normative internazionali (la Carta dell'ONU, il
patto internazionale per la tutela dei diritti umani);
nelle proposte che si stanno portando avanti con sempre
maggiore incisività, a livello sia nazionale sia
internazionale, per dare più autorità all'ONU e costituire
così un "nuovo ordine mondiale" che davvero assicuri la pace e
la sicurezza delle nazioni. In particolare ricordiamo le
proposte per la "democratizzazione dell'ONU" e per la
costituzione di un contingente di "Forze armate dell'ONU".
Le iniziative di diplomazia popolare attuate in questi
ultimi anni, anche se non hanno raggiunto l'obiettivo di
risolvere il contrasto o di fermare la guerra, sono
sicuramente state molto utili perché hanno dimostrato che le
persone possono essere protagoniste anche di attività finora
riservate alle istituzioni dello Stato, come è appunto
l'attività diplomatica.
Prima di affrontare il problema del loro riconoscimento da
parte delle autorità del nostro Paese, che è lo scopo a cui
tende la presente proposta di legge, è opportuno esaminare
alcune iniziative attuate dai gruppi pacifisti e nonviolenti
italiani.
Negli ultimi anni ci sono state alcune significative
iniziative internazionali di diplomazia popolare alle quali
hanno partecipato o che addirittura sono state promosse e
organizzate da alcuni gruppi pacifisti e non violenti
italiani. Ricordiamone alcune:
Time for peace 1990. E' stata la prima edizione
dell'iniziativa, promossa dall'Assemblea dei cittadini di
Helsinki, che da allora si tiene all'inizio di ogni anno. Si è
tenuta a Gerusalemme dal 28 dicembre 1989 al 2 gennaio 1990
per cercare di trovare una soluzione al drammatico problema
dei territori occupati da Israele e per chiedere il rispetto
delle varie risoluzioni adottate dall'ONU sull'argomento. Vi
hanno partecipato oltre 1.500 pacifisti e non violenti
provenienti da vari Paesi (circa 650 venivano dall'Italia). La
manifestazione conclusiva è stata una catena umana di circa
20.000 persone lungo la cinta delle mura della città vecchia.
Vi parteciparono anche due consiglieri della provincia
autonoma di Trento, designati dal consiglio provinciale,
dimostrando l'interesse per l'iniziativa da parte di questo
ente locale che l'anno seguente approvò una interessante legge
per la promozione della cultura della pace.
Volontari di pace in Medio Oriente. L'iniziativa è
stata promossa da alcuni gruppi pacifisti e non violenti
italiani con lo scopo di liberare i cittadini stranieri che il
regime di Saddam Hussein aveva preso in ostaggio e di trovare
una soluzione pacifica al problema dell'occupazione irachena
del Kuwait in modo da evitare un conflitto armato. I pacifisti
proposero di smilitarizzare il Kuwait e di sostituire le
truppe irachene, che l'avevano occupato, con forze non armate
sotto l'egida dell'ONU. La proposta non fu accolta dall'ONU
benché alcuni alti funzionari dell'organizzazione avessero
espresso la loro adesione. L'iniziativa dei pacifisti italiani
è stata in parte finanziata con i fondi raccolti dalla
Campagna nazionale di obiezione di coscienza alle spese
militari. La presenza dei volontari italiani è durata in Iraq
oltre tre mesi (dal 12 ottobre 1990 al 21 gennaio 1991). Il 12
novembre 1990 è stato allestito un campo per la pace in
un'isola del fiume Tigri che attraversa la città. Questo campo
ha ospitato anche gruppi pacifisti di vari altri Paesi,
convenuti a Baghdad per altre iniziative di pace, quale il
campo internazionale Gulf peace team, allestito il 24
dicembre 1990 in prossimità del confine tra l'Iraq e l'Arabia
Saudita, in mezzo alle truppe irachene, per cercare di
evitare, con l'interposizione fisica tra gli opposti
schieramenti militari, il conflitto armato che si andava
profilando.
Carovana per la pace in Jugoslavia. E' la sigla
sotto la quale si è svolta dal 7 al 13 dicembre 1992 la marcia
internazionale per la pace, da Spalato a Sarajevo, organizzata
dal movimento "Beati i costruttori di pace" e da altre
associazioni pacifiste e non violente, tra le quali
l'associazione per la pace, la Lega obiettori di coscienza e
Pax Christi. Animatore dell'iniziativa è stato monsignor
Tonino Bello, vescovo di Molfetta (Bari) e presidente della
sezione italiana di Pax Christi, che nonostante la grave
malattia che lo affliggeva volle egualmente parteciparvi.
Questa iniziativa è stata il primo tentativo di interposizione
nonviolenta in un conflitto armato in Europa e nel mondo
occidentale. Lo slogan dell'iniziativa era "Fare, non
stare a guardare", in quanto lo scopo era sia quello di
portare solidarietà agli assediati nella città capoluogo della
Bosnia sia quello di dimostrare che la solidarietà e
l'amicizia dei popoli ed il dialogo tra i contendenti possono
vincere sulla forza delle armi. Hanno partecipato alla marcia
circa 500 pacifisti dei quali la maggior parte italiani. Una
ventina di enti locali ha dato il proprio sostegno
all'iniziativa ed anche dei contributi in danaro o in mezzi
(ad esempio, la regione Veneto ha donato un'ambulanza che poi
è stata lasciata alla Mezzaluna rossa - equivalente alla
nostra Croce rossa - di Sarajevo). Anche il Capo dello Stato,
Oscar Luigi Scàlfaro, ha inviato agli organizzatori fervidi
auguri per il successo dell'iniziativa di pace.
