XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 936
Onorevoli Colleghi! - I necessari ed opportuni
orientamenti della politica di bilancio predisposti nella XIII
legislatura, finalizzati alla riduzione del disavanzo pubblico
in vista dell'adesione italiana alla moneta unica europea,
hanno purtroppo contribuito ad aggravare la situazione della
già fragile economia meridionale.
Dopo gli anni della recessione, mentre nel centro-nord la
produzione riprendeva lentamente vigore, nel mezzogiorno il
prodotto interno lordo (PIL), ha continuato a flettere
rispetto alla tendenza di lungo periodo. Il PIL per abitante,
che agli inizi degli anni novanta si attestava per il sud
attorno al 68-69 per cento della media italiana, è diminuito
in termini relativi scendendo al 66 per cento nel triennio
1998-2000. Nelle aree più sviluppate del Paese, in particolare
nelle regioni del nord-est, invece, il PIL per abitante nel
2000 sfiorava o superava di un quarto l'indicatore medio
nazionale, un risultato estremamente positivo, viste anche le
condizioni in cui versava il Paese all'inizio degli anni
novanta.
Proprio i risultati positivi raggiunti dall'economia del
centro-nord rendono più evidenti le disuguaglianze economiche
tra le regioni italiane. Molteplici sono stati i fattori che
hanno influito sull'aumento del divario tra il nord e il sud
d'Italia nel corso degli anni novanta. Gli eventi esterni (in
particolare, l'accresciuta competizione sui mercati
internazionali) hanno messo a nudo la vulnerabilità del
sistema produttivo localizzato nell'area meridionale, nonché
la persistenza di debolezze strutturali di tale economia.
I punti di maggiore fragilità del mezzogiorno, la scarsa
diffusione delle imprese, la dipendenza dalle risorse
pubbliche, una ridotta produttività del lavoro sono così
irrisolti nonostante gli interventi straordinari durati oltre
quarant'anni.
Un'inversione di tendenza si è avuta sia con il Governo
Prodi che con quello D'Alema che hanno adottato politiche e
strumenti finalizzati alla riduzione dello storico divario tra
nord e sud. E' stata delineata una nuova strategia di
intervento basata sulla responsabilizzazione delle classi
dirigenti meridionali e sullo sviluppo locale;
contemporaneamente sono stati istituiti meccanismi di
incentivazione automatica che hanno reso certi qualità, tempi
e modalità di erogazione dei finanziamenti alle imprese.
Tutto ciò ha dato i suoi frutti, sia sul piano economico,
sia sul piano della crescita civile e culturale del
mezzogiorno. Le esportazioni dal sud d'Italia sono cresciute,
negli ultimi anni, più velocemente rispetto all'export
originato dalle aree più sviluppate del Paese. Tuttavia, buona
parte delle produzioni meridionali è ancora rivolta
esclusivamente al mercato locale o, al più, extraregionale.
Inoltre, le esportazioni dal sud si concentrano su alcuni
prodotti (agricoltura, in particolare).
Se si guardano, infine, i dati degli investimenti diretti
esteri in Italia, la condizione del Mezzogiorno risulta ancora
più periferica: nel 1996 nell'area meridionale si localizzava
appena l'8 per cento di tutta l'occupazione fino a quell'anno
generata in Italia da imprese partecipate dal capitale
estero.
Si intuisce quindi che le esportazioni di prodotti
meridionali e la localizzazione di consistenti investimenti
diretti esteri rappresentano per quest'area fattori di
stabilità e di crescita da non trascurare. Sotto il profilo
macroeconomico, infatti, la domanda estera può compensare la
riduzione della spesa pubblica e, dal punto di vista
microeconomico, le esportazioni possono imprimere alle imprese
stimoli ad una maggiore efficienza produttiva. Gli
investimenti diretti esteri, poi, se bene integrati nel
territorio, possono generare virtuosi effetti di trascinamento
dell'intera economia locale.
