XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 934
Onorevoli Colleghi! - Con la cessazione dell'intervento
straordinario e la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno,
asse portante delle politiche di intervento a favore del
Mezzogiorno è diventata la programmazione negoziata. Essa
prevede, soprattutto in una della sue articolazioni, i patti
territoriali, e, in misura minore, nei contratti d'area, la
partecipazione delle realtà locali ai meccanismi di decisione,
all'individuazione delle linee dello sviluppo territoriale,
alla gestione degli interventi, in una logica del tutto
diversa da quella dell'intervento straordinario, che escludeva
il livello locale da tutte le decisioni in ordine allo
sviluppo del territorio.
Per questi motivi, i patti territoriali rappresentano una
opportunità per il Mezzogiorno. Essi non sono uno strumento di
incentivazione come altri che sono in funzione e che sono
stati varati negli ultimi anni. Rappresentano infatti una
innovazione sul piano culturale, perché sono i soggetti locali
che decidono il tipo di sviluppo possibile per il loro
territorio, assumendosene le responsabilità e gli oneri;
rappresentano una novità economica, perché non si basano su un
intervento a pioggia, ma sul finanziamento di progetti mirati
e finalizzati al raggiungimento di obiettivi contenuti nello
stesso patto sottoscritto.
Nessuno si nasconde le difficoltà che i patti territoriali
hanno incontrato in questi anni: le procedure adottate,
nonostante i tentativi di semplificazione intervenuti,
continuano a creare difficoltà, soprattutto al momento
dell'erogazione dei fondi. Quello che tuttavia va sottolineato
è che i patti non possono essere considerati semplicemente
come uno strumento alternativo ad altri strumenti di
incentivazione quali quelli previsti dal decreto-legge 22
ottobre 1992, n.415, convertito, con modificazioni, dalla
legge 19 dicembre 1992, n. 488, e questo per le
caratteristiche cui si è fatto riferimento.
Nel Mezzogiorno per la prima volta, grazie anche
all'elezione diretta dei sindaci, una nuova classe dirigente
si è affacciata sulla scena politica. Si tratta di una classe
dirigente locale che ha abbandonato la cultura del lamento per
la cultura del fare. I patti territoriali sono lo strumento
che i sindaci, gli imprenditori locali ed i sindacati hanno a
disposizione per poter concentrare lo sviluppo dal basso. Una
classe dirigente che ha "fatto squadra" e che, prima di
chiedere finanziamenti, stabilisce anche quale strada quei
finanziamenti debbano prendere, sceglie i progetti, combatte
l'illegalità, cerca di creare un ambiente favorevole allo
sviluppo, ha oggi la possibilità di avere uno strumento
adatto. Le critiche che sono state mosse alla lentezza con cui
lo Stato procede all'erogazione dei fondi non devono
assolutamente mettere in discussione la validità di questo
strumento. Anzi, il patto territoriale deve essere rafforzato;
la società che gestisce il patto deve diventare uno strumento
permanente per le politiche dello sviluppo del territorio,
evitando che la sua funzione si esaurisca all'atto
dell'erogazione dei finanziamenti. Deve essere resa
permanente, cioè, la capacità di concertazione, deve essere
permanente il confronto fra le forze che localmente delineano
lo sviluppo, in modo da creare una competizione fra i
territori. Se, viceversa, esaurisse i suoi compiti con
l'erogazione dei finanziamenti per i singoli progetti, ecco
che il patto diventerebbe uno strumento di incentivazione come
un altro e verrebbero meno gli sforzi di chi, localmente, si
adopera per rendere più appetibile il proprio territorio per
gli investimenti. Da qui parte la necessità di cominciare a
dare un quadro normativo ai patti territoriali che si ponga il
problema, al di là delle necessarie semplificazioni sulle
procedure, di rendere gli stessi uno strumento permanente, una
sorta di agenzia dello sviluppo locale. Le norme contenute
nella presente proposta di legge si pongono in questa ottica e
pertanto se ne auspica la rapida approvazione.