Time for peace 1993. Manifestazione per la pace
organizzata dal 27 dicembre 1992 al 3 gennaio 1993 in varie
località della Jugoslavia dall'Assemblea dei cittadini di
Helsinki, alla quale hanno aderito alcune associazioni
pacifiste italiane, per chiedere la fine della guerra.
Mir Sada (pace subito). Marcia internazionale di
pace, da Spalato a Sarajevo, organizzata dal movimento
italiano "Beati i costruttori di pace", in collaborazione con
altre associazioni pacifiste, e dalla organizzazione non
governativa francese Equilibre. Si è svolta dal 1^
all'11 agosto 1993 e vi hanno partecipato circa 1.600 persone
appartenenti ad una ventina di Paesi. Purtroppo, a causa dei
notevoli rischi derivanti dal raggiungere in massa Sarajevo
lungo il percorso programmato, dove operavano bande armate
incontrollabili, sono arrivati in città solo 58 partecipanti.
Altri 400 sono riusciti a entrare, anche se per poche ore, a
Mostar, capoluogo dell'Erzegovina, divenuto l'obiettivo di
ripiego per l'impossibilità di raggiungere in massa Sarajevo.
Gli altri partecipanti hanno realizzato molte attività in
favore delle persone ospitate nel campo profughi di
Spalato.
Passando a illustrare il testo della proposta,
nell'articolo 1 è previsto il riconoscimento giuridico delle
iniziative di diplomazia popolare, attuate secondo le modalità
stabilite dalla legge. In particolare, le iniziative devono
essere attuate con tecniche rigorosamente nonviolente ed a
questo scopo i partecipanti ricevono un'idonea preparazione
attraverso un apposito corso di formazione di almeno un mese,
al termine del quale è rilasciato loro un attestato,
necessario per la partecipazione.
Nell'articolo 2 si stabilisce che le iniziative possono
essere organizzate dal Governo italiano, da un ente
convenzionato per il servizio civile o da un'organizzazione
non governativa (ONG) idonea a svolgere attività di
cooperazione allo sviluppo.
Presupposto per lo svolgimento dell'iniziativa è che
questa sia richiesta o abbia il gradimento di un'autorità
civile o religiosa del luogo in cui si deve svolgere e che vi
sia il consenso delle autorità dello Stato ospite.
Nell'articolo 3 è prevista l'istituzione di un apposito
Dipartimento per la gestione delle iniziative di diplomazia
popolare presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.
Presso il Dipartimento è istituito un comitato scientifico,
formato da esperti, che deve dare il suo parere vincolante sul
riconoscimento dell'iniziativa che si intende attuare.
Nell'articolo 4 sono stabilite le modalità per ottenere il
riconoscimento dell'iniziativa, che è disposto con decreto del
Presidente del Consiglio dei ministri, acquisito il parere
vincolante del comitato scientifico. In seguito al
riconoscimento, le nostre rappresentanze diplomatico-consolari
nel Paese ospitante devono attivarsi per favorire la
realizzazione dell'iniziativa e dare adeguata assistenza ai
partecipanti.
Nell'articolo 5 è stabilito che il riconoscimento
dell'iniziativa comporta l'erogazione, all'ente organizzatore
dell'iniziativa, del 30 per cento delle spese previste. Un
altro 40 per cento delle spese è rimborsato dopo la
presentazione di una relazione finale sull'iniziativa e se
questa si è svolta secondo le modalità ed i criteri stabiliti.
Il rimborso delle spese è invece totale per le iniziative
promosse dal Governo italiano ed organizzate tramite uno degli
enti abilitati.
Negli articoli 6 e 7 si stabiliscono i diritti dei
partecipanti che possono essere anche stranieri ed obiettori
di coscienza in servizio civile. In particolare è prevista
un'indennità, eguale allo stipendio goduto, per i partecipanti
che sono cittadini italiani e lavoratori dipendenti. Per i
lavoratori autonomi è prevista un'indennità eguale a quella
media rimborsata ai dipendenti. Tutti i partecipanti hanno
comunque diritto all'assistenza sanitaria e contro gli
infortuni. In caso di morte, i loro familiari percepiranno
l'indennità prevista per i militari deceduti in missione
all'estero.
Nell'articolo 8 è previsto il rimpatrio dei partecipanti
all'iniziativa, disposto con decreto del Presidente del
Consiglio dei ministri, quando le condizioni del Paese nel
quale si svolge siano mutate in modo tale da impedirne lo
svolgimento o quando ci sia grave pericolo per l'incolumità
dei partecipanti.
Nell'articolo 9 si stabilisce che il finanziamento
dell'iniziativa riconosciuta attinge al Fondo speciale per la
cooperazione allo sviluppo. A questo Fondo o agli enti
abilitati, le persone fisiche e giuridiche possono versare
contributi, deducibili ai fini dell'IRPEF o dell'IRPEG, fino
al 2 per cento del reddito imponibile.
Nell'articolo 10 è prevista la presentazione, da parte del
Presidente del Consiglio dei ministri, di una dettagliata
relazione annuale al Parlamento, entro il 31 marzo, sulle
iniziative riconosciute e realizzate nell'anno precedente.
Nell'articolo 11 si stabilisce che il regolamento di
esecuzione della legge deve essere emanato entro sei mesi
dalla data di entrata in vigore della legge e che la legge
stessa entra in vigore il giorno successivo a quello della sua
pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.