XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 1015




        Onorevoli Colleghi! - Come è noto, la situazione della natalità nel nostro Paese è al limite dell'equilibrio: praticamente si hanno tante nascite annuali quante sono le morti.
        Questa situazione non è però uniforme in tutto il Paese: in molte regioni la natalità prevale ancora per poco sulla mortalità, ma questa situazione, apparentemente tranquillizzante, in realtà mette in evidenza come in altre regioni, specie in quelle industriali del nord, la mortalità prevalga in modo netto sulla natalità.
        Questa situazione sottende l'altra, di un progressivo invecchiamento della popolazione, che, anche se non ha per nulla le caratteristiche di catastrofe a breve termine di cui una stampa poco propensa alle conoscenze esatte blatera da tempo, è certo un indice che fa prevedere che nel tempo d'un centinaio di anni molte delle realtà culturali del nostro Paese, specie nel nord, potrebbero diventare sbiaditi ricordi.
        L'evoluzione di un sistema a bassa natalità non è certo necessariamente quello dell'estinzione, o, peggio, quello di una popolazione di soli anziani. Il fatto stesso che vecchi lo si rimanga per poco, in quanto rapidamente da tale stato si diventa defunti, dovrebbe essere tranquillizzante per l'evoluzione del tasso di natalità. Ciò che probabilmente accadrebbe sarebbe una riduzione della popolazione dopo un periodo transitorio in cui gli anziani prevarrebbero in percentuale. La diminuzione di popolazione potrebbe infatti portare, come in effetti porta, a quel mutamento di condizioni che favorirebbero il riprendere della natalità, sempre che l'economia regga nel periodo transitorio.
        Resta per altro indubbio che al di là delle previsioni evolutive di un sistema a bassa natalità, un tasso di 1,4 figli per donna è molto basso e non promette nulla di buono.
        Recenti studi sulla base di questo tasso prevedono drastiche riduzioni della popolazione nei prossimi cento anni, anche se i reali effetti potrebbero non essere nettamente visibili nei prossimi cinquant'anni impedendo così interventi in tempo utile. La riduzione della popolazione alla fine del primo secolo del terzo millennio potrebbe portare la popolazione italiana a 12.000.000 di individui. Né sembrerebbe che il ricorso alle illusioni della società multirazziale possa portare a situazioni finali diverse: gli immigrati che si integrano, infatti, adotterebbero, così come adottano già oggi, gli usi italiani e fra questi il basso tasso di natalità. Sarebbe quindi necessario un continuo flusso migratorio che avrebbe un peso sulla popolazione del momento, ma non su quella del futuro, snaturando per di più la cultura del Paese.
        L'attuale situazione italiana nei riguardi di un rifiuto della procreazione sono molteplici. In genere, si pensa a un atteggiamento culturale che per motivi edonistici voglia evitare l'onere della prole, e in parte questo è vero ed è tanto più vero nei riguardi dell'abbondanza di prole. Questa è spesso stata per le generazioni passate l'occupazione ordinaria della donna: fare e allevare figli.
        Questo punto di vista non è più accettato da molte donne che hanno oggi desideri alternativi e preminenti sulla maternità.
        In effetti, all'istinto a riprodursi si oppongono obbiettive difficoltà esaltate dal nostro sistema sociale e culturale.
        La cosiddetta assistenza sociale ha provato a sostituirsi alla famiglia, tentando di permettere alla donna con figli piccoli di avere anche altre attività gratificanti, ma i risultati non sono stati brillanti. La donna con figli, se lavora fuori casa, è penalizzata, ma soprattutto è penalizzata la prole. Gli interventi sociali sono sempre stati molto onerosi per la collettività, quasi come quelli per l'assistenza alla vecchiaia. In entrambe queste fattispecie, nonostante gli oneri, non si è probabilmente mai raggiunta l'efficienza della famiglia patriarcale, per altri versi non auspicabile, e comunque, forse definitivamente superata a livello culturale.
        L'uso delle istituzioni nella prima infanzia è poi spesso temuto dai genitori culturalmente più responsabili, perché il periodo della prima formazione del nuovo uomo rischia nell'attuale contesto sociale di essere standardizzato su forme di bassa qualità, spesso al limite della demagogia. Di fronte a questa situazione si preferisce rimandare a un domani migliore, con più disponibilità, una procreazione che poi viene definitivamente abbandonata. Questa situazione e tanto più vera nel caso del secondo e del terzo figlio quando si possono criticamente valutare le esperienze sul primo.