Il processo di globalizzazione economica in atto ha un
impatto rilevante sulla finanza pubblica, poiché compromette
seriamente uno dei presupposti su cui sono stati sino ad oggi
elaborati gli ordinamenti fiscali: quello della coincidenza
tra chi fruisce della spesa pubblica ed il contribuente. Se,
infatti, è vero che il cittadino deve pagare i tributi
previsti dalle disposizioni dello Stato di residenza per
finanziare la spesa pubblica di cui anch'egli si avvantaggia,
è altrettanto vero che, a causa dei processi di
globalizzazione dell'economia, il cittadino, pur continuando a
votare ed a beneficiare della spesa pubblica nel Paese di
appartenenza, può, in casi sempre più frequenti, scegliere
liberamente il Paese meno esoso dove pagare almeno una parte
dei tributi. Purtroppo, anche in ambito comunitario,
nonostante gli sforzi di armonizzazione dei sistemi fiscali,
la compresenza di ben quindici sistemi diversi di tassazione
dell'utile societario dà luogo a fenomeni di distorsione nella
localizzazione delle attività produttive, non sempre a
vantaggio dei territori depressi.
Secondo indagini condotte alla fine degli anni novanta,
l'impatto del regime fiscale sulle decisioni di localizzazione
della maggioranza delle attività produttive risulta un fattore
particolarmente determinante in tutti i Paesi dell'Unione
europea. La creazione di nuovi posti di lavoro, inoltre, non
può prescindere da un sufficiente livello di crescita del
sistema economico ed industriale.
Il rispetto delle tappe dell'unione economica e monetaria
è stato ritenuto indispensabile per il conseguimento di tale
risultato, ma anche la politica fiscale nazionale può
contribuire al raggiungimento del medesimo obiettivo a patto
di seguire taluni fondamentali princìpi, tra cui la correzione
della tendenza all'aumento delle imposte sul lavoro e la
diminuzione delle stesse sugli altri fattori della
produzione.
La stessa Commissione delle Comunità europee ha preso atto
di questa situazione dedicando, a suo tempo, una parte del
Libro Bianco all'analisi delle ripercussioni dei sistemi
fiscali sull'occupazione e delle possibilità di utilizzare lo
strumento fiscale per lottare contro la disoccupazione. Dello
stesso avviso si sono mostrati, in ripetute occasioni, i
maggiori esponenti del mondo imprenditoriale nazionale.
Con la presente proposta di legge ci si prefigge lo scopo
di intervenire sul livello di pressione fiscale delle nuove
iniziative produttive intraprese nel nostro Paese, al fine di
rapportare la misura del prelievo alla reale qualità e
quantità dei servizi di pubblica utilità indivisi fruiti dai
soggetti economici. E' infatti innegabile che, nonostante gli
sforzi intrapresi, la qualità e la dimensione dei servizi
pubblici (giustizia, sicurezza, ricerca, sanità, eccetera) ed
infrastrutturali (sistema intermodali di trasporto, reti di
distribuzione, altro) di cui beneficiano le imprese ubicate
nei territori depressi sono di gran lunga inferiori a quelle
medie del Paese.
La presente proposta di legge intende ridurre del 75 per
cento il carico dell'imposizione diretta relativamente alle
nuove iniziative produttive intraprese a decorrere dal 1^
gennaio 2002 nelle aree di cui all'obiettivo 1 degli
interventi dei Fondi strutturali della Commissione delle
Comunità europee per gli anni 2000-2006, nonché in quelle aree
con un tasso di disoccupazione su base provinciale superiore
del 25 per cento alla media nazionale calcolata sulla base
degli indici dell'Istituto nazionale di statistica dei tre
periodi di imposta precedenti. Proprio per venire incontro ai
rilievi comunitari formulati sulla materia, la proposta di
legge prevede che, in ogni caso, l'agevolazione massima
concedibile dovrà essere ricompresa nei limiti cosiddetti
"de minimis", come individuati al paragrafo 3.2 della
comunicazione della Commissione delle Comunità europee del 20
maggio 1992, in materia di aiuti di Stato a favore delle
piccole e medie imprese, pubblicata nella Gazzeta
Ufficiale n. C/213 del 19 agosto 1992 e successivamente
modificata dalla comunicazione della Commissione delle
Comunità europee, proposta 96/C 68/06, pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. C 68 del 6 marzo 1996. In tale
modo, la norma proposta, non entra in contrasto con il divieto
comunitario di concessione di aiuti al funzionamento delle
imprese. Tale disposizione, da inquadrare non solo in un
filone di agevolazioni alla nascita ed allo sviluppo di nuove
iniziative produttive, ma anche in quello delle misure di
emersione di fenomeni produttivi "sommersi", appare peraltro
simile ad analoghe iniziative di legge introdotte nei sistemi
giuridici di Germania (si veda la Tax News Service del
30 giugno 1990), Regno Unito, Spagna (legge 7 luglio 1994, n.
19), Francia (legge 94-11-31 del 27 dicembre 1999).