XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 1040
Onorevoli Colleghi! - I processi di privatizzazione,
nonché le liberalizzazioni dei mercati, sono tra le cause più
rilevanti dell'arretramento del sistema industriale italiano
nei confronti degli altri partner europei.
Da anni la crescita industriale in Italia è di molto
inferiore a quella degli altri Paesi membri dell'Unione
europea in conseguenza dell'assenza voluta di una politica di
programmazione dello sviluppo industriale.
L'aver lasciato al mercato decidere dove, come e per chi
produrre, e l'aver tentato in questa logica di tutelare solo i
bisogni del consumatore ha costruito le condizioni di una vera
e propria colonizzazione industriale. Infatti, oltre il 40 per
cento delle imprese italiane è stato acquistato da soggetti
stranieri, e ciò ha significato una perdita di marchi italiani
prestigiosi, che in parte continuano ad esistere sul mercato,
la cui produzione però viene effettuata fuori dal nostro
Paese.
Le stesse grandi imprese come ENEL, ENI, Finmeccanica e
Telecom hanno subìto forti ridimensionamenti industriali e
divisioni societarie, con relativi processi di
ristrutturazione e di riorganizzazione, che hanno prodotto da
un lato pesanti perdite occupazionali e dall'altro un
indebolimento della capacità di competizione sul mercato
internazionale.
E' necessario quindi intervenire con un provvedimento
legislativo capace di invertire i diversi elementi di
debolezza intervenuti nel nostro sistema industriale:
1) l'Italia, che si trova tra i primi Paesi più
industrializzati del mondo, è passata in questi anni al
ventiduesimo posto nella classifica delle spese che vengono
indirizzate verso la ricerca e lo sviluppo tecnologico, con la
conseguenza che negli ultimi anni il nostro Paese non ha
partecipato, come avveniva in precedenza, alla scoperta di
nessuno dei 15-20 prodotti che hanno radicalmente cambiato il
modo di vivere nel mondo, prodotti brevettati invece dagli
altri cinque Paesi più industrializzati;
2) il nostro sistema industriale ha perso autonomia
avendo potenziato politiche che hanno prodotto lo sviluppo
delle imprese con meno di 50 dipendenti, con il negativo
risultato che siamo diventati un Paese di subfornitori
dipendenti quasi esclusivamente dalle scelte industriali delle
imprese multinazionali, normalmente ubicate fuori dal nostro
Paese;
3) le liberalizzazioni dei mercati dei prodotti
petroliferi, delle assicurazioni, del sistema bancario, delle
telecomunicazioni, della produzione e della distribuzione di
energia elettrica e liquida, non hanno prodotto nessun
risultato tangibile a favore dei consumatori in quanto, come
sostiene l'Autorità garante della concorrenza e del mercato,
in molti casi le aziende, anziché farsi la concorrenza, hanno
cercato accordi di cartello aumentando i loro profitti e
riducendo gli investimenti, la ricerca e l'innovazione
tecnologica;
4) la totale destinazione dei proventi derivanti dalla
dismissione di proprietà industriali pubbliche al fondo per
l'ammortamento dei titoli di Stato ha sottratto al sistema
industriale risorse preziose per il suo rinnovamento e il suo
sviluppo.
Tale scelta ha consegnato nelle mani di soggetti privati
un patrimonio pubblico che aveva perseguito in questi anni
politiche tendenti al generale interesse per la crescita dello
sviluppo economico e industriale del Paese, soggetti che, con
il loro ingresso nel capitale, cambiano la natura e le
finalità delle politiche di queste imprese puntando
esclusivamente al raggiungimento del massimo profitto.
E' quindi da riconsiderare la politica delle privatizzazioni
salvaguardando la presenza pubblica in settori industriali
strategici per mantenere l'autonomia e la capacità di
competizione del nostro Paese.
L'effetto principale delle dismissioni delle
partecipazioni statali è stato la realizzazione di entrate
straordinarie che sono state impiegate per ridurre il debito
pubblico mediante l'acquisto o l'annullamento dei titoli in
circolazione.
Se in una situazione di grave difficoltà finanziaria
legata alla struttura del debito pubblico (breve periodo,
estero, tassi di interesse particolarmente alti) la
predisposizione di alienazioni di proprietà pubbliche poteva
apparire inevitabile, è altrettanto vero che il proseguimento
di una politica di cessione di parte delle proprietà pubbliche
in una situazione finanziaria stabile (tassi di interesse
contenuti, vita media del debito particolarmente lunga,
deficit strutturale più contenuto) appare sconsiderata
in termini di mercato e soprattutto se consideriamo il
contributo che le entrate straordinarie possono offrire in
termini di redditività se riutilizzate per investimenti
infrastrutturali o per progetti precompetitivi, da impegnare
in via prioritaria nei territori interessati dalle
ristrutturazioni o dalle dismissioni conseguenti ai processi
di privatizzazione. Infatti occorre confrontare il risparmio
che si sviluppa attraverso la retrocessione del debito,
insieme ai relativi oneri per interessi, con l'eventuale
incremento del prodotto interno lordo (PIL) che si otterrebbe
attraverso gli investimenti addizionali nel sistema produttivo
industriale.
Poiché è facile prevedere che lo sviluppo economico
conseguente agli investimenti addizionali menzionati è
superiore ai risparmi ottenuti attraverso la retrocessione del
debito è oltremodo non rinviabile la decisione di privilegiare
tali investimenti. Infatti, il vincolo del debito e degli
interessi passivi non è stato stringente solo in ragione della
sua onerosità, ma anche in ragione del basso profilo di
crescita del PIL.
Con la presente proposta di legge, quindi, si intende
allargare le opzioni disponibili per gestire efficacemente il
debito pubblico ricercando non solo un'azione di retrocessione
dello stesso ma anche un'azione di orientamento degli
investimenti.
La proposta di legge che si presenta, quindi, ha come base
la ricerca di un tentativo forte di modifica della linea
politica sino ad oggi perseguita, anche se nella stesura dei
contenuti dei vari articoli si è dovuto tenere conto della
legislazione vigente e dei limiti che l'Unione europea impone
a tutti gli Stati relativamente agli aiuti da destinare al
sistema delle imprese. Il titolo è indicativo di tale
orientamento, recando l'istituzione del Fondo per il rilancio
dei progetti di sviluppo industriale e per l'ammortamento dei
titoli di Stato.
La proposta di legge è composta da tre articoli, recanti
modifiche alla legge 27 ottobre 1993, n. 432, al fine di
istituire il Fondo citato.
L'articolo 1 reca pertanto la sostituzione del titolo
della legge n. 432 del 1993.
L'articolo 2 sostituisce l'articolo 2 della legge n. 432
del 1993 e reca l'istituzione del Fondo, la cui finalità è
individuata non solo nel pagamento del debito pregresso, ma
anche nella destinazione di risorse finanziarie al sostegno di
progetti di sviluppo industriale, con il preciso obiettivo di
invertire la linea recessiva in atto. In particolare si
prevede che le risorse del Fondo siano destinate alla ricerca
e allo sviluppo dei piani industriali nonché all'ammortamento
dei titoli di Stato.
L'articolo reca poi norme sulla gestione del Fondo,
attribuita al Ministero dell'economia e delle finanze,
coadiuvato da un Comitato consultivo.
L'articolo 3 specifica i compiti del comitato consultivo e
reca disposizioni sulla valorizzazione delle partecipazioni,
introducendo gli articoli 2-bis e 2-ter della
legge n. 432 del 1993.