        La prevalenza di figli unici presenta poi gravi conseguenze per il bambino se questa situazione viene mal vissuta dai genitori o da tutta la pletora di anziani che spesso gravita attorno al piccolo. Una iperprotettività genera infatti individui incapaci di sopportare gli ostacoli che prima o poi dovranno affrontare senza l'aiuto di un adulto. L'impatto con la realtà può portare, come in effetti avviene già oggi, a suicidi tanto assurdi quanto immotivati, o più semplicemente a disadattamenti gravi.
        La soluzione del problema deve quindi passare per l'ovvia conclusione che si debbono fare più bambini all'interno di una società che consideri appunto questo fine non un fatto solo privato, ma del Paese. Non è però pensabile ricorrere a leggi coercitive; occorre piuttosto sollecitare il desiderio di avere bambini mutando l'attuale equilibrio che penalizza le famiglie con prole. Il compito non è comunque lieve in quanto, per bloccare la decadenza, occorrerebbe portare il tasso di natalità dall'attuale 1,4 a 2,1 figli per donna.
        Il denaro non è tutto, ma serve a risolvere molti problemi, anche quelli che nascono dall'avere figli.
        La presente proposta di legge non ha la pretesa di possedere proprietà taumaturgiche, ma, agendo su alcune delle cause primarie del rifiuto alla procreazione - le difficoltà materiali di dedicarsi alla prole - potrebbe essere un buon incentivo a chi ai figli rinuncia per quelle difficoltà. Essa non avrà invece nessun effetto su chi quel rifiuto lo ha per ragioni ideologiche o edoniste, ma in questo caso poco importa: non sarebbe moralmente accettabile né tantomeno utile per il futuro del Paese agire con una legge per mutare i criteri di autoselezione della specie nei riguardi degli stimoli autodistruttivi che spontaneamente affiorino a livello di singoli. Gli individui portatori di tali istinti è bene non abbiano discendenza per il futuro in modo che il loro passare nella società sia episodico e non tramandato.
        Con la proposta di questa norma, nelle province a bassa natalità dove il numero dei giovani al di sotto del quindicesimo anno di età sia inferiore di più del 5 per cento a quello degli ultrasessantacinquenni, in occasione della nascita del terzo figlio viene fornito per due anni alla coppia un aiuto finanziario.
        La cifra in denaro, modesta date le situazioni del Paese sempre alle prese con la demagogia dell'assistenzialismo improduttivo, ma senz'altro adeguabile in un futuro migliore, viene recuperata dall'enorme regalia ai falsi invalidi sempre in atto e sempre tabù anche per le nuove forze politiche delle ultime maggioranze. Questo contributo potrebbe permettere mediante il part time ai genitori di avere un più diretto coinvolgimento nell'allevamento del loro terzo figlio.
        Questa iniziativa, se bene usata dai beneficiari, potrebbe anche coinvolgere gli anziani di famiglia recando beneficio non solo al nuovo venuto, ma anche ad alcuni appartenenti ad un'altra fascia piuttosto preoccupante per lo Stato: la terza età.
        Anche dal punto di vista morale si intravede un impiego molto più corretto delle risorse, mentre, da un punto di vista economico, parte dell'onere assistenziale demagogico ed improduttivo verrebbe trasferito a un investimento sicuramente produttivo.
        La scelta del livello provinciale invece che regionale è stata fatta in quanto la natalità è molto variabile dal punto di vista territoriale e un'entità estesa come la regione avrebbe distorto la tipologia dei destinatari ben più che la scelta provinciale.
        Norme come le presenti, anche se possono intendersi come finalizzate a investimenti a medio termine, hanno caratteristiche assistenziali e possono essere attuate solo se vi sono risorse disponibili. Ancora una volta si vede quanto sia importante, a monte di queste iniziative, una economia liberista che permetta la produzione della ricchezza necessaria.
        Le tabelle annesse danno ragione delle previsioni di spesa.
        Supposto che l'assegno sia di 15.000.000 netti all'anno, supposto che la presente norma si applichi a circa 15.000 terzi figli all'anno, si avrebbe un onere di 225 miliardi per il primo anno e di 450 miliardi a regime.
        La valutazione dell'onere è stata effettuata in condizioni leggermente differenti rispetto a quanto previsto dall'articolato: prevalenza di morti sui nati invece del criterio quindicenni-sessantacinquenni. Quanto sopra è stato fatto per la più facile reperibilità dei dati. Non si ritiene che questo modo di procedere provochi sensibili errori nelle previsioni di copertura.
        Naturalmente, per sua stessa natura, questa norma, se efficacemente introdotta, dovrebbe far aumentare negli anni gli oneri in quanto è stata creata proprio per aumentare il numero dei nati. Si tratta di una norma che dovrebbe evolvere nel tempo, seguita e curata in modo adeguato dal legislatore.

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